<CHAPTER ID="1">
<SPEAKER ID="1" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Vicepresidente">
<SPEAKER ID="2" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="(La seduta inizia alle 9.05)">
<SPEAKER ID="3" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulla Banca mondiale.
<SPEAKER ID="4" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   – Signor Presidente, nell’ambito di questa dichiarazione del Consiglio sulla Banca mondiale posso confermarvi che tale istituzione svolge un ruolo molto significativo a livello globale nell’ambito del finanziamento dello sviluppo.
E’ pertanto chiaro che la gestione politica e amministrativa della Banca mondiale è un argomento della massima importanza.
Tuttavia, in qualità di rappresentante della Presidenza del Consiglio dell’Unione europea, purtroppo non sono in grado di prendere posizione a nome del Consiglio, né di riferire sui lavori svolti dal Consiglio al riguardo.
<P>
In effetti l’Unione, in quanto tale, non svolge alcun ruolo nel processo decisionale e nel funzionamento della Banca mondiale, cosa di cui di nuovo mi rammarico.
Spetta dunque agli Stati membri dell’Unione, che sono nel contempo membri degli organi della Banca mondiale, definire la propria posizione di fronte alla stessa.
Il Consiglio quindi non ha adottato alcuna posizione sulle materie in discussione, in quanto non ha alcuna autorità per farlo.
Nessuna formazione del Consiglio ha mai discusso una strategia per la Banca mondiale, né il coordinamento di un’eventuale posizione comune europea al riguardo, o le procedure decisionali esistenti in seno a questa istituzione.
<P>
Vorrei inoltre aggiungere che gli Stati membri si adoperano per coordinare le proprie posizioni al fine di avere maggior peso in seno alle istituzioni internazionali, comprese quelle finanziarie come la Banca mondiale; tale sforzo tuttavia non coinvolge il Consiglio in quanto Istituzione, poiché, lo ripeto, la Comunità non ha competenze in questo ambito.
<P>
E’ altresì vero che il candidato alla Presidenza della Banca mondiale Paul Wolfowitz si è recato a Bruxelles, dove ha incontrato il Presidente del Consiglio ECOFIN Junker e i rappresentanti degli altri governatori europei della Banca.
In occasione di quella riunione, a carattere totalmente informale, si è parlato della futura strategia della Banca mondiale per il finanziamento dello sviluppo con il candidato alla Presidenza proposto dal governo americano, come di consuetudine.
<P>
Non posso dunque che rammaricarmi per il fatto che il Consiglio non abbia alcuna competenza in materia.
Forse un giorno sarà necessario considerare come migliorare il coordinamento tra gli Stati membri dell’Unione europea in seno alle istituzioni internazionali, nelle quali, in effetti, grazie al loro peso collettivo, detengono la maggioranza anche in rapporto agli Stati Uniti.
<SPEAKER ID="5" LANGUAGE="ES" NAME="Joaquín Almunia," AFFILIATION="Membro della Commissione.">
<P>
   – Signor Presidente, in qualità di Commissario responsabile per le relazioni con le istituzioni finanziarie internazionali, sono grato per l’opportunità di spiegare al Parlamento le posizioni della Commissione sulle relazioni della nostra Istituzione con la Banca mondiale.
<P>
La Banca mondiale e l’Unione europea sono i due principali protagonisti mondiali della lotta contro la povertà e del finanziamento dell’aiuto allo sviluppo.
<P>
Il Parlamento è ben consapevole che l’Unione fornisce circa metà del totale degli aiuti pubblici ai paesi in via di sviluppo, e che nella maggioranza dei casi è anche il loro principale commerciale – un dato, questo, che riflette quanta importanza abbia la solidarietà nella nostra politica internazionale.
<P>
Il principale obiettivo della politica comunitaria per lo sviluppo è quello di ridurre e, in ultima istanza, eliminare la povertà.
Tale obiettivo richiede di sostenere lo sviluppo sostenibile in campo economico, sociale e ambientale, di promuovere la graduale integrazione dei paesi in via di sviluppo nell’economia mondiale e di combattere le disuguaglianze.
<P>
Come gli onorevoli deputati sanno, l’Unione si è assunta il fermo impegno di contribuire al raggiungimento degli obiettivi del Millennio mediante maggiori e migliori finanziamenti dell’aiuto allo sviluppo, maggiore coerenza tra le politiche di sviluppo e soprattutto, maggiore attenzione all’Africa.
<P>
In ciascuna di queste aree, su iniziativa del collega Michel, la Commissione ha di recente proposto azioni specifiche. Mi sembra che lo stesso Louis Michel abbia avuto la possibilità di discuterne in Parlamento.
<P>
Vorrei commentare brevemente le prime due questioni: i livelli di finanziamento e la necessità di migliorare la coerenza tra le nostre politiche di sviluppo.
<P>
Per quanto riguarda il finanziamento, al Vertice di Monterrey l’Unione si è impegnata ad aumentare gli aiuti ufficiali allo sviluppo dallo 0,33 per cento del PIL nel 2002 allo 0,39 per cento nel 2006, come primo passo verso il rispetto dell’obiettivo dello 0,7 per cento nel 2015.
<P>
Il mese scorso la Commissione ha proposto due obiettivi aggiuntivi e correlati per il 2010: un obiettivo intermedio per tutta l’Unione dello 0,56 per cento del PIL per gli aiuti allo sviluppo e un obiettivo per gli aiuti ufficiali allo sviluppo specifico per ciascuno Stato membro, ovvero almeno lo 0,51 per cento per gli Stati membri che facevano parte dell’Unione prima dell’allargamento e lo 0,17 per cento nel 2010 per i nuovi Stati membri.
<P>
Tuttavia, questi sforzi, per quanto importanti, non sono sufficienti.
Oltre all’aspetto degli aiuti, le politiche dei paesi sviluppati incidono pesantemente sulla possibilità dei paesi in via di sviluppo di conseguire gli obiettivi del Millennio. In proposito la Commissione sottolinea l’importanza della coerenza delle politiche di sviluppo e per la prima volta si sta assumendo impegni in proposito in queste comunicazioni.
<P>
Vorrei parlare di due questioni inerenti alle relazioni con la Banca mondiale: la cooperazione operativa tra la Commissione e la Banca e la rappresentanza dell’Unione europea nella direzione di tale istituzione.
<P>
Le relazioni tra la Commissione e la Banca mondiale sono di lunga data.
Condividiamo gli stessi obiettivi di ridurre la povertà e naturalmente gli obiettivi del Millennio.
La Banca mondiale sta lavorando per conseguire questi obiettivi, per mezzo delle sue principali linee operative e della valutazione prevista dalla Relazione globale di monitoraggio dei progressi compiuti.
<P>
La Commissione e la Banca collaborano strettamente per fornire gli aiuti mediante il – l’Accordo sul fondo fiduciario – ratificato nel 2001 e riveduto nel 2003.
Questa cooperazione si è tradotta nella partecipazione dell’Unione a vari fondi fiduciari, con un contributo totale di oltre 1 500 milioni di euro dal 2000.
<P>
Altri esempi sono i fondi per la lotta all’AIDS e fondi speciali, come l’Iniziativa multilaterale per la riduzione del debito dei paesi poveri fortemente indebitati (HIPC).
<P>
Inoltre, sia la Commissione che la Banca centrale si basano sempre più sulle strategie nazionali di riduzione della povertà definite dagli stessi paesi in via di sviluppo.
<P>
Oltre a questi obiettivi globali, la cooperazione con la Banca mondiale si incentra su alcune regioni geografiche prioritarie che sono oggetto di analisi congiunte, con cui intratteniamo un dialogo comune sulle politiche e ci adoperiamo per coordinare la programmazione finanziaria per i paesi più vicini ai confini dell’Unione europea.
Non parliamo pertanto solo del coordinamento delle iniziative della Banca mondiale e delle Istituzioni europee nei paesi che appartengono già all’Unione, ma anche, naturalmente, nei paesi candidati e nei paesi che rientrano nella politica di vicinato, come i Balcani occidentali, il nord Africa, il Medio Oriente e i paesi che appartengono alla Comunità degli Stati indipendenti.
<P>
La cooperazione dell’Unione, per il tramite della Commissione e della Banca mondiale, mira a garantire che le politiche applicate in quei paesi siano complementari, contribuiscano al recepimento dell’ comunitario e prestino particolare attenzione allo sviluppo istituzionale, all’ambiente e alle sue infrastrutture, alle riforme economiche e allo sviluppo del settore privato.
<P>
A tal fine, negli scorsi cinque anni la Commissione e talvolta la Banca europea per gli investimenti hanno firmato tre protocolli d’intesa con la Banca mondiale.
<P>
Questi protocolli fungono da quadro pratico per rafforzare la cooperazione nell’ambito del dialogo economico e dell’assistenza tecnica e finanziaria.
Essi coprono il coordinamento delle nostre attività nei settori che rientrano nella politica di vicinato dell’Unione. Nei prossimi mesi, inoltre, tali protocolli verranno estesi ai nuovi Stati membri e ai paesi candidati, con la prospettiva di includere i Balcani occidentali.
<P>
Infine vorrei parlare della rappresentanza dell’Unione negli organi direttivi della Banca mondiale.
<P>
Attualmente fanno parte della Banca 184 Stati, tra cui vi sono i 25 paesi membri dell’Unione europea.
La percentuale di voti detenuta dai 25 Stati membri dell’Unione in seno alla Banca mondiale è pari al 28 per cento, mentre gli Stati Uniti hanno il 16 per cento.
<P>
Tuttavia, questo 28 per cento non riflette, in effetti, il peso reale dell’Unione, essendo il contributo dell’Unione ai finanziamenti concessi persino superiore al 28 per cento.
In proposito è rivelatore l’esempio fornito dall’ultima relazione dell’Associazione internazionale per lo sviluppo (IDA), dalla quale risulta uno spettacolare cambiamento nei contributi dei donatori, che ha visto la quota europea passare dal 48 al 60 per cento, mentre quella degli Stati Uniti è scesa al 13,8 per cento, il livello più basso nella storia di questa istituzione.
<P>
Nonostante i dati summenzionati dimostrino che l’Unione partecipa sia al capitale che ai finanziamenti della Banca mondiale, non stiamo traendo pieno vantaggio da questo peso, perché l’Unione europea non ha una rappresentanza unificata negli organi direttivi della Banca.
Pertanto, gli Stati membri dell’Unione, anche se numericamente dominano il Consiglio direttivo della Banca, in generale hanno meno influenza rispetto agli Stati Uniti.
<P>
Attualmente la Commissione partecipa solo in veste di osservatore alle riunioni del Comitato di sviluppo della Banca, che è il principale organo decisionale dell’istituzione.
La medesima situazione si ripete anche nel Comitato monetario e finanziario internazionale del Fondo monetario internazionale e mette in rilievo la palese contraddizione tra l’importanza dell’Unione europea nella cooperazione allo sviluppo e la sua effettiva influenza sulla Banca mondiale o sull’andamento del sistema monetario internazionale, per mezzo della nostra moneta unica, nel caso del Fondo monetario internazionale.
<P>
La Commissione ribadisce che l’Unione, se vuole porre fine alla disparità tra influenza esercitata e contributi forniti e se aspira ad essere più presente sul piano internazionale, deve parlare a una sola voce.
Se l’Unione sarà in grado di presentare una posizione unitaria europea, accrescerà la propria visibilità ed influenza.
In proposito bisognerebbe notare che vi sono stati alcuni piccoli progressi nel coordinamento dell’Unione con gli organi direttivi della Banca.
<P>
Ad esempio, dall’anno scorso i direttori esecutivi della Banca mondiale che rappresentano paesi dell’Unione europea hanno riunioni annuali con membri del Parlamento europeo, con la Commissione e con rappresentanti delle organizzazioni non governative.
<P>
I direttori esecutivi dell’Unione in seno alla Banca mondiale hanno convenuto di incontrarsi con cadenza settimanale per scambi di opinioni, e un funzionario della Commissione appartenente alla nostra delegazione di Washington partecipa regolarmente a queste riunioni.
<P>
La Commissione sta lavorando per migliorare il coordinamento dei direttori esecutivi europei a Washington, ma l’obiettivo ultimo deve essere la rappresentanza unificata dell’Unione negli organi direttivi della Banca mondiale.
Naturalmente, prima di assumere tale decisione sarà necessario esaminarne attentamente le implicazioni giuridiche e finanziarie; tuttavia questo non ci deve impedire di analizzare seriamente come compiere progressi per conseguire tale obiettivo.
<P>
In conclusione, intratteniamo con la Banca mondiale una cooperazione stretta e di lunga data, in particolare nel sostegno ai paesi in via di sviluppo.
La Commissione desidera mantenere e rafforzare queste eccellenti relazioni di lavoro e migliorare il coordinamento sia con la Banca mondiale a livello operativo che tra i rappresentanti degli Stati membri negli organi direttivi dell’istituzione.
In tal modo l’Unione parlerà a una sola voce e avrà l’influenza che merita in seno alla Banca mondiale.
<SPEAKER ID="6" LANGUAGE="SV" NAME="Anders Wijkman," AFFILIATION="a nome del gruppo PPE-DE.">
<P>
   – Signor Presidente, desidero ringraziare il Presidente Schmit e il Commissario Almunia per i loro contributi.
Si può dire molto sulla Banca mondiale, sulla sua gestione e in particolare sulle modalità di nomina dei suoi direttori.
La recente elezione di Paul Wolfowitz dimostra che hanno pesato i meriti politici più che le qualifiche per il compito specifico, a riprova del fatto che la nomina degli alti dirigenti del sistema internazionale lascia ancora molto a desiderare.
<P>
Visto che ho poco tempo a disposizione, mi concentrerò in particolare sulle relazioni tra l’Unione europea e la Banca mondiale.
Sia il Presidente Schmit che il Commissario Almunia indicano che l’attuale debolezza è da imputare al fatto che non agiamo all’unisono e che non parliamo a una sola voce.
In Parlamento si è svolta di recente una riunione con i direttori europei della Banca mondiale, i quali sono stati assolutamente unanimi nel chiedere con insistenza una maggiore unità d’azione da parte dell’Unione sulle questioni relative allo sviluppo, sia in generale che nell’operato interno alla Banca mondiale.
Inoltre, circa un mese fa la commissione per lo sviluppo ha incontrato Jeffrey Sachs, il quale ha chiesto perché, visto che il flusso di denaro erogato a titolo di aiuti da parte dell’Unione europea è di gran lunga superiore a quello del resto del mondo, l’Unione non intraprenda un’azione più concertata.
Egli ha affermato che in tal modo il nostro lavoro sarebbe più efficace e produrrebbe migliori risultati, e che avremmo anche maggiore influenza su ogni dimensione di questo importante contesto.
<P>
In effetti sia il Presidente Schmit che il Commissario Almunia nei loro interventi hanno messo in rilievo che attualmente manca qualcosa.
Come possiamo intraprendere un’azione più concertata e unificata in politica estera, se continuiamo ad agire in modo così diviso nelle istituzioni internazionali?
E’ caratteristico il fatto che nei colloqui in corso sulla futura composizione del Consiglio di sicurezza non si parli dell’opportunità di assegnare all’UE, in quanto organo unificato, un seggio in seno al Consiglio di sicurezza, né del fatto che gli Stati membri invece continuano ad agire su base nazionale.
<P>
Dal canto mio posso solo sottolineare che dobbiamo apportare cambiamenti in proposito.
Abbiamo bisogno di cooperare in modo più concertato e dobbiamo conciliare i nostri sforzi in modo del tutto diverso al fine di ottenere davvero i risultati auspicati dall’azione intrapresa dall’UE e di essere in grado di assumerci maggiori responsabilità nell’arena globale.
<SPEAKER ID="7" LANGUAGE="DA" NAME="Poul Nyrup Rasmussen," AFFILIATION="a nome del gruppo PSE.">
<P>
   – Signor Presidente, Presidente Schmit, Commissario Almunia, vorrei ringraziare il Presidente in carica del Consiglio e il Commissario per i loro contributi sulla Banca mondiale.
Ritengo che abbiano davvero colto quello che in sostanza è necessario.
Cinque anni dopo la firma della dichiarazione del Millennio del 2000 sulle necessità fondamentali dei paesi in via di sviluppo fino al 2015, tra i cui firmatari ci sono anch’io, dobbiamo senza dubbio prendere atto che le cose non hanno preso la giusta piega, anzi, purtroppo hanno imboccato la direzione sbagliata pressoché ovunque.
<P>
E’ incontrovertibile il fatto che, negli scorsi 15 anni, 54 paesi sono diventati più poveri e che attualmente un miliardo di persone vive con meno di due euro al giorno.
La Banca mondiale non funziona bene come potrebbe.
Sono in corso una serie di importanti riforme, ma restano ancora da affrontare alcuni problemi.
Sostengo senza riserve l’importanza attribuita dal Commissario Almunia al fatto che l’Europa riesca a parlare a una sola voce, e vorrei richiamare l’attenzione su quattro compiti che mi paiono urgenti.
<P>
Il primo compito deriva dalla reale necessità che l’Europa trovi il modo di intraprendere azioni concertate in seno alla Banca mondiale.
Se riusciremo in tale intento, avremo il 27,98 per cento dei voti, mentre gli Stati Uniti avranno il 16,39 per cento.
Attualmente il paese europeo con la quota più consistente di voti, dopo gli Stati Uniti, è la Germania, con il 4,49 per cento.
Non sto parlando di un nuovo conflitto di interessi, ma di un equilibrio di gran lunga migliore in seno alla Banca mondiale nonché della necessità, come secondo compito, di chiedere una riforma delle norme e delle condizioni per la concessione dei prestiti e di insistere davvero perché esse vengano applicate.
Dobbiamo assicurare il coordinamento tra gli aiuti ai paesi in via di sviluppo erogati dalla Banca mondiale, dal Fondo monetario internazionale e dalle Nazioni Unite.
In tal modo i nostri sforzi saranno coordinati invece di sovrapporsi.
<P>
Il terzo compito riguarda la necessità di riformare il Consenso di Washington.
Dobbiamo smetterla di fare le stesse richieste ai paesi poveri e a quelli ricchi. Dobbiamo invece aiutare i paesi in via di sviluppo a costruire Stati forti e sani, che possano avvalersi del diritto di gestire direttamente la politica di sviluppo.
Il nostro quarto e ultimo compito, signor Presidente, è di prendere davvero sul serio la relazione dell’Organizzazione internazionale del lavoro sulla povertà mondiale, come dovrebbe fare anche la Banca mondiale.
“Lavoro dignitoso per tutti”, ecco lo strumento decisivo per eliminare la povertà.
<P>
Vorrei concludere unendomi al Commissario Almunia e al Presidente Schmit nel ribadire l’importanza che l’Europa si assuma anche la responsabilità effettiva derivante dal fatto di essere la maggiore organizzazione mondiale che fornisce aiuti ai paesi in via si sviluppo.
Dovremmo condividere la responsabilità di assicurare che anche la Banca mondiale agisca di conseguenza.
<SPEAKER ID="8" LANGUAGE="NL" NAME="Johan Van Hecke," AFFILIATION="a nome del gruppo ALDE.">
<P>
   – Signor Presidente, nel 1944, quando è stata creata la Banca mondiale, i sette paesi più ricchi, i G7, producevano la stragrande maggioranza di tutte le merci mondiali; oggi ne producono appena la metà.
In quell’epoca gli Stati Uniti erano il maggiore creditore, oggi sono il maggiore debitore.
Sessant’anni fa i paesi in via di sviluppo erano ancora incapaci di reggersi in piedi da soli, oggi la loro influenza sui negoziati multilaterali, ad esempio nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio, non può più essere ignorata.
<P>
Tutti questi cambiamenti indicano che la Banca mondiale ha urgente necessità di riforme radicali.
Finché i paesi in via di sviluppo non avranno davvero voce in capitolo nella politica e nei processi decisionali della Banca mondiale, questa istituzione continuerà a essere percepita come uno strumento di controllo nelle mani dei cosiddetti ricchi, invece di essere un organismo internazionale che mira a perseguire stabilità e sviluppo, in uno spirito di mutuo rispetto e forte compartecipazione.
<P>
La Banca mondiale ora dispone di un dipartimento per le relazioni esterne che conta un organico di oltre 300 persone e che la Banca stessa definisce come uno dei dipartimenti più importanti per migliorare la propria immagine. Resta tuttavia da capire se tale obiettivo non si potrebbe raggiungere in altro modo, ovvero coinvolgendo in modo più efficace i paesi in via di sviluppo nelle iniziative della Banca, rendendo il processo decisionale più trasparente e controllando meglio le spese.
In breve, sono tra quanti ritengono che la Banca mondiale abbia urgente bisogno di essere rifornita di risorse non in termini finanziari, ma interni.
Sembra davvero che le strutture, il funzionamento e la mentalità di questa organizzazione internazionale, che è considerata tra le più grandi e tra le più autorevoli, siano fermi da oltre cinquant’anni.
<SPEAKER ID="9" LANGUAGE="" NAME="Monica Frassoni," AFFILIATION="a nome del gruppo Verts/ALE">
<P>
   . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, sono molto grata ai colleghi degli altri gruppi che hanno sostenuto la nostra proposta di discutere la questione della Banca mondiale, anche se ero perfettamente consapevole, come la maggior parte di noi, che il Consiglio non poteva fare affermazioni molto diverse da quanto il Ministro Smith ha dichiarato stamattina.
Tuttavia, noi dobbiamo essere consapevoli del fatto che una situazione non soddisfacente può e deve essere cambiata, anche perché questo mi sembra un settore nel quale la volontà politica ci può essere di aiuto.
<P>
Non dobbiamo ricorrere a grandi articoli del Trattato per fare in modo che il Consiglio e la Commissione, insieme al Parlamento, cosa assolutamente indispensabile, possa lavorare per migliorare o perlomeno per mettere all’ordine del giorno il tema del coordinamento europeo.
Un coordinamento europeo che tuttavia non si dovrebbe solamente limitare al pur meritorio lavoro di cooperazione tecnica e finanziaria, ma che si deve concentrare anche sulle politiche della Banca mondiale – sulle quali, appunto, non interveniamo in alcun modo – sui processi di nomina e sui criteri di concessione dei finanziamenti.
Ritengo che questi siano i tre elementi sui quali l’azione del Parlamento europeo dovrebbe essere definita meglio: lo possiamo fare se lo vogliamo.
<P>
Io penso, Presidente, lei mi potrà correggere nella sua eventuale risposta, che questo non sia un problema di competenze ma di volontà politica: se il Consiglio vuole può agire, al pari della Commissione, e lo stesso vale per il Parlamento.
<P>
Per quanto riguarda le procedure di nomina sappiamo benissimo che dal 2000 al 2001, sono state emesse delle direttive per renderle più trasparenti ed accettabili.
Queste direttive sono state disattese e ciò ha un forte valore politico: ancora una volta non si tratta di una questione di carattere procedurale o istituzionale.
Gli Stati Uniti hanno respinto il primo candidato proposto dagli europei alla direzione del Fondo monetario internazionale, i paesi europei non hanno fatto altrettanto quando Wolfowitz è stato presentato come candidato a dirigere la Banca mondiale.
Avrebbero potuto farlo.
Due telefonate sono state sufficienti per convincere un paio di primi ministri o presidenti di governo europei, e gli sono stati completamente aggirati: mi sembra che ciò sarebbe stato perfettamente evitabile se l’avessimo voluto.
<P>
Per quanto riguarda la qualità delle politiche della Banca mondiale, noi oggi non abbiamo nessuna particolare garanzia che alcune piccole aperture che erano state iniziate da Wolfensohn saranno continuate: penso alla governance, penso alla questione della corruzione.
Credo che anche su questo noi dovremmo cercare di incidere.
Ci sono una serie di progetti estremamente controversi come la grande diga del Nam Theun in Laos o un progetto di miniera in Guatemala, che sollevano un’opposizione assolutamente generale, però i nostri li hanno approvati.
Se questo Parlamento o l’opinione pubblica ne fossero stati al corrente, probabilmente avrebbero reagito in modo diverso.
Mi piacerebbe sentire oltre a dichiarazioni di impotenza anche qualche elemento di volontà di agire.
<SPEAKER ID="10" LANGUAGE="" NAME="Luisa Morgantini," AFFILIATION="a nome del gruppo GUE/NGL">
<P>
   . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio Monica Frassoni per aver chiarito in modo così diretto le questioni sul tappeto.
<P>
Penso che la nomina di Wolfowitz a capo della Banca mondiale abbia nuovamente messo in luce il di democrazia e di trasparenza che caratterizza il processo di selezione e nomina del presidente della più importante istituzione finanziaria mondiale per lo sviluppo.
Anche commissione sviluppo di questo Parlamento lo ha messo in evidenza.
Ci piacerebbe pensare che il Presidente della Banca mondiale possegga un approccio positivo alla risoluzione dei conflitti interculturali, nonché un convinto impegno a supporto del multilateralismo, insieme, ovviamente, ad un personale coinvolgimento in favore dell’eguaglianza sociale e nella lotta alla povertà.
<P>
Ma la di là del giudizio sulla persona, nota comunque per essere uno dei più efficaci promotori della dottrina della guerra preventiva, nonché dell’esportazione della democrazia con le armi – non si sa mai, anche San Paolo si convertì sulla via di Damasco – sembra che la Banca mondiale non si sia evoluta molto rispetto al quadro fissato a Bretton Woods, ormai più di sessant’anni fa.
Questo è vero anche per il sistema dei voti e dei seggi di cui è necessaria una revisione, anche per rispondere alle richieste dei paesi del sud del mondo e dei movimenti che si sono espressi in questi anni per un sud diverso e per la partecipazione.
<P>
L’Unione europea si è impegnata a garantire e facilitare una maggiore compartecipazione dei paesi in via di sviluppo nei processi decisionali dell’economia globale, incluse le istituzioni finanziarie internazionali.
Tuttavia, a prescindere da questi accordi e dagli impegni assunti dall’UE – a Monterrey, Barcellona, Johannesburg – sarebbe corretto e coerente assicurare il buongoverno nella gestione di un’istituzione che per prima la richiede come condizione per accedere ai finanziamenti.
<P>
Il mancato rispetto dei criteri di democraticità e trasparenza mina le fondamenta, la legittimità e la credibilità delle istituzioni internazionali, in un mondo in cui si sente il bisogno di istituzioni internazionali forti e legittimate, che promuovono la partecipazione: basta leggere il libro di Aminata Toure che nel Mali ha avuto un’esperienza drammatica dell’operato della Banca mondiale.
<P>
L’Unione europea può svolgere un ruolo fondamentale per questa legittimità, anzi, l’Unione europea deve svolgere proprio questo ruolo, ma per farlo deve usare un’unica voce: bisogna sviluppare un maggior coordinamento tra i direttori europei, dato che l’Europa detiene il 30 per cento dei voti nel consiglio di amministrazione della Banca mondiale e anche del Fondo monetario internazionale.
<P>
L’Unione europea, lo ribadiamo, è il più grande donatore del mondo, però dimentica spesso di accompagnare le donazioni ad un’efficace azione politica.
Un importante ruolo può essere svolto dai parlamenti europei e in una riunione New York questo è già stato fatto.
Sono necessarie risposte chiare: la riforma democratica delle procedure deve però vedere anche un ribaltamento dell’asimmetrica posizione tra le economie del nord e del sud del mondo.
<P>
Credo che dobbiamo portare sviluppo e molto spesso, invece, le politiche della Banca mondiale hanno avuto effetti devastanti sulle popolazioni.
Ciò riguarda in particolare le privatizzazioni e i bisogni primari, dato che sembra inutile, come ha detto l’onorevole Watson, che i mercati dei paesi in via di sviluppo siano pieni di merci che le popolazioni non possono acquistare perché non dispongono di lavoro e di denaro per acquistarle.
<SPEAKER ID="11" LANGUAGE="EN" NAME="John Whittaker," AFFILIATION="a nome del gruppo IND/DEM.">
<P>
   – Signor Presidente, nell’Unione europea siamo molto bravi con l’ipocrita retorica sulla necessità di ridurre la povertà dei paesi poveri.
Nonostante le apparenze, però, non è questo l’argomento della discussione.
Come ha chiarito il Commissario Almunia, si tratta dell’influenza dell’Unione europea.
<P>
A prescindere dal fatto che io personalmente ritenga Paul Wolfowitz più o meno adatto a dirigere la Banca mondiale, l’iniziale ostilità dell’Unione europea nei suoi confronti si è smorzata.
L’UE ha bisogno di sostegno per la candidatura di Pascal Lamy alla guida dell’Organizzazione mondiale del commercio e per la probabile candidatura della baronessa Amos alla guida del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo.
Di qui il commento di secondo cui il sostegno a Wolfowitz è un compromesso, nonché le osservazioni di analogo tenore fatte da altre ONG.
<P>
Pur non sminuendo il valore dell’assistenza offerta ai paesi poveri dalla Banca mondiale e dall’Unione europea, ritengo che per tali paesi condizioni commerciali eque sarebbero più utili di qualsivoglia aiuto o alleggerimento del debito.
Il commercio, più che gli aiuti, permette ai paesi poveri di autoaiutarsi, come hanno chiesto gli indonesiani dopo lo .
<P>
Purtroppo l’Unione sembra eccellere nel creare nuova povertà, quando mette in atto la propria agenda: ad esempio quando compra i diritti di pesca delle acque costiere della Mauritania, dell’Angola e del Mozambico, impoverendo così i pescatori locali; o quando cerca di comprare il tacito consenso dei paesi poveri alle sue politiche protezionistiche tramite accordi di partenariato economico.
<P>
Senz’altro la retorica continuerà.
Di fatto le azioni dell’Unione europea sono guidate dalla ricerca del suo tornaconto invece che dalla filantropia, e l’Unione persegue questo tornaconto piazzando i suoi nei posti al vertice.
<SPEAKER ID="12" LANGUAGE="DE" NAME="Hans-Peter Martin (NI )." AFFILIATION="web">
<P>
   – Signor Presidente, se mi è consentito, vorrei utilizzare il breve tempo a mia disposizione per proporre un suggerimento.
<P>
Il 18 maggio la Commissione si dedicherà all’Iniziativa europea per la trasparenza.
E’ in esame una vasta gamma di idee, tra le quali quella di riprogettare i siti dell’Unione europea.
Mi chiedo se il Consiglio e la Commissione, e naturalmente anche il Parlamento, non potrebbero compiere passi tangibili per lanciare un sito migliore che affermi con chiarezza quello che fa effettivamente la Banca mondiale, quali progressi noi europei abbiamo finora conseguito in tale istituzione, quali sono i nostri rappresentanti in seno alla Banca, gli specifici progetti previsti e quali opportunità abbiamo di far sentire la nostra voce.
<P>
Perché dico tutto ciò?
Dopo aver seguito la discussione sullo schermo, sono stato costretto a trarre la spiacevole conclusione che quasi tutto quello che è stato detto era già stato detto 20 anni fa.
A mio avviso, sarà possibile portare avanti le necessarie riforme, e la maggioranza dei deputati ritiene che la Banca mondiale ne abbia urgente bisogno, se verranno utilizzate procedure trasparenti per rendere pubbliche le questioni trattate.
<SPEAKER ID="13" LANGUAGE="DE" NAME="Othmar Karas (PPE-DE )." AFFILIATION="status">
<P>
   – Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli deputati, quanto è stato detto finora durante la discussione ha dimostrato di nuovo con molta chiarezza che siamo grandi erogatori di finanziamenti, ma non ancora dei grandi attori politici.
Non è sufficiente che ci limitiamo a offrire spiegazioni sul motivo per cui le cose stanno così e ad esprimere il nostro rammarico; siamo chiamati a intraprendere azioni e dobbiamo fare tutto il possibile per assicurare che questo avvenga quanto prima, così da colmare il divario tra quello che siamo e quello che vorremmo essere.
Altrimenti non saremo in grado di rispettare i nostri impegni né all’interno né al di fuori dell’Unione europea.
<P>
Sia il contributo del Consiglio che quello della Commissione si sono incentrati non tanto sulla Banca mondiale, quanto piuttosto su un’accurata analisi delle nostre carenze.
I due interventi mettono in rilievo che il problema non è la Banca centrale, il problema siamo noi.
Come il Presidente in carica del Consiglio ha già detto, il problema è che gli Stati membri, e non il Consiglio, sono responsabili della questione, anche se sarebbe comprensibile ritenere che siano la stessa identica cosa.
In veste di membri del Consiglio, gli Stati membri dovrebbero fare tutto il possibile per assicurare che il Consiglio adotti misure intese a rimediare a tale carenza.
<P>
E’ stato detto che prima o poi in futuro dovremmo avviare questo processo.
Tuttavia, invece di lasciare questo proposito a un futuro indefinito, dobbiamo concretizzarlo adesso e senza indugio.
La Costituzione ci fornisce l’opportunità di farlo, in quanto riconosce all’Unione europea uno giuridico, del quale dobbiamo avvalerci per affrontare le carenze della nostra rappresentanza esterna.
<P>
A mio avviso le politiche che perseguiamo in seno al Fondo monetario internazionale, alla Banca mondiale, all’Organizzazione mondiale del commercio, alle Nazioni Unite e alla Banca europea per gli investimenti sono interconnesse.
Tutti i nostri rappresentanti in seno a quelle istituzioni devono parlare a una sola voce ed essere coordinati da una persona, perché possiamo assolvere i compiti che ci spettano a livello mondiale.
L’accresciuta influenza della globalizzazione sulle nostre azioni implica la crescente necessità di un ordine globale, di un ordine sociale ed economico e di un ordine fondato su principi.
Non saremo in grado di svolgere adeguatamente il nostro ruolo in tali organizzazioni se non iniziamo a definire un ordine del genere in seno all’Unione europea.
Siamo noi che dobbiamo agire, non la Banca mondiale.
<SPEAKER ID="14" LANGUAGE="NL" NAME="Margrietus van den Berg (PSE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, in passato il Presidente Wolfowitz ha assunto una posizione piuttosto unilaterale ed è noto per essere un sostenitore della linea dura; adesso è divenuto Presidente della Banca mondiale, che è un’istituzione multilaterale per lo sviluppo.
Per dirla in termini monetari, questo è senza dubbio un notevole esempio di riciclaggio.
Tale nomina inoltre è imbarazzante per l’Europa; come qualcuno ha detto poco fa, ci sono delle nuove procedure che prevedono la nostra consultazione, ma sono bastate poche telefonate dagli Stati Uniti per garantire la nomina del loro candidato.
Non vi è stato alcun previo accordo su un candidato comune, come è invece successo per la nomina di Pascal Lamy all’Organizzazione mondiale del commercio.
Per quanto riguarda la Banca mondiale, siamo arrivati tardi e disuniti.
A mio avviso è questo il nostro tallone d’Achille, e gli interventi del Consiglio e della Commissione hanno avuto l’onestà di riconoscerlo.
<P>
Inutile dire che la questione non riguarda solo un candidato comune, ma anche la nostra politica.
Tutti sanno che, in virtù del Consenso di Washington, le istituzioni finanziarie internazionali e multilaterali perseguono linee e priorità che spesso sono in contrasto con la politica di sviluppo e di lotta alla povertà che l’Europa vorrebbe attuare a livello internazionale.
Non si tratta necessariamente di ottenere tutto a tutti i costi.
Abbiamo bisogno di equilibrio.
Per ottenere questo equilibrio e riuscire a concentrare l’attenzione della Banca mondiale sugli obiettivi sociali, la riduzione della povertà e gli obiettivi del Millennio, è necessario parlare a una sola voce, il che richiede un’azione congiunta.
Sono d’accordo con quanto è stato testé detto: la nuova Costituzione ci può conferire maggiore libertà d’azione e, in un certo senso, il dovere di agire in seno alle istituzioni come Europa e di parlare a una sola voce.
<P>
E’ davvero incredibile: eroghiamo il 60 per cento dei prestiti a condizioni agevolate e abbiamo la quota maggiore dei voti, ma nello stesso tempo siamo assenti sotto tutti gli aspetti.
Non tollereremo più questo stato di cose nel settore commerciale.
Penso che questo sia un punto cruciale.
Abbiamo inoltre bisogno di coerenza.
In Africa, ad esempio, la Banca mondiale partecipa a un’iniziativa prioritaria per l’istruzione.
La Commissione tuttavia non intende parteciparvi, in quanto i documenti per la strategia nazionale di quella regione prevedono strade e infrastrutture, non istruzione.
Non stiamo pertanto mantenendo fede alle promesse, anche se in quest’Aula invochiamo un’azione coerente e comune.
<P>
Vi è quindi un problema da entrambe le parti.
Consiglio e Commissione potrebbero riconsiderare la possibilità di intraprendere, ai sensi della nuova Costituzione, un’iniziativa, perlomeno economica e politica, a nome della Banca mondiale?
Dobbiamo inoltre rafforzare la nostra attuale posizione in relazione alle modalità di cooperazione.
La nostra posizione al momento è davvero sconfortante.
Né il Consiglio, né la Commissione sono pronti a farsene carico.
In ultima analisi entrambi hanno parlato in modo molto convincente e insieme fortemente pessimistico.
Dobbiamo andare incontro al futuro con ottimismo.
<SPEAKER ID="15" LANGUAGE="ES" NAME="Ignasi Guardans Cambó (ALDE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, è chiaro che la Banca mondiale è uno strumento efficace e potrebbe esserlo ancora di più. Non credo che il problema sia la nuova dirigenza.
Non ritengo particolarmente preoccupante il fatto che la nuova dirigenza della Banca mondiale riorienti energie, finora dirette ad altre aree, al fine di fare funzionare meglio questa istituzione.
<P>
Il problema riguarda noi, sta nell’ipocrisia del discorso europeo in virtù del quale passiamo il tempo a spiegare ai nostri cittadini che l’Europa vuole esercitare un’influenza sul mondo e come intende contribuire alla pace nel mondo.
I governi dicono queste cose agli elettori e poi non compiono il minimo sforzo per tradurre le parole e le promesse in azioni concrete.
<P>
L’Unione europea, in quanto tale, non ha alcun peso in seno alla Banca mondiale.
Non abbiamo bisogno di una nuova Costituzione per contare di più; è un problema di volontà politica e di coerenza.
Il Commissario Almunia lo ha spiegato perfettamente.
In seno alla Banca centrale abbiamo 25 Stati membri che non si parlano, cosa che dobbiamo condannare.
E’ molto facile protestare contro la nomina di Paul Wolfowitz, e forse dovremmo farlo; dovrebbe però venirci ancora più spontaneo condannare l’incapacità dei nostri governi di coordinarsi in materia di politiche, nomine e criteri per la concessione dei finanziamenti.
<SPEAKER ID="16" LANGUAGE="DE" NAME="Frithjof Schmidt (Verts/ALE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli deputati, il problema più urgente delle politiche della Banca mondiale riguarda l’aggiustamento strutturale.
Da svariati decenni la Banca mondiale sostiene i programmi di aggiustamento strutturale, benché questi abbiano avuto spesso esiti grotteschi, ad esempio nel caso della privatizzazione dei servizi.
<P>
Un buon esempio di quanto detto sono le forniture idriche; nonostante la privatizzazione e la costruzione di infrastrutture, il prezzo dell’acqua è aumentato così rapidamente che le fasce sociali più povere non possono più permettersi di comprarla.
Un altro esempio è la politica commerciale; in questo settore, infatti, la subordinazione della concessione di prestiti alla liberalizzazione forzata e all’apertura dei mercati ha indebolito la posizione negoziale dei paesi in via di sviluppo in seno all’Organizzazione mondiale del commercio.
Tale situazione è in stridente contrasto con gli obiettivi della politica di sviluppo dell’Unione europea, che, ad esempio, attribuiscono alle forniture idriche un ruolo centrale nella lotta contro la povertà e mirano al rafforzamento della capacità negoziale dei paesi in via di sviluppo nelle trattative dell’OMC.
Questa è pertanto la strategia di attacco da adottare per cambiare le politiche della Banca mondiale.
<P>
La riforma che è attualmente nelle sue fasi iniziali non cambierà assolutamente niente.
La cosiddetta nuova politica di selezione per la concessione dei prestiti, di cui è imminente l’introduzione, è in sostanza l’ammissione del fallimento di più di trent’anni di politiche della Banca mondiale; in breve, in virtù di tale politica i paesi che negli ultimi anni o decenni hanno partecipato ai programmi di aggiustamento strutturale della Banca mondiale senza aver ottenuto buoni risultati e senza averne ricavato alcun vantaggio adesso otterranno denaro per affrontare i problemi sociali più urgenti.
I paesi che non hanno aderito adeguatamente alle politiche della Banca mondiale riceveranno meno denaro.
Tale distinzione tra paesi che si sono comportanti bene e paesi che si sono comportati male è estremamente discutibile. A mio avviso, la Commissione e il Consiglio hanno il dovere di pretendere che tale valutazione venga effettuata quantomeno sulla base di criteri chiari, trasparenti e di facile comprensione.
Credo che la Commissione e il Consiglio abbiano inoltre il dovere di sollecitare la Banca mondiale ad apportare ampi cambiamenti alla sua strategia di riduzione della povertà, nel quadro della riforma delle Nazioni Unite e degli obiettivi di sviluppo del Millennio.
<SPEAKER ID="17" LANGUAGE="EN" NAME="Proinsias De Rossa (PSE )." AFFILIATION="ad hoc">
<P>
   – Signor Presidente, devo dire che sono sbalordito dalla dichiarazione odierna del Consiglio secondo la quale nessuna formazione del Consiglio ha compiuto il benché minimo sforzo per raggiungere una posizione comune sulla nostra posizione nella Banca mondiale, o per far valere in seno alla Banca mondiale il forte peso che abbiamo in termini finanziari e di voti, nonostante di recente tutti i capi di Stato abbiano solennemente firmato la Costituzione europea, che afferma la nostra volontà di porre fine alla povertà nel mondo, e nonostante tutti gli Stati membri abbiano firmato gli obiettivi di sviluppo del Millennio.
<P>
Ci sono ancora Stati che non rispettano l’impegno di arrivare a destinare agli aiuti allo sviluppo lo 0,7 per cento del PIL, obiettivo, questo, che è stato introdotto decenni fa.
L’anno scorso, lo Stato membro cui appartengo si è solennemente impegnato dinanzi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a raggiungere lo 0,7 per cento del PIL entro il 2010.
Quest’anno il mio paese ha annunciato che non rispetterà tale obiettivo, non perché manchi il denaro, ma perché il governo lo vuole utilizzare per vincere le prossime elezioni!
<P>
E’ chiaro che i governi degli Stati membri dell’Unione europea sono più interessati al commercio che all’eliminazione della povertà.
I governi dell’UE sono più interessati a consolidare la propria posizione in seno all’Organizzazione mondiale del commercio che in seno alla Banca mondiale affinché persegua gli obiettivi dell’Unione.
Vorrei invitare l’Assemblea a chiedere la creazione di una commissione incaricata di elaborare una posizione comune dell’Unione europea sulla Banca mondiale, in modo da indurre il Consiglio e la Commissione ad approvare la posizione del Parlamento in materia.
<SPEAKER ID="18" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   – Signor Presidente, innanzi tutto desidero ringraziare gli onorevoli deputati per questa discussione estremamente interessante, nonché per i messaggi molto utili che hanno rivolto non solo al Consiglio, ma anche alla Commissione.
Riprenderò due o tre questioni. Incomincerò dall’influenza dell’Unione nelle istituzioni finanziarie e in particolare nella Banca mondiale.
Permettetemi per un attimo di parlare a nome della Presidenza invece che in veste di rappresentante del Consiglio.
<P>
E’ vero che, se fossimo azionisti di un’impresa privata, gestiremmo molto male la nostra quota di capitale sociale.
Come sapete, però, le cose sono un po’ più complicate e non ci troviamo in questa situazione.
Siamo in una situazione diversa, che è di natura politica.
Cionondimeno, devo riconoscere che è assolutamente necessario che l’Unione europea coordini meglio le proprie posizioni in seno a queste organizzazioni e in particolare in seno alla Banca mondiale, in quanto, come molti di voi hanno detto, esercitiamo un’influenza ben al di sotto del nostro peso reale, finanziario ma anche politico.
<P>
In proposito desidero far presente che nel Trattato potrebbe esserci un articolo che bisognerebbe rileggere ed eventualmente utilizzare per dare seguito alla discussione di stamani.
Mi riferisco all’articolo 99 del Trattato, che è ripreso anche nel progetto di Costituzione, ai sensi del quale gli Stati membri, sulla base di una proposta, possono coordinare meglio le proprie posizioni in seno alle istituzioni finanziarie e alle conferenze finanziarie internazionali.
Credo dunque che resti aperto il problema della rappresentanza dell’Unione negli organismi internazionali, e in particolare in quelli finanziari.
Non c’è bisogno che io ritorni sulle difficoltà correlate a tale questione.
<P>
La seconda questione che avete sollevato e che forse è in parte legata alla prima è la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali e in particolare della Banca mondiale.
Credo che in proposito il ruolo dell’Unione europea sia di capitale importanza.
Dobbiamo infatti esortare il nuovo Presidente della Banca mondiale a portare avanti la riforma del funzionamento della Banca mondiale e anche delle sue politiche, e questo era in parte anche lo scopo dell’incontro informale con Paul Wolfowitz.
Penso che, anche a tale riguardo, il ruolo europeo sarà tanto maggiore quanto più l’Unione parlerà a una sola voce, il che ci riporta alla questione dell’influenza dell’Unione europea nelle istituzioni internazionali, nel cui ambito sarà indubbiamente necessario tenere in maggiore considerazione i nuovi equilibri di potere mondiali, integrare meglio i nuovi attori internazionali e le nuove potenze economiche, senza dimenticare i paesi in via di sviluppo.
<P>
L’ultimo punto riguarda la politica di aiuto allo sviluppo.
Il Commissario ha fornito anche alcuni dati al riguardo.
L’Unione europea è il maggiore donatore; eroga più del 50 per cento degli aiuti allo sviluppo.
Devo dire che abbiamo iniziato a esaminare nuove forme di finanziamento per gli aiuti allo sviluppo.
L’ultimo Consiglio ECOFIN ha lavorato su queste modalità di finanziamento.
Siete tutti a conoscenza della proposta di istituire determinate imposte proprio al fine di rispettare, se non di aumentare, la percentuale di aiuti allo sviluppo prevista. Posso dirvi che in occasione della riunione informale del 13 e 14 maggio a Lussemburgo, il Consiglio ECOFIN intende ritornare su queste nuove modalità di finanziamento dell’aiuto allo sviluppo, in particolare al fine di garantire il rispetto degli obiettivi del Vertice del Millennio che si svolgerà a settembre.
<SPEAKER ID="19" LANGUAGE="ES" NAME="Joaquín Almunia," AFFILIATION="Membro della Commissione.">
<P>
   – Signor Presidente, innanzi tutto vorrei dire che condivido tutti gli interventi che hanno parlato della necessità di un più stretto coordinamento tra gli Stati membri dell’Unione europea nelle attività, nel processo decisionale, nell’orientamento delle politiche e nella strategia della Banca mondiale.
<P>
Per mezzo degli strumenti a sua disposizione la Commissione cerca di influenzare le politiche della Banca mondiale e di orientarle verso i nostri obiettivi in materia di politica di sviluppo e di aiuti ufficiali allo sviluppo.
Nel mio intervento di apertura ho parlato dei protocolli d’intesa e dei fondi fiduciari per mezzo dei quali agiamo, unendo le risorse della Banca mondiale alle risorse finanziarie dell’Unione europea in una serie di attività e regioni del mondo, ogni volta che reputiamo che tali azioni siano in linea con gli obiettivi decisi dall’Unione europea nonché con le sue priorità nel settore degli aiuti allo sviluppo e delle sue politiche di sostegno allo sviluppo nei paesi più poveri del mondo.
<P>
In secondo luogo ribadisco quanto ho detto nel discorso iniziale e che è stato anche ripreso da molti di voi, vale a dire la necessità di compiere progressi affinché l’Unione europea si esprima a una sola voce in seno alla Banca mondiale e alle altre istituzioni internazionali.
<P>
Alcuni di voi hanno detto che l’entrata in vigore della Costituzione imprimerà l’impulso necessario per conseguire questo obiettivo. In effetti l’entrata in vigore della Costituzione, la personalità giuridica unica dell’Unione europea e lo slancio politico che deriverà dall’applicazione della Costituzione devono aiutarci a compiere progressi in tal senso.
Tuttavia, come ha appena messo in rilievo il Presidente in carica del Consiglio, ai sensi del Trattato vigente e delle disposizioni attualmente in vigore, l’Unione dovrebbe già parlare a una sola voce in molte istituzioni, compresa la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, almeno per quanto riguarda la zona euro.
<P>
Vi è tuttavia un altro elemento che ci aiuterà.
Non so se esso rifletta la volontà di tutti gli Stati membri, ma credo che sia in linea con la volontà comune dell’Unione, del Parlamento, della Commissione e del Consiglio.
L’Europa vuole essere un attore globale, come ha detto l’onorevole Karas, ma vi sono alcuni paesi che diventeranno attori globali e che chiedono la riforma dei criteri di rappresentanza dei vari paesi e regioni del mondo in seno agli organi direttivi delle istituzioni finanziarie internazionali e in particolare della Banca mondiale.
Di fronte a questa pressione l’Unione europea non può rispondere in modo diviso, deve rispondere in modo unitario, in vista dell’obiettivo di parlare a una sola voce.
<P>
Vorrei fare un’osservazione sulla nomina del nuovo Presidente della Banca mondiale.
Come sapete, la Commissione europea non partecipa in alcun modo a questa procedura, ma Wolfowitz diventerà Presidente della Banca mondiale il 1° giugno.
Vogliamo che, a partire da questa data, la Banca mondiale continui a lavorare sugli aspetti positivi che hanno caratterizzato la Presidenza di James D. Wolfensohn negli ultimi dieci anni.
In entrambe le occasioni in cui nelle ultime settimane, in veste di membro della Commissione europea, ho potuto parlare personalmente con Wolfowitz, gli ho detto che dal 1° giugno la Commissione europea e tutta l’Unione vogliono che la Banca mondiale continui sulla via seguita negli anni della Presidenza di Wolfensohn.
Devo dire che finora dalle risposte di Wolfowitz emerge l’impegno a continuare a lavorare su questi aspetti positivi.
Mi auguro che dopo il 1° giugno avremo effettivamente conferma di tale impegno.
<SPEAKER ID="20" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – Con questo si conclude la discussione sul presente argomento.
<SPEAKER ID="21" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulla situazione nel Kirghizistan e in Asia centrale.
<SPEAKER ID="22" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   Signor Presidente, onorevoli deputati, sono particolarmente lieto dell’opportunità datami di intervenire a nome del Consiglio su temi importanti inerenti a una regione fondamentale come l’Asia centrale.
Per l’Unione europea, questa regione è cruciale da numerosi punti di vista: geopolitico, geostrategico e anche economico.
<P>
Malgrado alcuni recenti sviluppi, la situazione in Kirghizistan rimane critica.
La nuova dinamica politica è strutturata in base ad alleanze personali e regionali, mentre i partiti politici rivestono un ruolo puramente nominale.
Le elezioni presidenziali sono previste per il 10 luglio, con la possibilità di un secondo turno il 24 luglio.
I rischi legati alla sicurezza e all’incerta situazione economica potrebbero complicare la campagna presidenziale, che, in effetti, si sta trasformando sempre più in una gara tra i due principali candidati sulla scena politica del paese, Kulov e Akayev.
<P>
Per questo motivo, la stabilità del paese dipende in gran parte da un possibile riavvicinamento dei due politici, i quali potrebbero trovare un compromesso che preveda l’impegno a rispettare il risultato delle elezioni, cosa che dovrebbe essere normale in una democrazia, a condizione che il candidato perdente possa assumere la carica di Primo Ministro.
Tuttavia, i contatti informali tra le due fazioni non hanno, sinora, portato a risultati tangibili.
A tale proposito, durante la campagna presidenziale il messaggio della comunità internazionale, di cui fanno parte l’OSCE e l’Unione europea, deve vertere principalmente sull’importanza di garantire elezioni libere e imparziali.
<P>
Tuttavia, lo svolgimento di elezioni democratiche non garantirà automaticamente la piena riuscita del processo di democratizzazione.
Molte questioni politiche rimarranno all’ordine del giorno, segnatamente la riforma costituzionale, le previste elezioni parlamentari, l’indipendenza dei e lo sviluppo di un sistema politico basato sullo sviluppo naturale dei partiti politici.
<P>
Il tema della riforma costituzionale è già stato affrontato nel dibattito elettorale.
Il parlamento ha istituito un consiglio costituzionale che deve stabilire i principi della riforma costituzionale da attuare dopo il risultato elettorale.
Malgrado ciò, diversi attori politici assumono posizioni totalmente opposte in materia.
La congiuntura economica non registra miglioramenti significativi e l’ordine pubblico rimane precario.
La confisca dei terreni attorno a Bishkek aumenta il rischio di disordini.
Le questioni etniche sono al centro del dibattito politico.
In generale, la situazione delle minoranze etniche desta ancora preoccupazioni.
<P>
Tutti i principali attori internazionali, Russia compresa, sono favorevoli al mantenimento della stabilità e della sicurezza interna in Kirghizistan.
I nuovi del paese sono riusciti a mantenere buone relazioni con tutti i paesi limitrofi, in modo particolare con il Kazakistan e l’Uzbekistan.
Presto sarà ultimato il lavoro dell’OSCE per il Kirghizistan, che il governo kirghizo dovrà approvare nei prossimi giorni.
La Commissione europea ha di recente annunciato l’intenzione di stanziare 25 milioni di euro a favore del Kirghizistan nel 2005.
<P>
Come sapete, la situazione generale in Asia centrale rimane preoccupante.
Alcuni fattori creano un’atmosfera di incertezza nei paesi di quella regione.
Innanzi tutto, le principali minacce alla stabilità regionale dell’Asia centrale sono legate alla mancanza di riforme economiche, alla persistenza di regimi autoritari e alla diffusa presenza di fenomeni di corruzione, di criminalità organizzata e di traffico di stupefacenti.
Ieri abbiamo parlato del problema della droga in Afghanistan: ebbene, questi paesi si trovano proprio sulla rotta del narcotraffico.
<P>
I diritti politici delle popolazioni sono intaccati nella maggioranza di questi paesi.
La cooperazione regionale non ha raggiunto un livello adeguato per la mancanza di fiducia e di volontà politica negli Stati della regione.
La povertà e la mancata crescita dei paesi dell’Asia centrale hanno inasprito le tensioni socioeconomiche.
La prossimità geopolitica dell’Afghanistan e alcuni fattori interni hanno permesso la diffusione dell’estremismo islamico e, come ho appena affermato, hanno incrementato il narcotraffico.
Potenziali conflitti vicino agli Stati della regione, e tra loro stessi, potrebbero essere scatenati dalla mescolanza delle minoranze etniche sul territorio di quei paesi.
<P>
Occorre affrontare diverse questioni specifiche legate alla situazione in alcuni paesi della regione, e le passerò rapidamente in rassegna.
In Kazakistan, le elezioni parlamentari svoltesi nel settembre 2004 non hanno rispettato i criteri internazionali normalmente riconosciuti.
L’opposizione, nonostante il crescente appoggio della popolazione, ha ottenuto soltanto un seggio.
L’attuale Presidente è propenso a indire le elezioni presidenziali prima della fine del proprio mandato nel gennaio 2006.
L’ingerenza del governo nel processo legislativo, nell’opposizione, nei , nella società civile e nei sistemi finanziari è preoccupante.
La situazione dei diritti umani è in continuo degrado.
<P>
In Uzbekistan, l’opposizione ufficiale non ha potuto partecipare alle elezioni parlamentari del 26 dicembre 2004.
Il programma di riforma del paese non ha fatto alcun passo avanti e la povertà dilaga.
C’è il rischio concreto che il fondamentalismo islamico aumenti sempre più in seno alla popolazione.
<P>
In Turkmenistan, la mancanza di libertà di espressione e di dibattito democratico, l’impossibilità di mantenere un’opposizione efficace al governo e l’inesistenza di programmi di riforma strutturale rappresentano i principali motivi di preoccupazione.
<P>
Infine, la situazione in Tagikistan è caratterizzata da due problemi principali: le dispute endemiche tra province e una crisi economica prolungata.
<P>
Nonostante i problemi e le difficoltà della regione che ho appena elencato, l’Unione europea ritiene che i rapporti con essa siano di vitale importanza ed è pronta a sostenere la transizione di questi paesi a economie di mercato efficaci e a democrazie funzionanti.
<P>
Il Direttore generale aggiunto per le relazioni esterne della Commissione europea si è recato di recente in visita in quattro repubbliche dell’Asia centrale.
Il 12 maggio, ad Ashgabat, si riunirà il comitato congiunto UE-Turkmenistan.
A lato si svolgerà una riunione al fine di promuovere il dialogo sulla questione dei diritti umani.
Alla fine del mese, una dell’Unione europea incontrerà i rappresentanti dei cinque paesi della regione a Tashkent.
A Bruxelles si terranno, rispettivamente, il consiglio di cooperazione UE-Kirghizistan in giugno e i consigli di cooperazione UE-Kazakistan e UE-Kirghizistan in luglio.
<SPEAKER ID="23" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Vicepresidente">
<SPEAKER ID="24" LANGUAGE="NL" NAME="Albert Jan Maat (PPE-DE )." AFFILIATION="(Il Presidente interrompe l’oratore)">
<P>
   Signor Presidente, prima che il Commissario prenda la parola penso si debba fare maggiore chiarezza, perché ho sentito due date per le elezioni presidenziali in Kirghizistan, vale a dire il 10 e il 18 giugno.
In base alle mie informazioni, non sono le date aggiornate.
A quanto mi risulta, le elezioni presidenziali si terranno il 10 luglio.
Prima di dare il via al dibattito parlamentare, credo sarebbe utile che il Consiglio o la Commissione…
<SPEAKER ID="25" LANGUAGE="EN" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   Onorevole Maat, questa non è una mozione d’ordine.
<SPEAKER ID="26" LANGUAGE="ES" NAME="Joaquín Almunia," AFFILIATION="leader">
<P>
   Signor Presidente, è per me un onore essere presente a questa seduta plenaria per discutere con voi della situazione in una regione di grande importanza strategica, l’Asia centrale, e in particolare della situazione nella Repubblica del Kirghizistan.
<P>
Dopo l’estromissione del Presidente Akayev, a seguito delle proteste di massa del 24 marzo provocate dalla violazione dei criteri internazionali e dell’OSCE durante le elezioni parlamentari di febbraio e marzo, l’Alto rappresentante dell’UE per la politica estera e di sicurezza comune Solana, e il Commissario per le relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner, che sfortunatamente non può partecipare a questo dibattito, hanno esortato la Repubblica del Kirghizistan a cercare la via della riconciliazione nazionale basata sulla costruzione di un dialogo e di un consenso che consentano di sviluppare il processo di riforma politica.
<P>
La Repubblica del Kirghizistan ha un’opportunità unica di stabilire un’autentica democrazia pluripartitica nell’Asia centrale e di eliminare la corruzione che tanto ha contribuito alla recente crisi.
Questa opportunità è nelle mani dei politici del paese, chiamati a dimostrare un forte impegno nel favorire un concreto sviluppo delle riforme politiche.
Il miglior modo per farlo è attuare misure che garantiscano la creazione di una democrazia multipartitica, il rispetto dei diritti umani e l’esistenza dello Stato di diritto, in conformità degli impegni internazionali assunti dal Kirghizistan.
<P>
Vorrei sottolineare che la liberalizzazione politica e la preparazione e lo svolgimento di elezioni libere, eque e trasparenti devono caratterizzare il prossimo voto presidenziale, che, in base alle nostre informazioni, si terrà il 10 luglio.
Queste elezioni saranno attentamente monitorate dall’Unione e dall’intera comunità internazionale.
Le credenziali democratiche della Repubblica del Kirghizistan miglioreranno se il governo applicherà le raccomandazioni contenute nella relazione finale della missione dell’Ufficio delle istituzioni democratiche e dei diritti dell’uomo dell’OSCE, pubblicata nel mese di marzo di quest’anno.
<P>
Nel quadro dell’OSCE l’Unione sta preparando, attraverso il proprio meccanismo di reazione rapida, una serie di misure di assistenza per le elezioni e le riforme legislative in ambito elettorale.
<P>
L’Unione sta esortando il Kirghizistan a creare un clima in cui i giornalisti e i mezzi di comunicazione del paese possano esercitare pienamente i propri diritti e le proprie libertà, in conformità degli impegni internazionali.
Credo che, in questo senso, l’OSCE sia in grado di fornire assistenza alle autorità.
<P>
E’ importante lottare in maniera più efficace contro la corruzione in tutti i paesi dell’Asia centrale, dal momento che questo fenomeno è stato individuato come una delle principali cause degli avvenimenti in Kirghizistan.
<P>
Ora desidero parlarvi della cooperazione tra l’Unione e tutti i paesi dell’Asia centrale.
Alla fine dello scorso anno, l’Unione ha lanciato un’iniziativa tesa a migliorare il dialogo politico con la regione.
A tal fine, la dei direttori regionali dell’Unione si è incontrata, lo scorso dicembre a Bishkek, con le controparti dell’Asia centrale.
<P>
Questo dialogo politico tra Unione europea e Asia centrale può indubbiamente aiutare a cambiare i rapporti futuri tra le due regioni, a condizione che si sviluppi in maniera costruttiva.
La Commissione considera positivo l’interesse dimostrato nei confronti di questo processo dai cinque paesi dell’Asia centrale.
<P>
Il successo del dialogo dipende dal grado di coinvolgimento di entrambe le parti.
In questo senso, l’Unione sarà sempre a favore della liberalizzazione economica e, naturalmente, della democratizzazione politica nell’Asia centrale.
Il dialogo potrebbe concentrarsi su preoccupazioni comuni alle due regioni: la lotta al terrorismo, il traffico di sostanze stupefacenti e di esseri umani, il riciclaggio di denaro sporco, l’immigrazione clandestina, l’energia, i trasporti e la crescente cooperazione economica.
<P>
Il dialogo politico tra Unione europea e Asia centrale faciliterebbe l’integrazione regionale nella zona e darebbe un orientamento politico alla cooperazione tra le due regioni.
<P>
L’Unione sta studiando come muoversi.
La riunione tra la dell’Unione e i ministri degli Esteri dell’Asia centrale, che si svolgerà a Tashkent alla fine di giugno, sarà una buona occasione per continuare a discutere il processo di dialogo.
<P>
L’Unione sta esortando i cinque paesi dell’Asia centrale a perseverare nel processo di liberalizzazione politica.
L’unico modo in cui un paese può svilupparsi a vantaggio dei propri cittadini, onde garantire stabilità e sicurezza e promuovere considerevolmente l’integrazione regionale, è fare in modo che lo sviluppo economico vada di pari passo con la liberalizzazione politica, lo Stato di diritto e lo sviluppo di una società civile attiva, uno dei cui elementi essenziali è la libertà di stampa.
Sono convinto che questo sia il modo migliore per consolidare il legame tra Asia Centrale e Unione europea.
<P>
La Commissione si aspetta un miglioramento della cooperazione tra l’Unione europea e i paesi della regione del mar Caspio, come convenuto alla Conferenza ministeriale sull’energia e i trasporti svoltasi a Baku nel novembre dello scorso anno.
Dal punto di vista politico, l’energia è diventata una questione di sicurezza.
E’ nell’interesse di entrambe le regioni collaborare per garantire un’integrazione più profonda ed efficace dei nostri sistemi e mercati nel settore dell’energia.
<P>
L’intensificazione della cooperazione tra l’Unione e l’Asia centrale dipende da aspetti politici ed economici e, in questo contesto, l’Unione ribadisce la sua volontà di continuare a prestare assistenza a quell’importante regione.
<SPEAKER ID="27" LANGUAGE="DE" NAME="Elmar Brok," AFFILIATION="partner">
<P>
   Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, spesso questa regione viene trascurata perché in passato viveva all’ombra dell’Unione Sovietica, è non si è quindi sviluppata in maniera indipendente.
Oggi, tuttavia, è di enorme importanza strategica grazie alle riserve di gas e di petrolio, alla rilevanza che assume per l’approvvigionamento energetico e così via.
Questa importanza strategica, inoltre, deriva dal crescente interesse della Cina per la regione, dalla diffusione del fondamentalismo islamico e dal coinvolgimento di alcuni di questi paesi nel traffico di stupefacenti.
<P>
Dobbiamo affrontare il fatto che il venir meno della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti umani rende sempre più difficile cooperare con la regione, onorare gli accordi di partenariato e cooperazione esistenti e concludere o ratificare nuovi accordi.
Dobbiamo anche renderci conto che simili regimi si stanno trasformando in isole di instabilità, e non di stabilità, come abbiamo potuto vedere dalle elezioni in Kirghizistan e dai precedenti avvenimenti in Ucraina.
<P>
Più sarà instabile la situazione in una regione di così grande importanza geografica, maggiore sarà l’impatto sui nostri interessi.
Per tale motivo invito l’Assemblea a pensare molto più a una strategia comune piuttosto che a concentrarsi sulle singole questioni, e sottolineo la rilevanza di offrire un sostegno autentico al processo democratico di questi paesi.
<P>
Le mie prossime osservazioni sono rivolte al Consiglio e alla Commissione.
A mio parere, è nell’interesse di tutti noi raggiungere un accordo con gli Stati Uniti, che non considerano più il paese come un mero campo base a breve termine per l’Afghanistan, e con la Russia, il cui atteggiamento verso simili sviluppi è spesso influenzato da antiche credenze.
E’ nell’interesse di tutti e tre i portare stabilità alla regione, ma saremo in grado di farlo solo lavorando insieme per affermare la democrazia e lo Stato di diritto.
Questa dovrebbe essere la nuova priorità.
<SPEAKER ID="28" LANGUAGE="NL" NAME="Jan Marinus Wiersma," AFFILIATION="">
<P>
   Signor Presidente, penso che tutti concorderemo senza esitazioni nel ritenere che, alla luce degli avvenimenti in Kirghizistan, siamo costretti ad affrontare la situazione tenendo conto dell’intera regione, e a tenere un dibattito sulle misure da adottare in Asia centrale, sugli interessi dell’UE e su ciò che possiamo fare per migliorare la situazione e stabilizzare la regione.
Gli sviluppi in Kirghizistan sono, di per sé, memorabili: c’è una straordinaria somiglianza con quanto abbiamo visto in Ucraina.
Allo stesso tempo dobbiamo ricordarci che quanto è successo in Kirghizistan non è stato, ovviamente, una rivoluzione arancione, e dobbiamo aspettare per vedere quali saranno gli sviluppi nel paese, soprattutto dopo il previsto svolgimento di elezioni libere ed eque.
Parlando di elezioni, l’Unione europea e l’OSCE devono svolgere un ruolo centrale nel monitoraggio delle stesse, dando quindi al popolo kirghizo la certezza di avere avuto elezioni democratiche e garantendo la presenza di un governo legittimo e capace di contribuire allo sviluppo nazionale.
<P>
Se così sarà, l’Unione europea dovrà anche pensare al modo in cui aiutare il Kirghizistan nelle nuove condizioni, perché ciò avrà un effetto positivo sugli altri paesi della regione.
Senza fare una lunga analisi della situazione in cui versano l’Uzbekistan e gli altri paesi dell’Asia centrale, desidero ricordare che i paesi confinanti con il Kirghizistan sono caratterizzati da grandi problemi che dovrebbero preoccupare l’Unione europea.
E’ proprio questo l’interrogativo che poniamo alla Commissione: abbiamo una strategia per la Russia e abbiamo la nuova politica di vicinato per molti paesi, ma cosa ne è dell’Asia centrale?
Quali iniziative, in parte finalizzate a sostenere gli sviluppi in Kirghizistan, possiamo aspettarci nei prossimi anni?
A nostro avviso, non si tratta solamente di difendere l’approvvigionamento energetico, ma anche di consolidare i legami con quei paesi e, in una certa misura, di europeizzare l’Asia centrale, vale a dire diffondere e ancorare quei valori che l’Unione europea, il Consiglio d’Europa e l’OSCE condividono.
Speriamo che la Commissione e il Consiglio presentino ulteriori iniziative in questo senso.
<SPEAKER ID="29" LANGUAGE="LT" NAME="Ona Juknevičienė," AFFILIATION="leader">
<P>
   Sono a capo della delegazione per le repubbliche dell’Asia centrale e la Mongolia, e a breve ci recheremo in quella regione, l’Asia centrale, più precisamente in Kirghizistan.
La maggioranza dei deputati al Parlamento crede alla notizia, diffusa in tutto il mondo, di una rivoluzione dei tulipani in Kirghizia.
Vorrei esprimere la mia opinione al riguardo, forse da una prospettiva leggermente diversa.
Credo che in quel paese ci sia stato effettivamente un movimento, un movimento di persone; chiamarlo una rivoluzione, alla pari di quanto è successo in Ucraina e in Georgia, sarebbe a mio avviso avventato, e inviterei l’Assemblea a stare più attenta quando usa simili termini.
Perché lo dico?
Perché il ruolo delle persone non è abbastanza chiaro.
Cosa vuole la nazione e cosa vogliono i suoi ?
Qui sta la differenza.
<P>
Ad ogni modo, tale regione riveste particolare importanza per il Parlamento europeo e per l’Unione europea per un duplice motivo.
Innanzi tutto alcuni paesi dell’Asia centrale, soprattutto il Kazakistan, sono tra i maggiori commerciali dell’Unione europea nel settore delle risorse energetiche.
Come sapete, anche i paesi vicini alla regione, come la Cina, sono molto interessati ad attirarla dalla propria parte.
Dobbiamo quindi impegnarci a fondo nelle nostre attività di cooperazione, finalizzandole ad aiutare i paesi dell’Asia centrale a istituire la democrazia.
Dobbiamo imparare dagli Stati Uniti d’America come essere attivamente presenti nella regione, ed è un peccato constatare e dover ammettere che l’Unione europea non è, in realtà, molto attiva ed efficace nei propri programmi.
Malgrado la Commissione affermi che siamo tra i principali sostenitori finanziari della regione, vale a dire che concediamo ingenti finanziamenti, dal punto di vista dell’efficacia i fondi non vengono usati in maniera appropriata.
Qual è il nostro obiettivo?
Che obiettivo deve perseguire l’Unione europea in Asia centrale, in tutti i suoi paesi e, soprattutto oggi, in Kirghizistan?
Garantire la democrazia, l’ordine e la stabilità, nonché una stretta collaborazione tra tutti i paesi della regione.
Come ho detto prima, la visita della delegazione avrà luogo dal 14 al 20 maggio, dopo la quale saremo in grado di informare i deputati sulla situazione che regna effettivamente in Kirghizistan e nella regione.
Desidero inoltre aggiungere che, il 2 giugno, si terrà un incontro con i rappresentanti degli Stati Uniti sul coordinamento delle attività svolte in zona: invito tutti i deputati a parteciparvi.
<SPEAKER ID="30" LANGUAGE="DE" NAME="Cem Özdemir," AFFILIATION="">
<P>
   Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, avendo solo un minuto per parlare, mi concentrerò unicamente su un aspetto della questione.
Appoggio i commenti fatti dai precedenti oratori, poiché anch’io credo che il nostro primo obiettivo debba essere il riconoscimento del ruolo chiave che l’OSCE svolge in Asia centrale.
Ciò è vero soprattutto nella prevenzione dei conflitti, ma lo è anche nel caso della gestione delle crisi e dell’applicazione dello Stato di diritto, dei diritti umani e delle norme democratiche.
Non dobbiamo dimenticare che l’OSCE si adopera attivamente anche in altri settori, ad esempio il sostegno alla società civile o le misure di tutela delle minoranze.
<P>
Accogliamo con molto favore le attività dell’OSCE nella regione, in modo particolare il monitoraggio elettorale e i preparativi delle prossime elezioni, che si terranno in Kirghizistan nel giugno 2005.
L’obiettivo di tali attività è garantire lo svolgimento delle elezioni in conformità delle norme europee e internazionali.
In tal senso anche la formazione delle forze di polizia, soprattutto in Kirghizistan, svolge un ruolo essenziale.
<P>
Per concludere vorrei chiedere al Consiglio, e anche alla Commissione, di garantire la stretta collaborazione dell’UE con l’OSCE.
In particolare, dovremmo mettere a frutto l’esperienza acquisita nel settore dall’onorevole Peterle nella sua qualità di inviato speciale dell’OSCE per la regione.
<SPEAKER ID="31" LANGUAGE="CS" NAME="Jiří Maštálka," AFFILIATION="">
<P>
   Onorevoli colleghi, desidero ringraziare il Commissario per i commenti introduttivi.
Aggiungo, inoltre, che sono molto lieto dei cambiamenti politici in Kirghizistan, poiché ci daranno anche l’opportunità di chiarire i nostri obiettivi di politica estera.
<P>
A prima vista sembra tutto molto semplice.
Le elezioni in Kirghizistan sono state truccate, successivamente il Presidente è stato estromesso dopo le proteste di massa, e Bishkek sarà la prossima città a essere colpita dall’effetto domino che ha già visto il rovesciamento dei governi di Tbilisi e di Kiev.
Mosca ha appoggiato un presidente antidemocratico ed è stata sconfitta.
<P>
Eppure, allo stesso tempo, è sempre più chiaro che la rivoluzione in Kirghizistan ha assunto una forte connotazione sociale, essendo stata una rivolta vera e propria contro il dominio di un’oligarchia venutasi a creare durante la privatizzazione.
In realtà, si è trattato di un fenomeno comune a tutti i paesi postsocialisti, dove esistono gruppi che detenevano o detengono il potere politico grazie a precedenti contatti o a legami etnici, partitici o politici con chi è ora al potere.
I membri di questi gruppi hanno accumulato incredibili fortune grazie alla privatizzazione, che non solo ha causato grandi spaccature nella società, ma ha anche fornito loro gli strumenti necessari e il desiderio di entrare in politica.
<P>
Esistono, tuttavia, ulteriori aspetti della rivolta in Kirghizistan che la contraddistinguono da altre di simile natura.
La sommossa è avvenuta nel paese con il regime più liberale dell’Asia centrale.
Qualsiasi oligarchia ne trarrebbe la conclusione che più sono le restrizioni imposte alla libertà di una società, più ha possibilità di rimanere al potere.
Inoltre, la situazione in Kirghizistan è diversa da quella in Ucraina, ad esempio, perché la russofobia non ha avuto alcun ruolo nella rivolta kirghiza.
<P>
A tale proposito, vorrei ribadire il mio invito a fare il possibile affinché la politica comunitaria sia coerente con il ruolo dell’Unione europea in quanto Istituzione che sostiene gli ideali dello Stato di diritto e della giustizia sociale.
Occorre quindi appoggiare le forze che vogliono consolidare l’ordine costituzionale e la giustizia sociale, in Kirghizistan e altrove.
<SPEAKER ID="32" LANGUAGE="NL" NAME="Johannes Blokland," AFFILIATION="leader">
<P>
   Signor Presidente, in un momento come quello attuale, nel periodo di celebrazione della liberazione dell’Europa dalla Germania nazista da parte delle forze alleate, molti europei avranno sentimenti contrastanti.
Del resto, la liberazione dal giogo tedesco ha aperto la strada a decenni di oppressione dell’Unione Sovietica, cui è stata soggetta anche l’Asia centrale.
Lo scorso mese, il Kirghizistan si è disfatto di un autoritario dopo lo svolgimento di elezioni scorrette.
Tanto i governanti quanto i cittadini del paese temono che gli estremisti musulmani approfittino della situazione politicamente instabile.
Le organizzazioni terroriste islamiche, tra cui , che mirano alla dominazione islamica su scala mondiale costituiscono una particolare minaccia per l’intera regione dell’Asia centrale.
E’ quindi un fatto positivo che la regione, nella lotta al terrorismo internazionale, combatta il fenomeno del radicalismo islamico.
<P>
Purtroppo i regimi autoritari della regione non affrontano la questione in maniera adeguata e ciò comporta, tra l’altro, l’insorgenza di molti problemi legati alla libertà religiosa.
E’ giusto che i governi dell’Asia centrale cerchino di controllare lo sviluppo di fenomeni di radicalizzazione all’interno dell’, ma imporre alle chiese cristiane di registrarsi presso il governo è, a mio avviso, eccessivo.
Da loro non si dovrebbe temere alcun attacco.
<P>
Periodicamente riceviamo resoconti da cui risulta che le comunità cristiane, registrate o meno, si trovano di fronte a gravi problemi, persecuzione compresa.
Permettetemi di fare solo un esempio.
In Kazakistan Valery Pak, della comunità battista di Kyzyl-Orda (non registrata), è stato minacciato e perseguitato per anni.
Tutto questo deve finire, perché tutti i paesi dell’Asia centrale prevedono, nella propria costituzione, la libertà religiosa.
Esorto il Consiglio e la Commissione a sostenere quei paesi nella lotta contro il fondamentalismo islamico, invitandoli a render conto dei problemi legati alla libertà religiosa, delle condizioni imposte sulla registrazione delle chiese, e in particolare della situazione delle comunità battiste non registrate, così come dei torti commessi a danno di Valery Pak e di altri.
<SPEAKER ID="33" LANGUAGE="PL" NAME="Anna Elżbieta Fotyga," AFFILIATION="">
<P>
   Vorrei esordire congratulandomi con la Presidenza per l’eccellente lavoro svolto nella stesura di un’analisi circostanziata della situazione in Asia centrale, e in particolare in Kirghizistan.
Se me lo permettete, vorrei aggiungere alcune osservazioni sulla situazione in quel paese.
<P>
Pur essendo passato oltre un mese e mezzo dalla rivolta in Kirghizistan, la situazione è ancora ben lungi dall’essere stabile, e ciò è motivo di grave preoccupazione nei paesi vicini.
Abbiamo avuto una serie di segnali incoraggianti che indicano un ritorno alla normalità, e credo che uno di questi sia il fatto che non sia stata costituita una diarchia a livello parlamentare o a livello di capo di Stato.
Con ciò mi riferisco, fondamentalmente, alle dimissioni del Presidente Akayev in aprile.
Malgrado tutto, si sono verificati alcuni eventi che potrebbero generare profonda inquietudine, tra cui alcuni episodi legati a una misteriosa morte per motivi politici, che hanno aperto molti interrogativi sulla vera natura dei cambiamenti avvenuti.
A mio avviso, le modalità con cui si svolgeranno le prossime elezioni presidenziali saranno una prova del nove per tali cambiamenti.
A questo punto vorrei sottolineare il ruolo chiave che l’OSCE ha svolto, svolge e, sicuramente, continuerà a svolgere in Kirghizistan.
Il monitoraggio della situazione preelettorale e delle elezioni stesse deve concentrarsi, in particolare, su quegli aspetti del processo elettorale che hanno direttamente provocato le proteste in Kirghizistan e portato alla rivolta, come l’esclusione dei candidati e l’acquisto dei voti.
Un altro parametro fondamentale sarà l’atteggiamento delle autorità kirghize verso l’indizione di elezioni parlamentari anticipate.
<P>
Vorrei, se posso, fare un ultimo commento in base alla mia esperienza di vita pubblica in Polonia.
Quando una società inizia a combattere per i propri diritti inalienabili, la lotta diventa un processo irreversibile e inevitabile, a prescindere da quanto duri.
Il sostegno ai cambiamenti concesso dall’Unione europea deve, di conseguenza, tenere conto di questo fatto e concentrarsi sulla società civile.
Sono a favore degli aiuti finanziari forniti dall’Unione; essi, però, devono essere condizionati al rispetto dei criteri legati ai diritti umani e allo Stato di diritto.
<SPEAKER ID="34" LANGUAGE="PL" NAME="Ryszard Czarnecki (NI )." AFFILIATION="leader">
<P>
   Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho ancora vivamente impressa nella memoria la visita che ho compiuto in Kirghizistan alcuni anni fa.
E’ un paese di grandi bellezze naturali che vanta una notevole abbondanza d’acqua, una risorsa naturale preziosa in quella parte del globo.
Di recente il Kirghizistan è tornato alla ribalta della cronaca quando il suo di lunga data, il Presidente Akayev, è stato destituito.
Alcune persone, compresi alcuni presenti in Aula, hanno interpretato questo fatto piuttosto ingenuamente giudicandolo simile a quelli accaduti in precedenza in Georgia e Ucraina.
La verità è molto diversa.
I nuovi governi georgiano e ucraino stanno facendo tutto il possibile per attuare politiche che garantiscano l’indipendenza da Mosca.
In Kirghizistan, invece, il nuovo assetto politico è tanto filorusso quanto lo era il precedente, se non di più.
La situazione del paese è ben lungi dall’essere stabile, come evidenziato dal recente tentativo di omicidio perpetrato ai danni di Erkinbayev, candidato alla presidenza.
Gli avvenimenti attuali in Kirghizistan non si prestano a un’interpretazione secondo schemi precostituiti, anche se alcuni osservatori occidentali vorrebbero fosse così.
<P>
E’ fondamentale che l’UE svolga un ruolo più attivo in quella parte del mondo, senza lasciare i popoli della regione alla mercé dei russi e degli americani.
Detto questo, ovviamente occorre collaborare con gli uni e gli altri in materia.
<SPEAKER ID="35" LANGUAGE="NL" NAME="Albert Jan Maat (PPE-DE )." AFFILIATION="leader">
<P>
   Signor Presidente, sono lieto che la Commissione abbia chiarito l’equivoco riguardo alla comunicazione del Consiglio sulla data elettorale, che è il 10 luglio.
Onore alla Commissione, quindi, che era meglio informata.
Vorrei ribadire le parole del presidente della delegazione per l’Asia centrale, che ha già detto che dobbiamo stare attenti a non paragonare la situazione in Kirghizistan a quella in Ucraina.
Staremo a vedere se si tratta della stessa rivoluzione o se alcuni hanno dato il via a un processo differente.
La situazione in Kirghizistan è molto diversa: la democrazia del paese si divide tra confini etnici e regionali senza, di per sé, complicare le cose, né cambiare il fatto che all’Unione europea converrebbe investire in Asia centrale.
Al momento vi sono pochissimi investimenti e la cosa sorprendente è che sino a poco tempo fa i due paesi più poveri, la Mongolia – un paese che merita fiducia per l’assenza di problemi legati alla democrazia e ai diritti umani – e il Kirghizistan, registravano i migliori risultati.
<P>
Ora che nel paese è in corso una rivoluzione, dovremmo approfittarne.
Sono lieto dei 25 milioni accordati dalla Commissione, i quali, tuttavia, sembrano veramente un’inezia.
A breve termine, l’Unione europea dovrebbe fare quanto segue.
Invito il Consiglio e la Commissione, insieme con il Parlamento, a investire nelle elezioni inviando una solida delegazione di osservatori elettorali il 10 luglio e aiutando l’OSCE a garantire il buono svolgimento delle elezioni.
In effetti, se il voto andrà bene infonderà fiducia nella popolazione, anche per future elezioni parlamentari.
E’ importante inoltre che l’Unione europea investa maggiormente nell’istruzione e nella cooperazione economica, perché è pazzesco che la parte del leone negli investimenti stranieri destinati al settore dell’istruzione sia fatta dai gruppi fondamentalisti islamici.
Questa situazione deve finire.
Per l’Europa è una sfida investire di più in Kirghizistan, soprattutto nei settori dell’istruzione e della cooperazione economica.
A tal fine, il paese richiede anche solidi accordi di libero scambio.
<P>
Vorrei aggiungere un’altra nota critica sulla regione.
Desidero sapere dalla Commissione cosa intenda fare riguardo alla crescente repressione in Kazakistan, che ha visto anche la recente chiusura del maggiore quotidiano dell’opposizione, , e l’imprigionamento della sua giornalista Irina Petrusheva in Russia, su richiesta delle autorità kazake.
<SPEAKER ID="36" LANGUAGE="FR" NAME="Bernadette Bourzai (PSE )." AFFILIATION="media">
<P>
   Signor Presidente, onorevoli colleghi, nei precedenti interventi sono state dette molte cose su cui non intendo tornare.
Nel complesso, approvo i contenuti della proposta di risoluzione comune che è stata presentata.
<P>
Desidero, tuttavia, sottolineare l’importanza di tre punti.
Innanzi tutto, le difficoltà economiche e sociali sono una delle principali cause degli avvenimenti in Kirghizistan.
Questo perché la situazione di grande povertà e considerevole incertezza ha rappresentato un terreno fertile, favorevole allo sviluppo di manifestazioni e al rovesciamento del governo di Akayev, che, dal 1991, si era arricchito alle spalle dell’economia kirghiza.
L’esistenza di pratiche inaccettabili, tra cui corruzione e nepotismo, ha rafforzato il malcontento silenzioso ma legittimo della popolazione, che desidera migliorare la propria situazione: dobbiamo essere attenti a questo genere di aspirazioni.
Di conseguenza, se vogliamo sostenere il processo di transizione democratica in corso, occorre prestare particolare attenzione all’autenticità e alla trasparenza delle elezioni, nonché allo sviluppo di una politica di dialogo e riconciliazione nazionale.
Solo un governo legittimo e stabile potrà portare a termine le riforme necessarie per migliorare la situazione dei cittadini kirghizi.
<P>
Inoltre, le questioni legate ai diritti umani e alle libertà fondamentali costituiscono un altro aspetto cruciale della situazione.
L’Unione europea deve accertarsi che il processo di democratizzazione si basi su un autentico pluralismo politico che permetta anche ai e alle ONG di operare in maniera libera e indipendente.
I progetti di cooperazione lanciati dall’OSCE e nel quadro del programma TACIS devono essere sostenuti e incoraggiati.
<P>
Infine, mi sembra necessario allargare la riflessione sugli avvenimenti in Kirghizistan a una prospettiva regionale più ampia, che prenda in considerazione tutta l’Asia centrale.
La democratizzazione di quel paese potrebbe così rappresentare un simbolo di speranza, un esempio da seguire per gli altri paesi dell’Asia centrale, vittima di violazioni dei diritti umani.
Il recente inasprimento della legislazione nei confronti delle ONG e dei gruppi d’opposizione impone all’Unione europea un atteggiamento particolarmente vigile e attento di fronte all’evoluzione della situazione politica nella regione.
<SPEAKER ID="37" LANGUAGE="EN" NAME="Charles Tannock (PPE-DE )." AFFILIATION="Internet">
<P>
   Signor Presidente, il Kirghizistan è una piccola repubblica musulmana dell’Asia centrale di incredibile bellezza naturale e di orgogliose tradizioni nomadi.
Il paese è stato annesso dalla Russia nel 1864 ma ha raggiunto l’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991.
Di recente è apparso sui giornali in seguito alle elezioni parlamentari del 27 febbraio, quando le irregolarità elettorali hanno suscitato molte proteste iniziate nel sud del paese.
Il Presidente è stato costretto a fuggire, dopo essere stato accusato di corruzione e di avere manovrato le elezioni.
<P>
Ieri, in occasione di una visita di Stato in Georgia, il Presidente Bush ha invocato la libertà e la democrazia in tutto il mondo comunista.
Il Kirghizistan è un paese povero e montuoso, prevalentemente a economia agricola, ma ha attuato importanti riforme di mercato sotto la guida dell’ex Presidente Akayev.
Egli si è distinto per l’adozione di politiche economiche relativamente liberali e ha introdotto un migliore sistema normativo e una riforma fondiaria.
Il Kirghizistan è stato il primo paese della Comunità degli Stati indipendenti a essere accolto nell’Organizzazione mondiale del commercio. Gran parte delle aziende di Stato sono state svendute anche se, sfortunatamente, sono dilagati fenomeni di nepotismo e di corruzione.
<P>
Si auspica che la rivoluzione – se è una rivoluzione – indichi al paese la giusta via alla democrazia, al rispetto dei diritti umani e al buon governo.
Esso potrebbe rappresentare un modello per gli Stati circostanti quali l’Uzbekistan, il Kazakistan e il Tagikistan, che mantengono sistemi autoritari e attraversano una transizione solo parziale.
Tuttavia, le contese di confine tra il Kirghizistan e i paesi vicini stanno ritardando il processo di delimitazione delle frontiere, in particolare con il Tagikistan ma anche con l’Uzbekistan.
<P>
Un altro problema è quello della coltivazione illecita di canapa indiana e di papaveri da oppio destinati ai mercati della CSI, mentre il governo fa poco o nulla per eliminare le colture illegali di sostanze stupefacenti.
Il Kirghizistan funge altresì da punto di transito per i mercati del sud-ovest asiatico e per gli stupefacenti destinati alla Russia e al resto dell’Europa.
<P>
Le elezioni presidenziali sono previste per il mese di luglio: ne ho avuto la conferma da .
Il Parlamento europeo deve sicuramente inviare osservatori per controllare la transizione del paese alla democrazia.
<SPEAKER ID="38" LANGUAGE="PL" NAME="Genowefa Grabowska (PSE )." AFFILIATION="">
<P>
   Signor Presidente, onorevoli colleghi, è del tutto evidente che il Parlamento europeo è molto lieto di collaborare con il Kirghizistan, ma anche con gli altri paesi dell’Asia centrale, come dimostra l’accordo di partenariato e cooperazione concluso nel 1995.
Tra i temi che rivestono interesse per il Parlamento europeo figurano i diritti umani, la democratizzazione della vita dei cittadini, l’energia e la tutela dell’ambiente, che meritano particolare attenzione.
<P>
Moltissime speranze sono state riposte nella costituzione kirghiza al momento della sua adozione, nel 1993.
Benché da allora sia stata emendata quattro volte, sembrerebbe ancora essere una premessa potenzialmente valida per stimolare ulteriori cambiamenti democratici all’interno del paese.
Eppure, malgrado la costituzione sancisca che il sistema giudiziario è ufficialmente indipendente e responsabile del rispetto dei diritti umani nel paese, gli osservatori hanno chiaramente affermato che le riforme intraprese sono insufficienti, che la corruzione è ancora endemica e che i giudici non sono pagati a sufficienza.
Secondo loro, la nomina da parte del Presidente dei membri della Corte costituzionale, dei giudici della Corte suprema e degli arbitri del Tribunale arbitrale viola i principi democratici.
Essi hanno lanciato un monito, dicendo che i diritti umani non devono essere limitati col pretesto di combattere il terrorismo.
<P>
L’Unione europea può e deve concedere l’abituale assistenza finanziaria per invertire questa tendenza negativa.
Inoltre, può e deve dare il consueto sostegno morale essendo presente laddove necessario, e laddove occorre appoggiare la democrazia e ripristinare lo Stato di diritto.
<SPEAKER ID="39" LANGUAGE="DE" NAME="Andreas Mölzer (NI )." AFFILIATION="">
<P>
   Signor Presidente, il nuovo millennio sembra essere iniziato con un’ondata di cambiamenti, soprattutto negli Stati subentrati all’ex Unione Sovietica.
I fattori esterni, quali la lotta per il potere e il controllo degli oleodotti, non sono stati la causa principale delle “rivoluzioni colorate” dell’Asia centrale, anche se, indubbiamente, Stati Uniti e Russia hanno cercato di esercitare la propria influenza. Al contrario, è molto più probabile che quelle rivoluzioni siano il risultato della graduale modernizzazione delle ex repubbliche sovietiche.
I popoli dell’Asia centrale sono stufi delle vecchie e rigide strutture, e vogliono cambiamenti rapidi senza spargimenti di sangue.
Ovviamente, l’opinione pubblica spera anche che tali cambiamenti portino alla prosperità e allo sviluppo economico.
<P>
In linea di principio, simili riforme possono determinare trasformazioni positive.
Tuttavia, sembrerebbe che in Kirghizistan si sia manifestato un parziale vuoto di potere, e ciò comporta il pericolo di un cambiamento di stati d’animo che potrebbe far sprofondare il paese nel caos e nella guerra civile.
E’ nell’interesse dell’Unione europea porgere la mano e offrire aiuto per stabilizzare la situazione politica, anche se un’eccessiva interferenza da parte nostra potrebbe avere l’effetto contrario, sconvolgendo gli equilibri che, gradualmente, si sono creati nel paese.
Del resto, il Kirghizistan vuole provare di essere in grado di continuare le misure di ricostruzione con i propri mezzi.
Anche il fatto che un’analoga ondata rivoluzionaria possa oltrepassare i confini in qualsiasi momento dovrebbe darci motivo di pensare, perché non sarebbe una sorpresa se questa stessa tendenza continuasse in altri paesi che versano in condizioni simili, come il Kazakistan, il Tagikistan e il Turkmenistan.
L’Unione dovrebbe iniziare subito a prepararsi a tale eventualità.
Concordo, infine, con l’osservazione fatta da uno dei precedenti oratori secondo cui, in quella regione, non bisogna lasciare libero spazio alla Russia e agli Stati Uniti.
<SPEAKER ID="40" LANGUAGE="SL" NAME="Alojz Peterle (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   Dopo gli sconvolgimenti politici in Kirghizistan, non del tutto paragonabili agli sviluppi in Ucraina e in Georgia, le principali cause di instabilità economica, sociale e in altri settori sono ancora presenti.
Ovviamente il nuovo governo non può risolvere i problemi accumulatisi prima delle elezioni presidenziali del 10 luglio, né sarà in grado di farlo per molti mesi successivamente a quella data.
<P>
Io stesso ho vissuto la rivoluzione come inviato speciale del Presidente in carica dell’OSCE, che, secondo me, sta svolgendo un ottimo lavoro nella regione con l’appoggio dell’Unione europea e delle Nazioni Unite.
Vi sono grato per le cortesi parole usate riguardo all’operato dell’OSCE, che si sta adoperando in particolare per garantire elezioni eque, il miglioramento della sicurezza e il dialogo politico tra i candidati presidenziali.
Sappiamo che esistono grandi differenze tra il nord e il sud e che per questo motivo, benché non sia l’unico, potrebbe verificarsi un’instabilità politica prima delle elezioni vere e proprie.
Sappiamo anche che, dopo il 10 luglio, il paese avrà ovviamente urgente bisogno di assistenza a lungo termine da parte della comunità internazionale per poter attuare riforme in campo politico, economico e sociale.
<P>
Sono molto lieto che oggi il Commissario Almunia abbia già sottolineato l’aspetto strategico, come hanno poi fatto l’onorevole Brok e altri oratori.
Io stesso ho raccomandato più volte che l’Unione europea riveda i propri rapporti con quella regione, che non è parte della grande Europa ma è più vicina a noi di quanto sembri.
Penso che nell’ambito di questi rapporti, come già ricordato dall’onorevole Brok, occorra prendere in considerazione anche la dimensione russa e transatlantica.
In ogni caso, sono d’accordo che il Parlamento dimostri la propria attenzione nei confronti del Kirghizistan con un folto gruppo di osservatori, e vi assicuro che il parlamento kirghizo attende con ansia l’arrivo della nostra delegazione parlamentare.
<SPEAKER ID="41" LANGUAGE="EL" NAME="Panagiotis Beglitis (PSE )." AFFILIATION="conditio sine qua non">
<P>
   Signor Presidente, l’annuncio delle elezioni presidenziali il prossimo luglio non costituisce, almeno per il momento, la per la creazione della stabilità politica e la democratizzazione del paese.
Tutti i deputati intervenuti in precedenza hanno parlato dei gravi problemi che caratterizzano il Kirghizistan.
<P>
Ad ogni modo, l’Unione europea deve operare in stretta collaborazione con l’OSCE per organizzare e soprintendere alle elezioni, nonché aumentare gli aiuti umanitari e il sostegno finanziario attraverso il programma TACIS e il sistema delle preferenze generalizzate.
<P>
La regione dell’Asia centrale non deve costituire un nuovo motivo di conflitto tra le grandi potenze – Stati Uniti, Russia e Cina – per il controllo strategico delle risorse energetiche.
<P>
Nel quadro della lotta al terrorismo, l’Asia centrale è diventata l’area adatta a ospitare nuove basi militari, e il suo grado di militarizzazione si sviluppa sempre più pericolosamente.
<P>
L’Unione europea ha interesse a diventare la forza stabilizzante di quella zona.
La relazione strategica per i paesi della regione per il periodo 2002-2006, adottata dall’Unione europea nel 2002, deve essere rivista e migliorata, tenendo conto della nuova situazione creatasi.
Credo sia opportuno, e invito la Commissione a farlo, che essa inizi sin d’ora la stesura di una nuova relazione strategica per la zona, senza aspettare il 2006.
<P>
La democratizzazione, la cooperazione regionale, la lotta al narcotraffico e lo sviluppo del fanatismo religioso sono sfide importanti che dovranno essere affrontate nei prossimi anni.
In questo senso, si ritiene importante un maggiore coinvolgimento delle Nazioni Unite.
<SPEAKER ID="42" LANGUAGE="DE" NAME="Ursula Stenzel (PPE-DE )." AFFILIATION="nomenklatura">
<P>
   Signor Presidente, il positivo effetto domino iniziato con il risveglio democratico in Ucraina e in Georgia ha ora investito un terzo paese.
Quanto è accaduto in Kirghizistan è un altro bell’esempio del modo in cui la postsovietica stia perdendo il potere, benché gli avvenimenti nei tre paesi citati non siano necessariamente paragonabili tra loro.
Il regime di Akayev è crollato senza alcun intervento esterno, a causa di una spontanea sommossa popolare.
Molto semplicemente, la pazienza dell’opinione pubblica era stata messa a dura prova, ad esempio, dalle frodi elettorali e dalle enormi fortune accumulate da una famiglia politica nepotistica, che trattava il paese come se fosse una proprietà privata.
<P>
L’Unione Sovietica è caduta quasi quindici anni fa, eppure non si è trattato di un disastro geopolitico, come il Presidente russo Putin vorrebbe farci credere, bensì di un’opportunità geopolitica.
L’indispensabile iniziativa intrapresa dall’OSCE e dall’ODIHR, agenzia dell’OSCE attualmente diretta da un austriaco, è l’unico fattore esterno che, si può dire, abbia influenzato gli eventi.
<P>
Putin sembrerebbe avere imparato dagli errori commessi in Ucraina, e anche l’opposizione kirghiza ha agito con sagacia avvisandolo in anticipo dell’imminente rovesciamento dell’allora capo di governo.
Per questo motivo Putin non è intervenuto a sostegno del sistema né ha puntato sul cavallo perdente, come aveva fatto in Ucraina, anche se il Presidente Akayev ha cercato rifugio a Mosca dopo avere perso il potere, uscendo illegalmente dal paese in un tappeto arrotolato.
Democrazie stabili e non corrotte possono solo essere una buona notizia per la Russia.
<P>
Quali conclusioni dovrebbe trarre l’Unione europea?
Innanzi tutto che deve sostenere la democratizzazione della regione e, in secondo luogo, che deve garantire il rafforzamento della democrazia e il sostegno della società civile, soprattutto in Kazakistan, per impedire che l’assistenza finanziaria cada in mani sbagliate.
Il Kazakistan è molto più grande, più ricco e di gran lunga più importante in termini geopolitici rispetto al Kirghizistan, che, per quanto suggestivo, è solo un piccolo paese.
<SPEAKER ID="43" LANGUAGE="CS" NAME="Libor Rouček (PSE )." AFFILIATION="">
<P>
   Come si è già chiaramente dedotto dal dibattito, si possono osservare due tendenze in Kirghizistan o, meglio, in tutta l’Asia centrale.
La prima riguarda l’aggravamento della situazione politica e il venir meno dei diritti umani e delle libertà civili.
La seconda è legata alla crescente importanza strategica dell’intera zona, principalmente dovuta alle risorse energetiche situate in Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan.
<P>
Avendo un solo minuto a disposizione, vorrei concentrarmi brevemente su due settori cui l’Unione europea deve concedere la propria assistenza.
Indubbiamente, il primo settore è quello del sostegno dei diritti umani, delle libertà civili, del processo elettorale in Kirghizistan e della società civile.
<P>
Il secondo, che non ha goduto di molta attenzione da parte dell’Assemblea, è il sostegno alla cooperazione regionale o, in altre parole, agli Stati dell’Asia centrale nella lotta contro il terrorismo e il contrabbando di stupefacenti, nella cooperazione nel settore dell’energia e nell’utilizzo delle risorse idriche, ad esempio.
Sia l’Uzbekistan sia il Kazakistan possiedono risorse energetiche, mentre il Kirghizistan dispone di grandi risorse idriche.
In altri termini, vorrei sapere in che modo la Commissione ritiene di potere sostenere la cooperazione regionale, insieme con l’Unione europea.
<SPEAKER ID="44" LANGUAGE="" NAME="Jas Gawronski (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi sembra che la risoluzione che abbiamo davanti, dato che bisogna parlare anche di questa e credo che finora nessuno l’abbia fatto, sia realistica ed equilibrata.
Mi compiaccio che sia stata firmata da quasi tutti i gruppi politici e questo dà una dimostrazione di unità del Parlamento europeo ed eleva il suo prestigio.
<P>
Ma soprattutto è bene che l’Europa rivolga la sua attenzione al Kirghizistan perché l’Unione europea è stata per troppo tempo assente, come ha ricordato poco fa Elmar Brok, e ha una certa responsabilità nell’aver tollerato il regime di Akayev e altri simili nella zona.
E’ anche vero che, quando due anni fa abbiamo incontrato Akayev a Bishkek con la delegazione del Parlamento europeo, egli sembrava sincero e convincente nel sostenere che il suo obiettivo era uno Stato più democratico e più trasparente.
Forse allora ci credeva veramente, ora di sicuro non più.
<P>
La risoluzione parla di situazione fragile in Kirghizistan ed è giusto, perché a differenza dell’Ucraina e della Georgia, come ha ricordato la collega Stenzel, il risultato finale non è affatto acquisito.
In questo momento c’è un pericoloso vuoto di potere.
Nella risoluzione, si sottolinea anche la litigiosità dell’opposizione che attualmente sembra detenere il potere, unita solo dalla lotta al regime di Akayev, mentre le sue credenziali democratiche sono intaccate dalla precedente collaborazione con la dittatura di quest’ultimo.
<P>
Per questo motivo è molto importante il punto 4 della risoluzione che, auspicando una sostanziale riforma della costituzione, mette in guardia contro il pericolo che si insedi un sistema di potere simile al precedente, ma solo con diversi personaggi politici.
Il pericolo esiste, gli Stati Uniti da anni forniscono un aiuto finanziario e morale alle forze democratiche nel Kirghizistan, dobbiamo cominciare a farlo anche noi.
<SPEAKER ID="45" LANGUAGE="HU" NAME="Péter Olajos (PPE-DE )." AFFILIATION="leader">
<P>
   Signor Presidente, i cambiamenti intervenuti nella regione dei Nuovi Stati indipendenti nell’ultimo anno indicano che i sistemi postsovietici sono attraversati da una crisi e non hanno soddisfatto le aspettative di riforma politica, economica e sociale.
L’esempio più lampante in Asia centrale è il Kirghizistan.
Purtroppo, siamo costretti a notare che alcuni hanno ancora una volta tratto le conclusioni sbagliate dalle “rivoluzioni colorate” e, invece di riparare ai propri errori evidenziati dai fatti, hanno bloccato le possibili strade d’uscita dalla crisi per loro stessi, i loro paesi e i loro popoli.
<P>
E’ stato triste apprendere che gli avvenimenti kirghizi hanno costretto il del vicino Kazakistan a introdurre misure rigorose.
Sembra che le mozioni di risoluzione tese a emendare il processo elettorale e il lavoro dei stiano andando nella direzione sbagliata, e che la proposta di legge sulla sicurezza nazionale sia stata criticata dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa durante una tribuna aperta.
Ciò è deplorevole, soprattutto perché la comunità internazionale ha di buongrado riconosciuto i progressi del Kazakistan nella ristrutturazione economica e sociale e nel garantire pace e armonia tra nazionalità e confessioni diverse.
Speravamo fortemente che il Kazakistan sarebbe stato il primo paese della regione dei Nuovi Stati indipendenti a meritare l’onorabile nomina alla Presidenza, incarico di grande responsabilità.
In tale ottica, forse, appaiono ancora più incresciosi fatti come la chiusura, con false motivazioni, del quotidiano dell’opposizione, , e le brutali aggressioni di cui è stato vittima, per ben due volte in meno di un mese, il potenziale candidato dell’opposizione Zharmakhan Tuyakbai.
Il fatto che la polizia non si sia assolutamente mossa mentre decine di scagnozzi compivano aggressioni non può essere stato casuale.
Possiamo solo sperare che il capo di Stato abbia serie intenzioni di trovare e punire i responsabili.
<P>
La democrazia comporta un’onesta rivalità tra avversari politici, e questi attacchi sono incompatibili con i suoi principi.
Bisogna dichiarare a gran voce che un’autorità ha sempre il compito di garantire, nel proprio paese, le condizioni per il rispetto delle pari opportunità e l’uso di strumenti onesti nelle battaglie politiche.
<SPEAKER ID="46" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   Signor Presidente, desidero innanzi tutto correggere un errore che ho commesso sulla data delle elezioni in Kirghizistan.
L’onorevole Maat ha detto che le elezioni sono previste per il 10 luglio.
Questa informazione è stata comunicata il 6 maggio: vi prego, dunque, di accettare le mie scuse per l’errore.
<P>
Vorrei inoltre ringraziare gli onorevoli parlamentari intervenuti per le analisi che hanno proposto, estremamente utili e del tutto adatte all’importanza della regione.
Il ruolo geopolitico e geostrategico che essa riveste per l’Unione europea è stato chiaramente espresso: ciò significa che l’UE deve garantire una maggiore presenza nella regione.
Tutti noi abbiamo l’interesse a garantirne una maggiore stabilità e, a tal fine, occorre sostenere l’aspirazione di tali paesi al consolidamento della propria indipendenza conquistata abbastanza di recente.
Ritengo che, in questo senso, l’Unione europea possa svolgere un ruolo importante nel mantenere il necessario equilibrio tra la Russia, da una parte, e gli Stati Uniti e probabilmente la Cina dall’altra.
<P>
La stabilità è ancora più fondamentale trattandosi, come molti oratori hanno sottolineato, di Stati ancora caratterizzati da fragilità interne, i quali, pertanto, sono particolarmente esposti alla minaccia del terrorismo e del fondamentalismo.
Dobbiamo quindi collaborare con tali paesi affinché possano evolvere in democrazie in cui i diritti umani siano meglio rispettati e il sistema democratico consolidato.
Ciò sarà possibile solo se li aiuteremo a promuovere lo sviluppo economico.
I paesi di cui ci stiamo occupando sono molto diversi tra loro: la situazione economica di un paese come il Kirghizistan è, in effetti, molto diversa da quella di un paese come il Kazakistan, uno degli Stati potenzialmente più ricchi.
Anche in questo senso l’Unione europea può svolgere un ruolo molto importante.
Con quegli Stati abbiamo già stipulato, negli anni ’90, accordi di cooperazione nel quadro dei quali teniamo periodicamente incontri sia sulla cooperazione che stiamo promovendo sia su una forma di dialogo politico.
<P>
Il messaggio lanciato dalla vostra risoluzione, che accolgo con favore, indica che l’Unione europea è chiamata a ricoprire un ruolo politico importante, che può esercitare in stretta collaborazione con l’OSCE, soprattutto per le questioni legate ai diritti umani e alla transizione democratica.
<SPEAKER ID="47" LANGUAGE="ES" NAME="Joaquín Almunia," AFFILIATION="troika">
<P>
   Signor Presidente, anch’io desidero ringraziare tutti gli onorevoli parlamentari per i contributi che, con i loro interventi, hanno apportato a questo dibattito, al fine di condividere tra tutte le Istituzioni dell’Unione la visione più certa possibile di quale sia la situazione reale, quali siano le sfide, le strategie e gli strumenti a nostra disposizione per portare la libertà, garanzia dei diritti umani e del processo democratico, ai paesi dell’Asia centrale.
Perché questo, ovviamente, non solo sarà vitale per le aspirazioni dei cittadini della regione: la stabilità, la prosperità e la democratizzazione di quegli Stati sarà anche, sicuramente, un elemento molto importante per la nostra sicurezza.
<P>
In primo luogo, le elezioni del 10 luglio sono molto importanti.
E’ fondamentale che esse si svolgano in un clima di tranquillità, con la garanzia che la volontà dei cittadini che si recheranno alle urne sarà rispettata.
<P>
Da questo punto di vista, come ho detto nel mio intervento iniziale, condiviso da molti onorevoli, l’azione dell’OSCE è cruciale, e la Commissione ritiene che il ruolo che deve ricoprire per il corretto svolgimento delle elezioni debba coordinarsi con il ruolo da protagonista svolto dall’OSCE.
In ogni caso – come ho anche detto nel mio discorso iniziale – sono stati utilizzati i meccanismi a nostra disposizione e sono stati stanziati 1,3 milioni di euro per garantire il buon andamento del processo elettorale.
<P>
Sarebbe altresì auspicabile, se ancora non esiste una decisione al riguardo, che una delegazione di osservatori del Parlamento assista alle elezioni e garantisca, o cerchi di migliorare, lo svolgimento della consultazione popolare nel pieno rispetto della democrazia.
<P>
Vorrei inoltre aggiungere un secondo commento sulla necessità di una strategia, di un approccio regionale.
Molti di voi ne hanno parlato, la Commissione è d’accordo e, dal 2002, esiste una strategia che è stata elaborata dopo la visita dell’ex Commissario alle relazioni esterne e adottata alla fine del 2002.
Gli obiettivi principali sono la promozione della stabilità e della sicurezza nella regione, oltre allo sviluppo economico sostenibile, dando priorità alla riduzione della povertà e alla difesa dei diritti umani.
<P>
Poiché uno dei principali interessi dell’Unione europea in questa regione è legato – dal punto di vista economico – alle risorse energetiche, nello sviluppo di questa strategia è molto importante l’incontro tenutosi lo scorso anno a novembre tra i ministri dell’Energia, e crediamo di dovere proseguire in questa direzione.
Il prossimo giugno, la e i ministri degli Esteri della regione terranno un’altra importante riunione per valutare la situazione e continuare a progredire nell’attuazione del programma.
<P>
Di conseguenza, tutto ciò che favorisce la creazione di ulteriori elementi per la nostra strategia, per un approccio comune regionale, in tutti i suoi aspetti di democratizzazione, lotta alla povertà, difesa, garanzia dei nostri interessi economici, tutela dei diritti umani, avrà ovviamente il sostegno della Commissione, e saranno accolti tutti i contenuti della risoluzione del Parlamento al riguardo.
<P>
Infine, per quanto attiene al caso particolare menzionato dall’onorevole Maat nel suo intervento – un caso di violazione dei diritti umani – in questo momento non abbiamo informazioni precise sul fatto citato dall’onorevole deputato.
Chiedo all’onorevole Maat, pur sapendo che in questo momento non è presente in Aula, di riferirci in merito, cosicché i nostri rappresentanti presenti nella regione possano raccogliere tutte le informazioni necessarie, che poi metteremo a disposizione dell’Assemblea.
<SPEAKER ID="48" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="(La seduta, sospesa alle 11.10, riprende alle 11.30)">
<P>
   – A conclusione del dibattito, comunico di aver ricevuto sei proposte di risoluzione ai sensi dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento(1).
<P>
La discussione è chiusa.
<P>
La votazione si svolgerà domani.
<SPEAKER ID="49" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Vicepresidente">
<SPEAKER ID="50" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="(Per risultati e ulteriori dettagli sulle votazioni: cfr. processo verbale)">
<P>
   – L’ordine del giorno reca il turno di votazioni.
<SPEAKER ID="51" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Prima della votazione">
<SPEAKER ID="52" LANGUAGE="" NAME="Stefano Zappalà (PPE-DE )," AFFILIATION="relatore">
<P>
   . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, l’emendamento 54, che fa parte del blocco 1, prevede l’introduzione all’allegato 5 di ulteriori tabelle da considerare integrative della tabella 22 di cui alla posizione comune del Consiglio: non sostitutive, ma integrative!
E’ una precisazione che faccio perché così come è stato posto non risulta chiaro, e perché resti agli atti: si tratta di una posizione concordata.
<SPEAKER ID="53" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – Le sue osservazioni verranno messe agli atti e chiederemo ai servizi linguistici di esaminare in dettaglio le diverse versioni linguistiche e il loro contenuto.
<SPEAKER ID="54" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Prima della votazione sull’emendamento n. 49">
<SPEAKER ID="55" LANGUAGE="" NAME="Mario Borghezio (IND/DEM )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo per presentare un emendamento orale.
Chiedo di aggiungere alla parola “sicurezza” due aggettivi “pubblica e privata” per estendere questa giusta tutela anche ai lavoratori della sicurezza privata, che spesso sono penalizzati e non tutelati adeguatamente a livello sindacale.
<SPEAKER ID="56" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="(Essendosi alzati più di 37 deputati, l’emendamento orale non è preso in considerazione)">
<SPEAKER ID="57" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Presidente">
<SPEAKER ID="58" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="Sire">
<P>
   – Altezze, è un grande onore per me, come Presidente del Parlamento europeo, ricevere oggi il capo dello Stato che esercita attualmente la Presidenza dell’Unione europea.
<P>
, a nome mio e dei miei colleghi, le porgo il più caloroso benvenuto.
La sua presenza nella nostra Istituzione dimostra il suo interesse per l’integrazione europea e l’importante ruolo che il suo paese svolge in questo processo.
La sua visita ha un nesso storico con quella compiuta da suo padre, il Granduca Jean, il 22 novembre 1990, quasi quindici anni fa.
<P>
All’epoca l’Unione europea era costituita da dodici Stati membri e aveva 340 milioni di cittadini.
Oggi siamo più che raddoppiati: 25 paesi e 455 milioni di europei.
Queste cifre dimostrano quanto è stato lungo il cammino che abbiamo percorso, durante il quale siamo riusciti a riunificare un continente e a condividere gli stessi valori.
<P>
Il suo paese, il Lussemburgo, è sempre stato un difensore fedele e determinato dell’integrazione europea e la sua Presidenza ci sta dimostrando ancora una volta che i cosiddetti paesi “piccoli”, piccoli per dimensioni, ma grandi per la loro storia, sono capaci di esercitare grandi presidenze e apportano un aggiuntivo all’integrazione comunitaria, grazie al lavoro di politici intelligenti e costantemente disponibili nei confronti del Parlamento.
<P>
Guardando al passato, ricordiamo che il nome del suo paese, il Lussemburgo, è associato a momenti importanti della storia europea, come il compromesso del Lussemburgo del 1966, con il quale si riuscì a riportare la Francia al tavolo comunitario.
E’ un momento straordinario della storia d’Europa che porta il nome del suo paese.
E oggi, trascorsi tre quarti del suo mandato, la Presidenza lussemburghese mostra già un bilancio estremamente positivo, che sono sicuro si arricchirà ancora nel periodo rimanente del semestre.
<P>
il governo del suo paese ha raggiunto un accordo sul Patto di stabilità durante la sua Presidenza dell’Unione, rispettandone i criteri fondamentali; ha dato un nuovo orientamento alla strategia di Lisbona e abbiamo appena firmato in Lussemburgo i trattati di adesione con la Romania e la Bulgaria, benché non le nasconda che la questione più difficile, quella delle prospettive finanziarie per il prossimo periodo 2007-2013, deve ancora essere conclusa.
Fidiamoci degli sforzi della Presidenza lussemburghese per concluderla positivamente.
<P>
, da quando è stato proclamato Granduca nell’ottobre del 2000, lei ha sempre espresso una preoccupazione costante per tutti gli abitanti del suo paese, in particolare assicurando un’adeguata integrazione delle varie nazionalità che lo compongono ed evitando ogni forma di esclusione sociale, e sappiamo che in questo compito l’asseconda la sua consorte, la Granduchessa María Teresa, che ci onora oggi della sua presenza.
<P>
Insieme state perpetuando i legami che uniscono il vostro casato al vostro popolo e state proseguendo sulla strada aperta da suo padre, coniugando tradizione e modernità.
Forse possiamo così sintetizzare ciò che il Lussemburgo rappresenta oggi: la migliore combinazione di tradizione e modernità che l’essere umano è mai stato capace di creare.
<P>
, a lei la parola.
<SPEAKER ID="59" LANGUAGE="FR" NAME="Henri di Lussemburgo," AFFILIATION="Applausi)">
<SPEAKER ID="60" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="Sire">
<P>
   – A nome del Parlamento europeo, la ringrazio, , per le sue parole, che dimostrano una profonda conoscenza della nostra integrazione politica, della quale il suo paese è stato attore e testimone privilegiato.
<P>
Le sue sono state anche parole di incoraggiamento per il lavoro quotidiano che svolge questa Istituzione e non mi rimane che augurare a lei e alla sua consorte un felice soggiorno a Strasburgo, per il tempo che ancora rimarrete con noi.
<SPEAKER ID="61" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Vicepresidente">
<SPEAKER ID="62" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="63" LANGUAGE="PT" NAME="Luís Queiró (PPE-DE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   .– Ho votato a favore della relazione, in primo luogo perché tutte le norme in vigore che assicurano la debita partecipazione degli Stati membri a questo processo sono state rispettate e, in secondo luogo, perché il Parlamento ha espresso un giudizio favorevole sul candidato approvato.
<SPEAKER ID="64" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="65" LANGUAGE="SV" NAME="Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM )," AFFILIATION="per iscritto.">
<P>
   – Siamo contrari alla politica agricola comune nella sua forma attuale e ci opponiamo a modifiche che, in linea di principio, rivestono importanza trascurabile nel sistema generale.
Chiediamo la completa revisione e riorganizzazione dell’intera politica agricola comune e, di conseguenza, abbiamo difficoltà a isolare singoli settori quali quello oggetto della votazione odierna.
<P>
A nostro parere, il regime di contingentamento per l’amido di patate, sul quale siamo chiamati a votare, non deve assolutamente essere prorogato.
L’Unione europea deve anzi abolire ogni tipo di regime di contingentamento nel settore agricolo.
<SPEAKER ID="66" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="67" LANGUAGE="PT" NAME="Ilda Figueiredo (GUE/NGL )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   .– Oggi il Parlamento ha adottato la posizione comune sulla proposta di direttiva presentata dalla Commissione europea nel 2002.
Nel frattempo, molta acqua è passata sotto i ponti e ora sono stati introdotti vari aspetti che non figuravano nella proposta iniziale.
<P>
Nella versione attuale, sono comprese molte situazioni – le libere professioni e il lavoro dipendente, le prestazioni temporanee di servizi e le cosiddette professioni “regolamentate” (medici, infermieri, architetti) – seppure sotto punti di vista diversi.
<P>
Vi sono anche alcuni emendamenti, il cui obiettivo è definire il ruolo delle associazioni professionali responsabili del riconoscimento delle qualifiche e istituire un comitato unico a tal fine.
Gli emendamenti mirano anche a garantire che le professioni siano rappresentate in seno al nuovo organismo e propongono l’introduzione di una tessera professionale individuale, contenente informazioni sulla carriera professionale del titolare.
<SPEAKER ID="68" LANGUAGE="SV" NAME="Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM )," AFFILIATION="per iscritto.">
<P>
   – Siamo favorevoli a strutture e norme volte a prevenire le discriminazioni sul mercato del lavoro contro persone di altri paesi.
Siamo sinceri sostenitori di un mercato interno flessibile e aperto nell’Unione europea.
Riteniamo tuttavia che spetti ai singoli Stati membri giudicare quali qualifiche professionali debbano essere oggetto di riconoscimento reciproco.
Purtroppo, la direttiva non tiene sufficientemente conto delle esigenze e delle condizioni di base nazionali.
I sistemi di istruzione variano da uno Stato membro all’altro e, nella pratica, è quindi difficile garantire il riconoscimento reciproco di tutte le qualifiche professionali.
Sosteniamo l’emendamento in cui si raccomanda di escludere dal campo di applicazione della direttiva i notai nell’esercizio di pubblici poteri.
<SPEAKER ID="69" LANGUAGE="DE" NAME="Alexander Lambsdorff, Barbara Weiler e Joachim Wuermeling (PPE-DE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   .– La direttiva per ora non offre una soluzione soddisfacente a un problema che riguarda le qualifiche professionali tedesche.
A seguito di modifiche introdotte nella legislazione tedesca, la direttiva comporterà che le qualifiche tedesche di operaio qualificato () e di operaio specializzato () rientreranno nella stessa categoria, anche se gli operai specializzati devono completare un impegnativo corso di formazione supplementare che dura diversi anni.
<P>
Sarebbe tuttavia possibile aggiungere la qualifica di operaio specializzato in una categoria di livello più elevato, includendola nell’allegato II della direttiva.
Abbiamo votato a favore del compromesso, nella speranza che il “Comitato di riconoscimento delle qualifiche professionali”, che sarà responsabile in materia a norma dell’articolo 58 della direttiva, accolga questa richiesta prima del termine fissato per la trasposizione.
<SPEAKER ID="70" LANGUAGE="FR" NAME="Marine Le Pen (NI )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   . – Il riconoscimento delle qualifiche professionali nell’Unione europea non rappresenterà un progresso reale se non s’inserisce in una strategia più ampia, volta a eliminare le frontiere nazionali, che sono percepite come ostacoli alla libera circolazione delle merci e delle persone.
Il nomadismo è ormai stato promosso al rango di valore comunitario, in quanto fa della mobilità geografica e professionale l’alfa e l’omega del nuovo europeo.
<P>
Il sistema di riconoscimento delle qualifiche dovrà adattarsi ai cambiamenti che possono intervenire nel mondo del lavoro o nei sistemi di istruzione, secondo la filosofia ultraliberista che anima le Istituzioni europee.
In quest’ottica, la Commissione ha definito una politica sociale molto particolare, che incoraggia la formazione e la mobilità dei lavoratori, a condizioni minime di formazione che dovrebbero assicurare una migliore adattabilità ai mercati del lavoro.
<P>
D’altro canto, gli organismi normativi e professionali hanno espresso diverse preoccupazioni riguardo al futuro di alcune professioni e alla qualità della formazione fornita in alcuni paesi, in particolare per quanto concerne la salute pubblica.
<P>
Infine, la direttiva sul riconoscimento delle qualifiche professionali è la conseguenza della direttiva sulla liberalizzazione dei servizi.
Vale a dire che la direttiva Bolkestein è più che mai d’attualità!
<SPEAKER ID="71" LANGUAGE="FR" NAME="Astrid Lulling (PPE-DE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   . – Abbiamo bisogno di una direttiva sul riconoscimento delle qualifiche professionali per garantire la libertà di stabilimento e la libera prestazione di servizi nel mercato unico, senza discriminazioni per quanto riguarda il livello delle qualifiche professionali.
Questo principio non è contestato.
Occorre evitare di mescolarla con la scellerata proposta di direttiva Bolkestein, il cui obiettivo è creare un vero mercato unico dei servizi e di cui discuteremo in questa sede nel corso del prossimo mese, per modificarla laddove necessario.
<P>
Per quanto riguarda gli emendamenti presentati nel quadro del progetto di raccomandazione per la seconda lettura, condivido la preoccupazione degli artigiani del mio paese, che temono una svalutazione delle qualifiche professionali richieste per lo stabilimento, il che è incompatibile con la strategia di Lisbona e l’importanza che essa attribuisce alla formazione.
Il desiderio legittimo di creare un mercato unico realmente funzionante non deve mai portare a un livellamento verso il basso.
E’ nell’interesse sia delle imprese sia dei consumatori offrire prodotti e servizi qualificati.
Questo è il motivo per cui ho votato a favore degli emendamenti che mirano giustamente a rafforzare la certezza del diritto per gli operatori economici.
<SPEAKER ID="72" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="73" LANGUAGE="PT" NAME="Ilda Figueiredo (GUE/NGL )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   .– Abbiamo votato a favore della relazione perché propone di migliorare il funzionamento delle organizzazioni dei produttori, tramite l’introduzione di un sistema di gestione delle crisi e la promozione dei prodotti ortofrutticoli e delle loro varietà locali, tenendo conto del fatto che il loro consumo contribuisce positivamente alla salute pubblica.
<P>
Concordo con la relatrice sulla necessità di incoraggiare la creazione di organizzazioni dei produttori nelle zone con un basso livello di associazionismo, come nel caso del Portogallo.
Vorrei inoltre evidenziare l’importanza attribuita alla garanzia della certezza del diritto per le organizzazioni dei produttori e alla semplificazione delle procedure di controllo, tramite la definizione di criteri omogenei per i controlli effettuati sui programmi operativi dalle varie autorità nazionali e comunitarie.
<P>
Accogliamo altresì con favore “l’introduzione di un sistema efficace di gestione delle crisi di mercato per evitare che il settore si ritrovi inerme dinanzi a forti cadute dei prezzi”.
Per quanto riguarda la sua applicazione pratica e il “fondo di sicurezza” menzionato nella relazione, quest’ultimo dovrebbe essere costituito esclusivamente da fondi comunitari, in quanto questo sarebbe il modo più equo di risolvere la questione.
<SPEAKER ID="74" LANGUAGE="SV" NAME="Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM )," AFFILIATION="per iscritto.">
<P>
   – La relazione mira a semplificare l’organizzazione comune dei mercati degli ortofrutticoli dell’Unione europea.
Essa conserva tuttavia le strutture esistenti della politica agricola comune e quindi non possiamo sostenerla.
<SPEAKER ID="75" LANGUAGE="PT" NAME="Luís Queiró (PPE-DE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   .– E’ noto che l’agricoltura riveste importanza fondamentale per il Portogallo.
In questo contesto, il mio paese deve cercare di proteggere un settore che, al di là degli interessi di una specifica categoria professionale, riveste interesse per il paese nel suo insieme.
Ho votato a favore della relazione perché ritengo che la proposta risponda alle aspettative delle organizzazioni dei produttori e perché sostengo un modello adeguato per il regime di aiuti relativo ai prodotti trasformati.
<SPEAKER ID="76" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="77" LANGUAGE="MT" NAME="Joseph Muscat (PSE )." AFFILIATION="opt-out">
<P>
   – Ho votato contro l’eliminazione della possibilità di ricorrere all’, che consente al singolo lavoratore di svolgere più di otto ore di straordinari a settimana, per ragioni pratiche e per rispondere alle necessità dei lavoratori e dell’industria maltese.
Su questo punto c’è il consenso di tutte le parti sociali del nostro paese.
<P>
Sono favorevole alla limitazione dell’orario di lavoro e alla creazione di un migliore equilibrio tra l’orario di lavoro e la famiglia.
Tuttavia dovete comprendere che nel nostro paese non esiste un mercato della locazione e che il terreno è scarso e molto costoso.
Ogni nucleo familiare e specialmente i giovani prendono a prestito migliaia di euro per avere un posto dove vivere.
Si impegnano per molti anni durante i quali spendono somme ingenti di denaro e gran parte del loro reddito, compreso quello derivante dagli straordinari, per pagare l’appartamento o la casa in cui risiedono.
<P>
Un gran numero di famiglie si trova in una situazione di questo genere non perché lo desidera, ma perché è il mercato a imporla. Si tratta di situazioni in cui le famiglie dipendono in modo sostanziale dal reddito derivante dagli straordinari, non per fare fronte a spese voluttuarie, ma per rispettare gli obblighi assunti.
Le famiglie più vulnerabili sono quelle a basso reddito.
<P>
Se limitiamo gli straordinari, non le aiuteremo certo, ma le metteremo in una situazione ancora più difficile.
Chi darà loro i soldi di cui hanno bisogno?
L’Unione europea forse?
Il partito laburista ha fatto presente questo problema e ci troviamo qui per cercare di risolverlo.
Sono tuttavia molto preoccupato che la strada sia tutta in salita.
<SPEAKER ID="78" LANGUAGE="EN" NAME="John Attard-Montalto (PSE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, desidero spiegare i motivi per i quali non ho votato conformemente alla linea del partito sulla maggioranza degli emendamenti alla relazione Cercas.
La ragione è stata che, tenendo conto degli incontri informali con i maggiori sindacati del mio paese, è emerso che, al momento, Malta non si trova in una posizione economica tale da essere in grado di attuare la direttiva sull’orario di lavoro.
<P>
Come spiegato dal collega appena intervenuto, le classi sociali con un reddito più basso non sarebbero in grado di onorare i loro impegni a meno che le proprie entrate non vengano integrate con straordinari e altri sussidi.
<SPEAKER ID="79" LANGUAGE="" NAME="Carlo Fatuzzo (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho chiesto a un campione rappresentativo dei venti milioni di pensionati che dall’Italia in buona parte hanno votato perché fossi qui, parlamentare europeo per rappresentarli, come dovevo votare sulla riduzione dell’orario di lavoro.
Il campione mi ha risposto: “C’è qualcuno che vuole farci lavorare tutta la vita, tutti gli anni della nostra vita di lavoro, più tanti mesi, più tante settimane, più tanti giorni, più tante ore al giorno possibili e immaginabili, come se non bastasse, vogliono anche farci riscuotere la pensione meno anni possibile, meno mesi possibile, la misura minore possibile.
Non abbiamo altro da sperare che di potere, almeno, lavorare il meno possibile durante la giornata lavorativa”, pertanto ho votato a favore della relazione Cercas e degli emendamenti che riducono il tempo di lavoro.
<SPEAKER ID="80" LANGUAGE="EN" NAME="James Hugh Allister (NI )" AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   , . – Ho votato contro la relazione riguardante la direttiva sull’orario di lavoro perché priva i singoli lavoratori della facoltà di ricorrere all’ relativamente al limite delle 48 ore lavorative settimanali.
Si tratta di un’interferenza intollerabile nella libertà personale di scelta e nei diritti dell’individuo, e rivela il tipico approccio di Bruxelles di voler dettare legge in ogni aspetto della nostra vita socioeconomica.
<P>
Sfortunatamente, l’emendamento per preservare la clausola di è stato respinto, e dunque il resto d’Europa si sta allineando per rifilarci una direttiva sull’orario di lavoro che raccoglie pochissimo consenso nel Regno Unito.
Si tratta di uno dei più insopportabili fardelli legati all’appartenenza all’UE e di un sano avvertimento contro il crescente controllo di Bruxelles che comporterà la nuova Costituzione, visto il dogma socioeconomico contenuto nella Parte III.
<SPEAKER ID="81" LANGUAGE="EN" NAME="Derek Roland Clark (IND/DEM )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   . – I deputati dell’UKIP hanno votato CONTRO l’emendamento n.
37 dal momento che la direttiva sull’orario di lavoro è già operativa e continuerà ad esserlo.
Il nostro obiettivo è quello di mitigare i suoi aspetti peggiori.
Al momento è possibile decidere di ricorrere all’ sulla clausola delle 48 ore lavorative settimanali, sia a livello individuale che di gruppo, firmando un accordo con il datore di lavoro.
La Commissione europea desidera mantenere gli , la relazione CERCAS li elimina.
<P>
L’emendamento n. 37 è stato classificato come “Proposta di reiezione della proposta della Commissione”.
Votando contro questo emendamento l’UKIP ha cercato di ristabilire la posizione della Commissione e dunque di mantenere gli .
<SPEAKER ID="82" LANGUAGE="FR" NAME="De Keyser (PSE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   . – Nel momento in cui il Trattato costituzionale richiede che la sinistra lotti per un “sì”, credo che gli emendamenti che la relazione Cercas è stata in grado di introdurre nella direttiva sull’orario di lavoro costituiscano una vittoria, date le forti pressioni esercitate dalla destra.
Tuttavia questa vittoria non può mascherare il passo indietro dal punto di vista sociale rappresentato dal testo su cui si è votato oggi.
In particolare:
<P>
1) la clausola di rimarrà in vigore per tre anni;
<P>
2) l’annualizzazione dell’orario di lavoro non verrà più negoziata dalle parti sociali.
Si tratta di un passo indietro in un’area di vitale importanza, quella del monitoraggio della flessibilità;
<P>
3) sebbene i periodi di “non-produttività” – per esempio quelli in cui si svolge il servizio di guardia – vengano ancora computati come orario di lavoro, delle eccezioni potrebbero consentire di calcolarli in modo specifico.
<P>
Il Trattato costituzionale mira ad introdurre più dialogo sociale, ma l’attuale direttiva lo riduce.
Inoltre la presente direttiva compromette uno dei risultati fondamentali raggiunti nelle battaglie del secolo scorso: la riduzione dell’orario di lavoro e la regolamentazione della giornata lavorativa.
Ecco perché, anche se accogliamo con favore gli sforzi dell’onorevole Cercas e del gruppo socialista al Parlamento europeo nel respingere l’ultraliberalismo che caratterizza la direttiva, ho deciso di astenermi.
<SPEAKER ID="83" LANGUAGE="EN" NAME="Proinsias De Rossa (PSE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   . – Sostengo pienamente la relazione CERCAS come significativo passo avanti verso una settimana lavorativa di 48 ore in tutti e 25 gli Stati membri dal 2010.
Eliminerà gli attuali e introdurrà nuove condizioni più rigide su come calcolare il “servizio di guardia” rispetto alla settimana di 48 ore.
L’orario di lavoro continuerà a essere calcolato su un periodo di 4 mesi, salvo talune eccezioni che prevedono il calcolo su 12 mesi, con un più forte controllo attraverso negoziazioni collettive.
<P>
Un regolamento adeguato sull’orario di lavoro costituisce una pietra miliare per l’Europa sociale.
Consente di conciliare lavoro e vita familiare e affronta un’importante questione relativa alla salute e alla sicurezza.
<P>
E’ assolutamente sbagliato che vi sia una clausola di nella legislazione relativa alla salute e alla sicurezza, ed è dunque importante porre termine quanto prima a questa situazione.
Il rischio maggiore è che questo venga esteso a tutti gli Stati membri, perché ciò renderebbe superfluo il regolamento relativo all’orario di lavoro e si tradurrebbe quindi in una corsa al ribasso.
<P>
La data di attuazione del 2010 concede ad entrambe le parti sociali il tempo necessario per negoziare nuovi accordi che tengano in considerazione la settimana da 48 ore.
La Confederazione europea dei sindacati (CES) sostiene pienamente la relazione dal momento che offre un giusto trattamento ai lavoratori dell’UE.
<SPEAKER ID="84" LANGUAGE="NL" NAME="De Vits (PSE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   .– Nel corso della votazione sulla relazione Cercas relativa alla revisione della direttiva sull’orario di lavoro mi sono astenuto.
Il testo di compromesso approvato non può essere considerato un progresso per l’Europa sociale.
Dovremo prestare attenzione al mantenimento dei risultati raggiunti dal punto di vista sociale.
<P>
Innanzi tutto il principio guida della direttiva è la flessibilità, non la salute e la sicurezza dei lavoratori.
<P>
In secondo luogo, anche se con il tempo (fra tre anni) decadrà la possibilità di ricorrere all’, che consente agli Stati membri di usufruire di una deroga sulle disposizioni relative all’orario di lavoro, ciò non impedisce agli Stati membri, su richiesta, di prevedere orari di lavoro stipulati sulla base di contratti individuali e dunque di aggirare le garanzie sociali degli accordi negoziati per tre anni.
<P>
In terzo luogo, la possibilità di annualizzare l’orario di lavoro anche per via legislativa rappresenta l’annullamento di un diritto esclusivo di consultazione sociale.
<P>
Anche se il Parlamento descrive il periodo di reperibilità (servizio di guardia) come orario di lavoro, la parte inattiva della reperibilità può essere calcolata in “modo specifico” (attraverso accordi collettivi o regimi legali) senza che ci siano garanzie per i lavoratori coinvolti.
<P>
Inoltre, la divisione tra periodo di reperibilità attivo e inattivo minaccia di estendersi ad altri settori.
<SPEAKER ID="85" LANGUAGE="PT" NAME="Ilda Figueiredo (GUE/NGL )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   .– Accogliamo con favore il fatto che il Parlamento non abbia accettato un gran numero di proposte contenute nella posizione della Commissione relativamente alla nuova direttiva sull’orario di lavoro.
Si tratta di uno degli aspetti più pericolosi dell’attacco ai diritti dei lavoratori e mette a rischio i risultati ottenuti in una battaglia durata più di cento anni e che ha penalizzato milioni di lavoratori e le loro famiglie.
<P>
Riteniamo positivo che sia stata approvata la soppressione dell’ tre anni dopo l’entrata in vigore della nuova direttiva, per cui abbiamo dato il nostro contributo.
<P>
Siamo molto delusi dal fatto che sia stata accettata la definizione di orario inattivo e che sia stata trascurata la giurisprudenza della Corte di Giustizia.
Tale fatto potrebbe portare a un’ulteriore deregolamentazione in materia di lavoro, il che condurrebbe a difficoltà anche maggiori nella conciliazione della vita lavorativa e di quella familiare e nella tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.
Esiste inoltre la possibilità che le ore lavorative vengano annualizzate.
Di conseguenza abbiamo votato contro.
<SPEAKER ID="86" LANGUAGE="SV" NAME="Hélène Goudin, Nils Lundgren e Lars Wohlin (IND/DEM )," AFFILIATION="per iscritto.">
<P>
   – Crediamo, puramente per questioni di principio, che l’UE non debba prendere decisioni relative all’orario di lavoro negli Stati membri.
Si tratta di una questione su cui devono decidere i parlamenti e le parti sociali in ogni singolo Stato.
Abbiamo scelto di appoggiare quegli emendamenti che aprono la strada ad una maggiore autodeterminazione nazionale, ma nel complesso votiamo contro la risoluzione.
<SPEAKER ID="87" LANGUAGE="EN" NAME="Louis Grech (PSE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   . – In linea di principio condivido la maggior parte dei punti di vista e delle argomentazioni esposti nella relazione.
Tuttavia a Malta molti lavoratori fanno orari prolungati perché ne hanno bisogno, per soddisfare le proprie necessità finanziarie o per rispettare altri obblighi.
<P>
In alcune aree la direttiva è inflessibile e avrebbe ripercussioni negative per l’economia della nostra piccola isola e per tutte le parti interessate.
<P>
L’attuazione di questa relazione potrebbe compromettere i nostri tentativi di cercare di mantenere e possibilmente creare posti di lavoro senza intaccare il modello sociale.
<P>
La scelta dei lavoratori e la competitività, da un lato, e la prestazione efficace di assistenza sanitaria e sicurezza, dall’altro, sono due aspetti vitali per il benessere del popolo maltese e non è possibile negoziare sull’uno a discapito dell’altro.
<P>
Per Malta è dunque essenziale mantenere il diritto individuale di fare ricorso all’.
<P>
Questa posizione trova ampio consenso a Malta, anche tra i sindacati.
<P>
Ampi strati della popolazione non considerano questo documento utile per Malta.
Per queste ragioni ritengo dunque che per il momento non sia opportuno per me votare a favore della relazione.
<SPEAKER ID="88" LANGUAGE="EN" NAME="Richard Howitt (PSE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   . – La mia regione, l’Inghilterra orientale, ha il più lungo orario di lavoro nel Regno Unito.
Una persona su dieci, attiva nel settore dei trasporti, svolge più di 60 ore settimanali di servizio. Allo stesso modo un addetto a macchinari su dieci lavora più di 56 ore settimanali, mentre la stessa percentuale di lavoratori qualificati nel settore del commercio ne lavora più di 53 a settimana.
Per gli operai edili e i magazzinieri il numero di ore settimanali scende a 50. Così com’era giusto introdurre il salario minimo per combattere il problema dei salari troppo modesti, è ora giunto il momento di porre fine all’orario di lavoro eccessivo, che vede lavoratori oppressi e sfruttati, colpiti da e altri problemi di salute che danneggiano la loro vita familiare.
Ecco perché, con le necessarie tutele, sostengo appieno la fine dell’ britannico alle normative comunitarie relative all’orario di lavoro.
<SPEAKER ID="89" LANGUAGE="FR" NAME="Carl Lang (NI )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   .– La relazione Cercas, che i deputati del hanno approvato nonostante le numerose lacune, chiede la cancellazione della clausola di che la Commissione ha proposto di mantenere.
Tale clausola, consentendo a taluni Stati membri di prolungare la durata legale della settimana lavorativa oltre le 48 ore, ha inasprito il sociale in Europa.
In un’Europa senza confini, le imprese francesi vincolate alla settimana di 35 ore non saranno in grado di competere con i concorrenti che hanno sede in quei paesi europei che fanno ricorso alla clausola di .
<P>
Tuttavia non ci facciamo illusioni.
L’approvazione della relazione dell’onorevole Cercas rappresenta solo un primo passo.
In occasione di questa prima lettura odierna, il Parlamento europeo ha costretto la Commissione europea a indietreggiare perché molti europarlamentari temono che l’elettorato francese esprima il proprio dissenso il 29 maggio.
<SPEAKER ID="90" LANGUAGE="FR" NAME="Marie-Noëlle Lienemann (PSE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   . – Ho votato a favore dell’emendamento n. 37 che chiede la reiezione della presente proposta di direttiva perché il testo mantiene i punti negativi della normativa precedente, tra i quali la clausola dell’, e avvia il processo di smantellamento delle norme sull’orario di lavoro.
<P>
Comunque il relatore, onorevole Cercas, sta cercando di dimostrare il desiderio del Parlamento europeo di assicurare entro tre anni l’abolizione dell’, un vero veleno per il futuro del diritto sociale europeo.
Credo che dobbiamo appoggiarlo in questo obiettivo.
Ciononostante non posso accettare che come contropartita egli consenta il calcolo delle 48 ore settimanali massime su un periodo di 12 mesi, calcolo e annualizzazione dell’orario di lavoro come richiesto dai datori di lavoro, oltre alla riduzione della misura in cui viene preso in considerazione il servizio di guardia.
<P>
Il compromesso non è soddisfacente e non rappresenta assolutamente un passo avanti come abbiamo il diritto di attenderci nell’Unione europea.
Comporta addirittura alcuni passi indietro.
<P>
Ci troviamo nella fase iniziale del processo legislativo e un voto a favore della relazione Cercas non rappresenta niente di più che un sostegno a quanto è stato fatto per giungere all’abolizione dell’.
Tuttavia, alla fine della fase di codecisione, non approverò un testo di lavoro che si basa su 48 ore.
<SPEAKER ID="91" LANGUAGE="NL" NAME="Kartika Tamara Liotard (GUE/NGL )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   . – In termini pratici la proposta della Commissione di emendare la direttiva sull’orario di lavoro va a discapito di milioni di lavoratori in Europa.
La clausola di rimane in vigore, anche se è provato che conduce a settimane lavorative più lunghe e danneggia la salute dei lavoratori. Dovrebbe essere abrogata quanto prima, preferibilmente nel 2008, e sostengo l’impegno dell’onorevole Cercas in tal senso.
Consideriamo l’estensione del periodo di riferimento da quattro mesi ad un anno, con punte massime di 65 ore settimanali, come un fenomeno feudale del XIX secolo. Per questo motivo dobbiamo rimanere fermi al periodo di riferimento di quattro mesi.
Infine bisogna rispettare la giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee relativamente al servizio di guardia.
<P>
La Commissione sta cercando di venire incontro al desiderio delle imprese di divenire più flessibili in modo unilaterale.
La settimana lavorativa di un massimo di 48 ore, come sappiamo, in effetti è già arcaica.
L’attuale settimana lavorativa è intorno alle 40 ore e la grande maggioranza dei lavoratori desidera che sia ancora più breve.
Ecco perché sarei a favore di un orario di lavoro europeo per ridistribuire ulteriormente l’occupazione e conciliare meglio lavoro, famiglia, assistenza e istruzione.
<SPEAKER ID="92" LANGUAGE="FR" NAME="Astrid Lulling (PPE-DE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   .– Credo che dobbiamo modificare la direttiva del 1993 sull’orario di lavoro per meglio rispondere alle realtà del mondo odierno.
Tuttavia essa dovrà assicurare alti nella tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, offrire alle imprese una maggiore flessibilità nella gestione dell’orario di lavoro e permettere una maggiore conciliazione tra lavoro e vita familiare.
<P>
Suona come un tentativo di quadratura del cerchio.
Credo che il nostro contributo dovrebbe consentire un prolungamento dei periodi di riferimento.
Sono a favore dell’annualizzazione, che può interessare anche i lavoratori e che ci consentirà di far fronte alle fluttuazioni nella domanda, in modo particolare quelle di natura stagionale.
<P>
Per quanto riguarda il servizio di guardia, mi poteva stare bene la proposta della Commissione che rispetta il principio di sussidiarietà, perché essa prevede che la parte inattiva del servizio di guardia non sia considerata come orario di lavoro, a meno che la legislazione nazionale o una convenzione collettiva non stabilisca il contrario.
<P>
Infine credo che il mantenimento della clausola dell’ sia incompatibile con l’obiettivo della direttiva.
<SPEAKER ID="93" LANGUAGE="SV" NAME="Cecilia Malmström (ALDE )," AFFILIATION="per iscritto.">
<P>
   – La questione dell’orario di lavoro riguarda la legislazione nazionale e non dovrebbe essere regolata dall’UE.
Tuttavia già esiste una direttiva a livello europeo che regola l’orario di lavoro e la presente direttiva è finalizzata all’aggiornamento di quella esistente.
Il partito liberale ha perciò votato in modo che le normative individuali contenute nella direttiva sull’orario di lavoro siano il più costruttive possibile.
Abbiamo difeso il principio di sussidiarietà e un mercato del lavoro flessibile in cui venga tuttavia tutelata la salute dei lavoratori.
<P>
Sfortunatamente è stata approvata una serie di regolamenti dettagliati che riteniamo possano danneggiare le piccole imprese in Europa.
Abbiamo quindi votato contro la proposta nel suo insieme.
<SPEAKER ID="94" LANGUAGE="NL" NAME="Toine Manders (ALDE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   .– In riferimento all’adozione dell’emendamento n.
10, la delegazione olandese del partito popolare per la libertà e la democrazia ha ritenuto fosse saggio votare contro l’emendamento alla proposta della Commissione relativa all’organizzazione dell’orario di lavoro.
Secondo la delegazione VVD rappresenta un’interferenza da parte di Bruxelles il fatto che l’Europa preveda che il servizio di guardia nella sua interezza, includendo i periodi di reperibilità e di riposo, debba essere considerato come orario di lavoro. Ciò farà ancora perdere all’Europa parte di quel sostegno di cui in questo momento avrebbe grandissimo bisogno.
<SPEAKER ID="95" LANGUAGE="EN" NAME="David Martin (PSE )" AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   , .
Mi congratulo con l’onorevole Cercas per l’eccellente relazione.
<P>
Ha raggiunto un compromesso ammirevole tra le esigenze di un mercato del lavoro flessibile e la tutela dei singoli lavoratori contro i danni che orari prolungati di lavoro possono comportare per la salute e la sicurezza e per l’armonia tra lavoro e vita privata.
<P>
L’annualizzazione della settimana di 48 ore consentirà alle imprese di far fronte alle fluttuazioni stagionali, a improvvisi aumenti della domanda o a situazioni di crisi.
<P>
Al lavoratore verranno garantiti orari ragionevoli di lavoro nel corso dell’intero anno.
<P>
Ponendo fine alla clausola dell’ individuale si proteggeranno quei lavoratori che con l’attuale direttiva sono sottoposti a pressioni perché rinuncino ai propri diritti.
<SPEAKER ID="96" LANGUAGE="DE" NAME="Andreas Mölzer (NI )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   .– Le soluzioni che abbiamo applicato con successo in passato non sono più sufficienti per risolvere i problemi che stiamo attualmente affrontando sotto forma di una maggiore disoccupazione e di un’economia instabile.
<P>
Il rapporto di lavoro “” sta divenendo sempre meno la norma e la società in cui viviamo richiede sempre maggiore flessibilità.
Questo fatto si riflette in nuovi modi di organizzare l’orario di lavoro, come il lavoro o il conto ore.
Chi vuole far carriera non ha altra scelta che essere flessibile.
<P>
Tuttavia allo stesso tempo ci troviamo di fronte al problema del calo del tasso di natalità in Europa e sarebbe un errore disastroso cercare di invertire questa tendenza attraverso l’immigrazione.
L’equilibrio lavoro-famiglia svolgerà un ruolo sempre più importante in questo senso.
<P>
I genitori sono spesso spinti ai limiti nel tentativo di conciliare lavoro e doveri familiari.
L’orario flessibile recherà solo benefici alle imprese e alle famiglie se apportiamo i cambiamenti necessari per sostenere strutture come quelle per l’assistenza ai bambini, per far sì che si tenga conto di tali cambiamenti.
Qualora padri e madri di bambini piccoli fossero costretti a smettere di lavorare, allora l’Europa potrebbe già aver perso un’opportunità.
<SPEAKER ID="97" LANGUAGE="EN" NAME="Claude Moraes (PSE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>

   . – La delegazione del partito laburista al Parlamento europeo ha votato a favore di un pacchetto di compromesso sull’orario di lavoro proposto dai gruppi del PSE e del PPE al Parlamento europeo, che ora sarà sottoposto all’esame dei governi in seno al Consiglio dell’UE.
E’ in linea con il nostro voto del 2004 e sostiene il principio centrale della direttiva, e cioè la salute e sicurezza dei lavoratori. Promuove altresì l’obiettivo di conciliare il lavoro e la vita familiare e di aumentare la produttività.
<P>
Il partito laburista comprende le difficoltà di adeguamento incontrate dal Regno Unito e da altri paesi, che si possono però superare grazie a talune disposizioni flessibili contenute nella relazione, come per esempio il periodo di riferimento esteso a 12 mesi.
<P>
Riconosciamo che il servizio di guardia equivale all’orario di lavoro, come deliberato dalla Corte di giustizia nelle cause SIMAP e JAEGER.
Queste sentenze di riferimento hanno implicazioni per il servizio sanitario nazionale e i sistemi di assistenza sanitaria dei paesi membri; tuttavia, consentendo agli stessi Stati membri di calcolare questa parte dell’orario di lavoro, il pacchetto di compromesso che abbiamo raggiunto è sufficientemente flessibile.
<P>
Il partito laburista auspica che un voto positivo nella prima fase del processo assicuri l’adozione di una relazione sull’orario di lavoro che salvaguardi la salute e sicurezza dei lavoratori e faccia della conciliazione tra lavoro e vita privata una realtà, pur offrendo l’indispensabile grado di flessibilità.
<SPEAKER ID="98" LANGUAGE="PT" NAME="Luís Queiró (PPE-DE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   .– Il fatto che ci sia stata una chiara discrepanza tra il voto di maggioranza in seno alla commissione responsabile per l’occupazione e la commissione responsabile delle questioni relative all’industria è in sé sintomatico dello squilibrio presente nella versione messa ai voti e in molti emendamenti presentati.
<P>
Personalmente ho fiducia in un modello che soprattutto sostenga il principio di sussidiarietà, dando agli Stati membri un margine sufficiente di manovra per adattarsi alle normative sull’orario di lavoro a seconda della propria situazione economica.
La priorità è essere in grado di adattarsi alla realtà economica e ai bisogni specifici di ogni paese in tutte le circostanze, a patto di rispettare i valori fondamentali. Questo è infatti uno dei principi guida più importanti della legislazione nazionale e vale sicuramente per il Portogallo.
<P>
Ad ogni modo, una rigidità eccessiva di qualsiasi regolamentazione in questa materia danneggia l’economia, l’industria e i servizi, e conseguentemente influisce negativamente sui lavoratori e su coloro che sono in cerca di lavoro.
<SPEAKER ID="99" LANGUAGE="EN" NAME="Kathy Sinnott (IND/DEM )" AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   , . – Nella relazione sull’orario di lavoro e in qualsiasi relazione in materia di lavoro, cerco sempre di vedere se sia inclusa o meno la più grande forza lavoro in Europa, quella costituita dagli operatori domestici.
Non lo è.
<P>
Questo è molto deludente perché un documento che tratta del numero di ore lavorate settimanalmente si applica a questa categoria di lavoratori nell’UE più che a qualsiasi altra.
Avremmo potuto e dovuto guardare a questioni quali “il servizio di guardia” in relazione i lavoratori domestici.
E’ più che un’opportunità persa.
Si tratta di discriminazione ed esclusione di persone che lavorano a lungo, per molte ore, persone che sono sempre di guardia.
<P>
Spero che potremo decidere di esaminare la situazione di questi operatori e che li includeremo in futuro nelle nostre raccomandazioni in materia di lavoro e che non discrimineremo più questa importante forza lavoro che è già penalizzata dal punto di vista del salario.
<SPEAKER ID="100" LANGUAGE="PL" NAME="Konrad Szymański (UEN )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   . –  La mia posizione relativamente a questa questione si ispira alla convinzione che l’orario di lavoro settimanale, un aspetto fondamentale della vita economica e sociale degli Stati membri dell’UE, non dovrebbe essere regolato a livello europeo.
<P>
L’orario di lavoro rientra nell’ambito della normativa sull’occupazione che viene adottata in ogni paese democratico da un parlamento che rappresenta tutte le parti coinvolte nel processo relativo all’occupazione.
Ciò fornisce una garanzia sufficiente che verranno rispettati i diritti dei lavoratori e dei datori di lavoro.
<P>
Il voto odierno rappresenta una giornata nera per l’imprenditoria e la prosperità europea.
I “sì” espressi dalla sinistra e dai liberali hanno significato l’adozione da parte dell’Assemblea della proposta di rendere più rigida la direttiva sull’orario di lavoro.
La presente direttiva diventerà uno degli strumenti legislativi europei più dannosi, dal momento che consiste nientemeno che nella decisione di trasferire i problemi che interessano le economie francesi e tedesche a tutti gli altri paesi, tra cui anche quelli che si sono opposti a tali misure, come la Polonia, il Regno Unito e l’Irlanda.
Quelle dei medici, degli infermieri e di alcuni giornalisti saranno le categorie più colpite dalle restrizioni sull’orario di lavoro settimanale e dall’inclusione del servizio di guardia nell’orario di lavoro. In ultima analisi il risultato sarà un’ulteriore riduzione della competitività dell’economia europea.
<P>
In questo caso i tentativi del Parlamento di giustificarsi facendo riferimento alla strategia di Lisbona sono il colmo dell’ipocrisia.
<SPEAKER ID="101" LANGUAGE="EL" NAME="Georgios Toussas (GUE/NGL )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   .– Il gruppo parlamentare del partito comunista greco voterà contro la direttiva relativa all’organizzazione dell’orario di lavoro perché si tratta di uno spietato attacco contro i diritti della classe dei lavoratori da parte dell’UE, delle amministrazioni locali e delle grandi imprese.
<P>
L’obiettivo delle proposte della Commissione e del relatore è quello di insidiare l’orario di lavoro introducendo due nuovi termini – servizio di guardia attivo e servizio di guardia inattivo – e un orario di lavoro più flessibile per incrementare i profitti delle grandi imprese.
<P>
Il periodo di servizio di guardia inattivo non figura nel computo dell’orario di lavoro anche se il lavoratore è a disposizione del datore di lavoro.
<P>
In questo modo è stato aperto il vaso di Pandora e la normativa sull’occupazione è stata gettata al vento.
La definizione di orario di lavoro e la durata della giornata lavorativa sono questioni che per molti anni sono state oggetto di un conflitto di classe tra i lavoratori e le grandi imprese.
<P>
Le conseguenze per la classe dei lavoratori sono dolorose: più lavoro non pagato, svolto quando e come dettano i bisogni della produzione capitalista, minando in questo modo gli accordi collettivi di lavoro, intensificazione della schiavitù, più incidenti sul lavoro, peggioramento delle condizioni assicurative e pensionistiche, drastiche riduzioni del tempo libero destinato alle attività sociali e crisi della vita familiare.
<P>
Il partito comunista greco sta cercando di riconfigurare e rafforzare l’orientamento di classe del movimento dei lavoratori, in modo da apportare cambiamenti radicali e soddisfare le contemporanee necessità delle classi lavoratrici e dell’intera popolazione.
<SPEAKER ID="102" LANGUAGE="SV" NAME="Anders Wijkman (PPE-DE )," AFFILIATION="per iscritto.">
<P>
   – La questione della regolamentazione dell’orario di lavoro è complicata.
La critica principale che sollevo, relativamente alla presente direttiva, è che questioni di questo tipo dovrebbero essere affrontate innanzi tutto a livello di Stati membri.
Perciò quando è stata bocciata la proposta relativa all’ – una regola che oltretutto non è applicata in Svezia – ed è stata respinta la proposta di calcolare l’orario medio di lavoro su un periodo superiore ai quattro mesi, ho ritenuto fosse giusto votare contro la proposta nel suo insieme.
<SPEAKER ID="103" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – Con questo si concludono le dichiarazioni di voto.
La seduta riprenderà alle 15.00 con le dichiarazioni sull’avvenire dell’Europa sessant’anni dopo la Seconda guerra mondiale.
<SPEAKER ID="104" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="(La seduta, sospesa alle 12.40, riprende alle 15.00)">
<SPEAKER ID="105" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Presidente">
<SPEAKER ID="106" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="(Applausi)">
<P>
   – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni sull’avvenire dell’Europa sessant’anni dopo la Seconda guerra mondiale.
<P>
Come ricorderete, lunedì scorso, in concomitanza della Giornata dell’Europa, ho fatto una dichiarazione sulla fine della Seconda guerra mondiale in Europa, la cui data cade nello stesso mese in cui festeggiamo anche l’anniversario dell’adesione di dieci nuovi paesi, cioè a maggio.
<P>
Tenendo conto di questa triplice coincidenza, la Conferenza dei presidenti ha deciso di svolgere oggi una discussione sull’avvenire dell’Europa sessant’anni dopo la Seconda guerra mondiale, che sia qualcosa di più di una semplice commemorazione, qualcosa di più di una visione retrospettiva: una visione del nostro futuro sulla base del ricordo del nostro passato.
<P>
Per introdurre la discussione odierna sono qui presenti il Presidente in carica del Consiglio Juncker e il Presidente Barroso...
<P>
che sono stati di recente a Mosca per assistere alle celebrazioni in commemorazione della fine della guerra e che ora si uniscono a noi in questa discussione che, come vi dicevo – voglio insistere su questo punto – intende guardare al futuro e non solo ricordare il passato.
<P>
Vi ringraziamo per gli sforzi che entrambi avete fatto per essere qui tra noi.
La vostra presenza arricchisce, senza dubbio, la nostra discussione.
Do quindi la parola innanzi tutto a loro, come d’abitudine.
<SPEAKER ID="107" LANGUAGE="FR" NAME="Jean-Claude Juncker," AFFILIATION="Reich">
<P>
   Signor Presidente, signor Presidente della Commissione, onorevoli deputati, sono trascorsi sessant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Ricordare l’8 maggio 1945, data della capitolazione del Terzo , è un dovere assoluto e vorrei congratularmi a tale proposito con il Parlamento europeo per non avere mancato oggi di ricordare tale data.
<P>
L’obbligo di ricordare è un dovere assoluto soprattutto, a mio giudizio, per quanti sono nati dopo la Seconda guerra mondiale, gli uomini e le donne della mia generazione.
Quando ricordiamo l’8 maggio 1945, la capitolazione della democrazia tedesca nel 1933 e il terribile periodo che divide queste due date, noi giovani dobbiamo farlo con grande ritegno, almeno rispetto alla generazione coinvolta.
<P>
Quelli che, come me, sono nati dopo la Seconda guerra mondiale, nel 1954, nel 1955 e oltre, devono ricordare con ritegno perché non sono stati testimoni diretti della tragedia che si è abbattuta sul continente europeo.
Noi non abbiamo visto, a differenza di coloro che ci hanno preceduti, i campi di concentramento e le prigioni dove furono uccise, torturate e umiliate le persone, fino alla loro degradazione più totale.
Non abbiamo visto, come loro, i campi di battaglia, perché non abbiamo dovuto attraversarli, con la morte nell’anima, per non parlare molto spesso della morte fisica.
Non abbiamo potuto né dovuto osservare, a differenza di loro, i lunghi cortei di prigionieri di tutte le nazioni che attraversavano l’Europa, costituendo di fatto un unico corteo funebre europeo.
Noi che siamo nati dopo la Seconda guerra mondiale non ci siamo trovati di fronte a scelte drammatiche, individuali o collettive.
Non dovevamo dire sì o no, abbiamo potuto vivere al sole del dopoguerra, tutte le scelte drammatiche ci sono state risparmiate.
<P>
Ricordare l’8 maggio 1945 è un atto che alimenta la memoria collettiva.
E’ molto importante nel momento in cui i ricordi diretti e l’esperienza vissuta della guerra o dell’immediato dopoguerra – il vissuto diretto con il bagaglio di esperienze personali e di nobili sentimenti – si stanno trasformando in storia, con tutto ciò che comporta la storia rispetto ai ricordi in termini di distanza e di griglie di lettura sedicenti obiettive.
Oggi, i testimoni diretti di questa epoca terribile della storia continentale stanno scomparendo.
Sono commoventi i veterani russi sui sulla Piazza Rossa, è commovente questo lungo corteo di quanti hanno fatto la guerra per loro e per noi e che, già oggi, non possono più camminare.
Del resto noi sappiamo verso che cosa si stanno dirigendo.
Il dovere di ricordare è un dovere assoluto.
<P>
Per gli uomini e le donne della mia generazione, ricordare vuole dire serbare la memoria non solo con ritegno, ma anche con molta gratitudine.
Innanzi tutto, dobbiamo mostrare riconoscenza per la generazione dei nostri padri e dei nostri nonni che, di ritorno dai campi di battaglia, dai campi di concentramento, liberati dalle prigioni, avevano tante ragioni per cedere, per non fare nulla e piangere sul proprio destino.
Invece hanno ricostruito l’Europa e hanno fatto dell’Europa il più bel continente che ci sia.
Dobbiamo essere riconoscenti dinanzi agli straordinari risultati della generazione di coloro che hanno dovuto andare in guerra e che hanno voluto costruire la pace!
<P>
Ricordando e provando questo dovere assoluto della memoria, dobbiamo anche dire la verità.
L’8 maggio 1945 è stata per l’Europa una giornata di liberazione.
<P>
L’8 maggio 1945 è stato anche un giorno di sconfitta.
Con ciò intendo, tuttavia, la sconfitta del fascismo e del nazionalsocialismo, oltre alla fine della capitolazione democratica di fronte ai terribili eventi che si erano succeduti dal 1933.
E’ stata soprattutto, comunque, anche una giornata di liberazione per la Germania.
<P>
Vorrei dire ai rappresentanti eletti del popolo tedesco presenti in quest’Aula che ora i tedeschi sono per noi vicini migliori di quanto non siano mai stati.
<P>
Dire la verità, l’8 maggio, il 9 maggio e il 10 maggio significa anche mostrarsi riconoscenti nei confronti di coloro che hanno unito le loro forze e la loro energia alle forze e all’energia europee per liberare il continente europeo.
Con sessant’anni non di ritardo ma di distanza, vorrei sottolineare quanto noi europei dobbiamo essere riconoscenti ai giovani soldati statunitensi e canadesi che hanno varcato l’oceano per venire a liberare l’Europa, contribuendo alla liberazione di innumerevoli paesi di cui talvolta ignoravano persino l’esistenza.
Non dovremmo mai dimenticarlo.
<P>
Penso anche ai soldati dell’Armata Rossa.
Quante perdite!
Quante vite spezzate tra i russi, che, per la libertà dell’Europa, hanno sacrificato ventisette milioni di morti!
Non c’è bisogno di provare un grande amore per la profonda ed eterna Russia, che personalmente amo molto, per riconoscere che questo Stato è degno dell’Europa.
<P>
Vorrei rendere un omaggio particolare a un popolo d’Europa che ha saputo dire no mentre altri, troppo spesso, erano tentati di dire un debole sì.
Vorrei qui, oggi, rendere omaggio al popolo britannico, che ha saputo dire no e senza il cui contributo niente sarebbe stato possibile.
<P>
Tuttavia, la libertà ritrovata, all’inizio del mese di maggio del 1945, non fu la stessa ovunque.
Noi, nella parte occidentale dell’Europa, comodamente insediati nelle nostre vecchie democrazie, dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo potuto vivere nella libertà, in una libertà ritrovata di cui conosciamo bene il prezzo.
Per cinquant’anni coloro che vivevano nell’Europa centrale e orientale, invece, non hanno conosciuto la libertà che abbiamo vissuto noi.
<P>
Erano soggetti a una legge estranea.
Gli Stati baltici, dei quali vorrei salutare l’ingresso in Europa e ai quali vorrei dire quanto siamo fieri di averli con noi, sono stati incorporati con la forza in un’unione di cui non facevano parte.
Erano soggetti non alla , ma alla che non apparteneva loro.
Questi popoli e queste nazioni, che sono passati di disgrazia in disgrazia, hanno sofferto più di tutti gli altri europei.
<P>
Gli altri paesi dell’Europa centrale e orientale non hanno conosciuto questa straordinaria capacità di autodeterminazione che abbiamo potuto sperimentare nella nostra parte d’Europa.
Non erano liberi.
Hanno dovuto vivere sotto il regime di principio che fu loro imposto.
Con immensa tristezza nel cuore ricordo tutte le parole negative pronunciate oggi riguardo all’allargamento.
Oggi, tuttavia, che la Seconda guerra mondiale si è finalmente conclusa, io dico: viva l’allargamento!
<P>
Questa Europa del dopoguerra che, senza la guerra, non sarebbe mai potuta diventare l’Europa di oggi, questa Europa, nata dalle ceneri del conflitto, non avrebbe mai visto la luce senza i cosiddetti padri fondatori dell’Europa – persone come Schuman, Bech, Adenauer, de Gasperi e altri – che, per la prima volta nella storia del continente, hanno trasformato la frase “mai più la guerra” in una speranza, in una preghiera e in un programma.
Dobbiamo ricordare oggi con emozione e con gratitudine coloro che hanno avuto il coraggio di dire sì dopo aver detto no.
<P>
Non avrebbero potuto agire così se non si fossero sentiti spinti dai nobili e profondi sentimenti dei loro popoli.
Non è possibile compiere grandi imprese contro la volontà del popolo.
Se abbiamo potuto costruire l’Europa così com’è ora, dopo la Seconda guerra mondiale, il motivo è che i popoli europei non volevano rivivere mai più la tragedia che il continente europeo aveva vissuto, per due volte, durante il XX secolo.
<P>
Vi sono i padri fondatori dell’Europa che sono famosi; vi sono i popoli che sono andati avanti nell’ombra e che condividevano questi nobili sentimenti e poi vi sono i filosofi, i pensatori, i politici che, troppo spesso, non ricordiamo: Léon Blum, che ha sognato l’Europa in una prigione francese; il grande Spinelli, incarcerato su un’isola in Italia dai fascisti italiani; altri che non hanno un nome, ma ai quali dobbiamo molto.
Vorrei rendere omaggio a coloro che, dimenticati o nell’anonimato, hanno reso possibile tutto ciò che è stato realizzato dopo la Seconda guerra mondiale.
<P>
In Europa c’era dunque la parte libera e la parte rimasta paralizzata da questo funesto decreto della storia, l’accordo di Yalta, che intendeva dividere l’Europa per sempre in due.
Tra queste due parti, che molto spesso si guardavano in cagnesco, siamo stati troppo spesso incapaci di costruire ponti.
La guerra fredda – così si chiamava eufemisticamente questo altro periodo tragico della storia europea – ha paralizzato le migliori energie dell’Europa e ha impedito ai migliori talenti d’Europa di esprimere tutto ciò che avevano di buono da esprimere se ne avessero avuto la possibilità.
<P>
Personalmente, sono nato nel dicembre 1954, ma preferisco dire che sono nato nel 1955.
Sono cresciuto innanzitutto nel rispetto delle conquiste della generazione di mio padre, se mi consentite questa digressione, che ha conosciuto una sorte doppiamente terribile, perché i lussemburghesi nati tra il 1920 e il 1927 furono arruolati a forza nella Wehrmacht e costretti a portare un’uniforme che non era la loro, al servizio di ambizioni che non erano le loro.
E’ una sorte terribile dover portare l’uniforme del proprio nemico.
La stessa osservazione vale per gli abitanti dell’Alsazia e della Lorena, ai quali rendo omaggio.
<P>
Sono cresciuto nell’atmosfera della guerra fredda, in cui il mondo, così sembrava, era più facile da capire.
C’erano quelli che erano con noi e quelli che erano contro noi.
Non sapevamo perché simpatizzavamo per quelli che stavano dalla nostra parte, ma sapevamo di dover odiare gli altri.
Si sapeva che la minaccia veniva da oltrecortina e chi stava dall’altro parte pensava che la minaccia provenisse da noi.
Quante occasioni perdute!
Quanto tempo perso in Europa per queste stupide analisi nell’immediato dopoguerra.
<P>
Rallegriamoci, oggi, di non doverci più riferire alla logica implacabile della guerra fredda e di poter mettere pace tra le due parti dell’Europa.
<P>
Penso spesso agli uomini saggi dell’Europa – probabilmente perché io non lo sono – ad esempio a Churchill.
Nel 1947, quando il primo congresso del movimento europeo si riunì a L’Aia, dando origine all’idea di creare il Consiglio d’Europa, di fronte al rifiuto dell’Unione Sovietica di lasciar partecipare gli altri paesi dell’Europa centrale e orientale sia al piano Marshall che alla creazione del Consiglio d’Europa, il grande Churchill dichiarò con quel dono profetico che gli era proprio: “Cominciamo oggi a ovest quello che un giorno completeremo a est”.
Onorevoli deputati, dobbiamo essere orgogliosi di essere giunti a questa meta.
<P>
Ricordo alcune parole di Victor Hugo che, nel 1849, scriveva: “Giorno verrà in cui non vi saranno altri campi di battaglia all’infuori dei mercati aperti al commercio e degli spiriti aperti alle idee.
Giorno verrà in cui i proiettili e le bombe saranno sostituiti dai voti” Dobbiamo essere fieri di aver raggiunto oggi questo obiettivo.
<P>
Dobbiamo sentirci orgogliosi di poterlo dire al Parlamento europeo, costituito dai rappresentanti eletti dei popoli d’Europa, eredi di coloro che hanno saputo dire no quando era necessario, eredi di coloro che hanno saputo dire sì quando era l’unica opzione che restava.
Dobbiamo essere riconoscenti nei confronti di coloro che hanno detto no quando bisognava dire no e di tutti coloro che, oggi, dicono sì alla grande Europa, all’Europa che ha visto riconciliarsi la sua storia e la sua geografia.
Dobbiamo essere orgogliosi di coloro che non vogliono che l’Europa si trasformi in una zona di libero scambio e di coloro che, come noi, come milioni di altri, ritengono che l’Europa sia un continente complesso, che merita qualcosa di meglio di una zona di libero scambio.
Dobbiamo essere fieri dell’Europa che hanno costruito coloro che ci hanno preceduti e abbiamo il dovere di comportarci come degni eredi.
<SPEAKER ID="108" LANGUAGE="PT" NAME="José Manuel Barroso," AFFILIATION="leader">
<P>
   Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, onorevoli deputati, cari amici, è un grande onore per me rappresentare la Commissione in questa cerimonia nel Parlamento che rappresenta gli europei.
Oggi guardiamo sia al passato che al futuro.
Siamo qui per ricordare, per riconoscere e per costruire.
<P>
Guardiamo in primo luogo al passato.
Il più grande conflitto mondiale è stato fonte di sentimenti contraddittori per tutti coloro che sopravvissero. Fonte di sollievo per molti, fonte di vuoto, senza dubbio, spesso fonte di paura del futuro, il timore che il dopoguerra non fosse migliore, ma persino peggiore del passato.
<P>
Perciò ricordiamo.
Ricordiamo l’entità della distruzione che ha devastato in particolare l’Europa.
Quasi nessun paese ne è uscito illeso.
Quella che alcuni hanno definito la “guerra civile europea” ha testimoniato la disumanità di cui può dare prova l’uomo nei confronti dell’uomo.
Noi europei, che spesso ci sentiamo orgogliosi dei grandi risultati della nostra civiltà e della nostra cultura, delle grandi opere dello spirito europeo, dobbiamo ammettere umilmente che alcuni degli orrori peggiori mai perpetrati dall’umanità sono avvenuti nell’Europa nel XX secolo.
<P>
Dovremmo comunque ricordare anche le grandi storie di trionfo sulle avversità, i viaggi personali che tanti europei hanno compiuto per trovare una vita migliore, attraversando mari e montagne per realizzare il loro obiettivo di un’esistenza felice e pacifica.
Alcuni lo hanno raggiunto semplicemente ritornando a casa.
Ricordiamo coloro che non hanno avuto questa opportunità, per i quali la luce della libertà si è spenta subito dopo averla intravista, per i quali un incubo fu sostituito da un altro incubo.
<P>
Riconosciamo che qualcosa di straordinario è emerso dalle rovine dell’Europa nel 1945.
Vorrei citarvi uno dei visionari di quel tempo, che in un discorso pronunciato a Zurigo nel 1946 disse: “Sto per dirvi qualcosa che vi stupirà.
Il primo passo nella ricostruzione della famiglia europea deve essere un’intesa tra la Francia e la Germania.
Solo così la Francia può recuperare la guida morale e culturale dell’Europa.
Non vi può essere una ripresa dell’Europa senza [...] una Germania grande spiritualmente”.
Churchill aveva ragione.
E’ facile ora dimenticare il coraggio che richiedeva allora pronunciare quelle parole.
Quello che disse era stupefacente.
<P>
Ancor più stupefacente furono gli atti che hanno trasformato quelle parole in realtà.
Dovremmo ricordare la determinazione straordinaria mostrata da Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer, Alcide de Gasperi e altri e ciò che hanno realizzato, ricostruendo invece di barricarsi nelle rappresaglie.
Dovremmo anche ricordare e riconoscere la visione dei transatlantici che contribuirono a sostenere il carico della ricostruzione invece di voltarci le spalle.
<P>
Prima di lasciarci trasportare troppo, facciamo una pausa, perché l’impresa avviata dai padri fondatori era straordinaria, ma incompleta.
Come ha detto la Commissione nella sua dichiarazione del 9 maggio: per milioni di persone, la vera libertà doveva giungere solamente con la caduta del muro di Berlino, non con la fine della Seconda guerra mondiale.
Dopo il 1945 questi popoli persero le loro libertà e opportunità quasi subito dopo averle riguadagnate.
In alcuni casi persero il controllo politico dei loro paesi; in altri, persero la loro indipendenza.
Per molte persone in Europa la fine della guerra significò pace e libertà, ma per alcuni significò solamente pace, non ancora libertà.
<P>
Non dobbiamo dimenticare che cos’era l’Europa.
Sessant’anni fa qui, in questo continente, abbiamo vissuto l’Olocausto.
Circa 30 anni fa molti paesi nell’Europa meridionale, compreso il mio, vivevano ancora sotto dittature.
Fino a circa 15 anni fa metà dell’Europa non godeva di libertà e democrazia.
Per questo ho difficoltà a capire come possiamo non essere ottimisti sul futuro dell’Europa osservando i progressi compiuti rispetto alla situazione esistente solo alcuni anni fa.
<P>
Comunque, per fortuna, la storia non è finita lì.
I europei degli anni ’40 e ’50 hanno costruito una luce e un magnete: una luce attraverso anni oscuri per coloro che non avevano nessuna prospettiva della pace, prosperità e stabilità, di cui altri europei godevano, e una straordinaria e potente forza di attrazione per quei popoli e paesi che si stavano liberando e vedevano la Comunità europea – come veniva chiamata allora – come un catalizzatore per la trasformazione dei loro paesi.
<P>
Per la mia generazione, l’Europa è sempre stata sinonimo di democrazia.
A 18 anni, insieme ad altri, ero deciso a liberare il mio paese da un regime repressivo, autoritario, retrivo.
Per questo motivo io e molte persone della mia generazione ammiriamo particolarmente gli sforzi straordinari dei popoli della Repubblica ceca, dell’Estonia, dell’Ungheria, della Lettonia, della Lituania, della Polonia, della Slovacchia, della Slovenia, della Romania e della Bulgaria nella lotta per la democrazia e il fatto che essi collegano l’idea stessa dell’Europa a quella di democrazia.
Dovrebbe essere ed è con enorme orgoglio che l’Unione europea e le sue Istituzioni accolgono quei nuovi Stati membri e quei popoli, insieme a quelli di Malta e Cipro.
<P>
Questa trasformazione è quindi degna di riconoscimento e di commemorazione.
Perché?
Perché a volte sembra quasi dimenticata.
Oggi è troppo facile dare per scontate le solide fondamenta della nuova Europa in cui viviamo, un’Europa di libertà e di valori condivisi.
<P>
Per questo bisogna affermare che l’Unione europea non può essere vittima del proprio successo.
L’integrazione di una tale varietà di Stati membri, uniti da un progetto comune, è un risultato davvero straordinario.
E’ una sfida straordinaria quella che tutti stiamo affrontando.
Sono convinto che l’attuazione di questo formidabile progetto, che riguarderà presto 27 paesi e 500 milioni di persone, proseguirà malgrado le turbolenze che non mancheranno di sopraggiungere di tanto in tanto.
<P>
Questa attuazione, tuttavia, avviene talvolta così pacificamente che corriamo il pericolo di dimenticarne gli antefatti.
I racconti dei conflitti sanguinosi che hanno devastato l’Europa sembrano essere oramai confinati ai libri di storia.
Tuttavia, erano ancora sulle prime pagine dei giornali dieci anni fa, quando avvenivano massacri in certi paesi dei Balcani.
<P>
Nel nostro continente possiamo dire: mai più!
E’ facile dirlo, ma la storia dell’Europa dimostra che dobbiamo lavorare per la pace e non darla per scontata.
Questa prospettiva non è probabilmente molto allegra, perché oggi in Europa esistono problemi e timori.
A Berlino, nel grande edificio che un tempo ospitava quello che la RDT chiamava il suo parlamento, si trova iscritta la parola , che significa “dubbi”.
Vi sono dubbi e timori, soprattutto tra i giovani.
Le loro ansie sono serie: il timore di trovare o meno un lavoro, l’apprensione di fronte a un mondo più competitivo, percepito talvolta come una sfida.
Tuttavia le paure riguardano il fatto di trovare un impiego, non di trovare o meno il proprio paese.
<P>
Attualmente è opportuno trovare un modo efficace per risolvere le difficoltà, reali o percepite come tali, legate all’integrazione dei mercati.
Non si tratta di conflitti armati tra concorrenti che diventano avversari o nemici.
Per tale ragione, per far fronte a questi timori, dobbiamo seguire l’esempio delle generazioni che ci hanno preceduti; dobbiamo dare prova della stessa immaginazione e dello stesso coraggio.
Ricordiamoci che l’ambizioso partenariato che abbiamo concluso in Europa è stato all’origine delle rivoluzioni pacifiche che hanno portato la libertà e la democrazia a milioni di europei!
<P>
L’esempio dell’Europa – l’Europa dei Sei, dei Dieci, dei Dodici, dei Quindici e ora dei Venticinque – è stato la vera forza motrice della democratizzazione nell’Europa del sud, nell’America latina e, in seguito, nell’Europa centrale e orientale.
Ricordiamoci che la libertà è la forza motrice che stimola la crescita, l’occupazione, gli investimenti e che offre a un maggior numero di europei la possibilità di una vita migliore.
<P>
La vitalità della democrazia e la modernità delle nostre società testimoniano la nostra capacità di reinventare il nostro continente.
Dal mercato interno alle frontiere esterne, dalla promozione della coesione interna alla difesa dello sviluppo sostenibile e dell’ambiente, dalla dimensione della solidarietà a quella della giustizia ai quattro angoli del globo – perché non vogliamo un’Europa chiusa su se stessa – l’Unione europea costruisce continuamente l’Europa.
Lo fa per tappe concrete che migliorano la vita quotidiana dei suoi cittadini.
La ratifica della Costituzione consoliderà queste realizzazioni e getterà le basi per progressi ancora più significativi in futuro.
<P>
Oggi, dunque, ricordiamo questa terribile guerra e le sue conseguenze.
Nel nostro lavoro imperniato sull’avvenire, lasciamoci ispirare dall’ambizione visionaria e dalla determinazione dei e dei cittadini che ci hanno preceduti, portandoci dalla riconciliazione alla cooperazione e dalla cooperazione all’Unione europea!
<SPEAKER ID="109" LANGUAGE="DE" NAME="Hans-Gert Poettering," AFFILIATION="(Applausi)">
<P>
   Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio europeo, signor Presidente della Commissione, onorevoli colleghi, nel 1945, sessant’anni fa, l’Europa era un campo di battaglia in rovina.
Una guerra barbara aveva preteso le vite di oltre 55 milioni di persone, altri milioni – un numero incalcolabile – furono sradicati, milioni furono gli sfollati e le persone costrette a lasciare le loro case; genitori persero figli, mogli persero mariti, figli persero padri.
Alla fine di marzo 1945, mio padre, un soldato dell’esercito, scomparve.
Solo molto tempo dopo abbiamo saputo che era fra i caduti.
Io non l’ho mai visto.
<P>
Nel 1945, molte delle città d’Europa erano distrutte; l’economia era in rovina.
Nel mondo, il nome dell’Europa evocava paura e terrore.
Di chi fosse la responsabilità per lo scoppio della Seconda guerra mondiale non è oggetto di dubbio: il regime illegale nazionalsocialista in Germania trasformò le sue manie razziali e la sua sete di potere in un inferno di aggressione contro tutti gli altri popoli d’Europa.
Il tentato sterminio degli ebrei era destinato a essere il peggiore dei suoi crimini.
Il totalitarismo nazionalsocialista portò alla rovina l’intera Europa.
Quando giunse la fine nel 1945, lo stesso popolo tedesco era fra le sue vittime, in un momento in cui i vincitori erano ben pochi.
<P>
Piuttosto che vincitori, c’erano superstiti, alcuni fortunati, altri no; i primi in Occidente, i secondi nell’Europa centrale e orientale.
Il lungimirante appoggio americano rese possibile la rinascita nella parte occidentale del continente, che poteva godere della libertà, del rispetto per la dignità umana, della democrazia e di un’economia di mercato fondata sul diritto.
E’ stato Winston Churchill, come ci è stato ricordato poco fa, a delineare la visione degli Stati Uniti d’Europa – e consentitemi di aggiungere che l’Europa non avrebbe mai potuto considerarsi completa senza la Gran Bretagna.
Dopo il 1945, a cominciare dalla costa atlantica, l’Europa fu resuscitata; i suoi popoli, esausti ma felici di poter ricominciare in libertà, si ravvicinarono.
Robert Schuman sarà sempre ricordato e celebrato per essersi rivolto ai tedeschi e averli invitati a unirsi a questo nuovo inizio.
Senza la magnanimità francese, l’Europa sarebbe rimasta di nuovo nulla più di un’idea inconsistente – e consentitemi di aggiungere che, ora che l’Unione europea sta vivendo un altro nuovo inizio con un’unica Costituzione, l’Europa avrà bisogno anche in futuro, più che mai, di una partecipazione costruttiva da parte della Francia.
<P>
Nel 1945 anche i popoli dell’Europa centrale, orientale e sudorientale erano pieni della speranza di un nuovo inizio, di avere, come quelli che appartenevano alla stessa cultura europea che noi tutti condividiamo, una nuova opportunità di vita nella libertà e nella pace.
Hanno dovuto imparare dall’amara esperienza che la pace senza la libertà equivale a una liberazione solo parziale dal giogo dell’ingiustizia totalitaria.
Le loro speranze furono schiacciate dalla presa di potere sovietica.
Anche se il totalitarismo nazionalsocialista era stato sconfitto nel 1945, il totalitarismo stalinista divise l’Europa e impose il proprio dominio ingiusto ai popoli dell’Europa centrale, orientale e sudorientale.
La speranza, tuttavia, non abbandonò i superstiti meno fortunati della Seconda guerra mondiale – la speranza di un’Europa condivisa, intellettualmente, moralmente e politicamente rinnovata, con la prospettiva della prosperità per tutti i suoi cittadini.
A questa speranza hanno infine dato forma in una rivoluzione pacifica, la cui parola d’ordine era Ci sono voluti decenni per abbattere il muro.
<P>
Essendo un deputato al Parlamento europeo sin dalle prime elezioni dirette nel 1979, considero la discussione odierna – una discussione che stiamo svolgendo insieme con la dignità e la solennità che merita – un momento di esultanza per l’Europa ora unita, un momento per rallegrarci anche della presenza fra noi di deputati provenienti da otto paesi dell’Europa centrale, che godono degli stessi diritti di cui godiamo noi.
<P>
Fu nel 1989 che l’Europa si liberò dal duplice peso del totalitarismo.
Il 1989 ci ha insegnato il potere che hanno per tutti noi i valori dell’Europa e quanto contiamo sull’esempio di uomini e donne coraggiosi, se vogliamo mantenere la nostra libertà.
Dopo il 1989, l’Europa ha potuto ricominciare a respirare con entrambi i polmoni, per citare le parole usate dal grande Papa di immortale memoria, Giovanni Paolo II.
<P>
I popoli dell’Europa occidentale avevano compiuto un lavoro prezioso, indispensabile, in preparazione di quel giorno e ciò che hanno fatto perdurerà.
La creazione dell’Unione europea con valori comuni incentrati sulla dignità umana, l’unione soprannazionale in una comunità libera con le proprie leggi vincolanti, è stata la risposta conseguente all’opportunità presentata dalla fine della guerra.
L’unificazione europea è un progetto di pace e di libertà.
<P>
Tutti gli europei hanno ora l’opportunità e il dovere di percorrere la strada presentata da un’Europa riunita.
Ora siamo impegnati, insieme, a costruire un’Europa che difende i suoi valori nell’interesse di tutti i cittadini.
L’Europa ora può dare una sola risposta alla guerra e al totalitarismo, procedendo lungo la strada dell’Unione europea di popoli e di Stati, con perseveranza, con convinzione interiore e con un’accettazione della diversità che è la forza e lo splendore dell’Europa.
Il dibattito in corso sulla Costituzione europea è una grande opportunità per ricordare a noi stessi queste cose fondamentali, perché, per la prima volta nella storia europea, i nostri valori e i nostri ideali sono sanciti in una Costituzione.
<P>
L’Europa non è soltanto una costruzione politica, ma uno spazio vitale intellettuale.
Per questa ragione la risposta al terribile conflitto, la cui fine oggi commemoriamo con gratitudine, doveva essere di tipo morale, “mai più” alla mancanza di libertà che conduce alla guerra, “mai più” alla guerra che sottrae agli uomini la loro libertà.
Questo riassume la motivazione dietro alla costruzione di una nuova Europa, un’Europa che ripudia il totalitarismo, l’arroganza nazionalista e la disumanità egualitaria, un’Europa che rifiuta qualsiasi aspirazione egemonica dei suoi singoli Stati, un’Europa che afferma la dignità inconfondibile di ogni singolo essere umano, il bilanciamento degli interessi tra gruppi sociali e popoli, un’Europa del rispetto e della diversità origine della sua forza, un’Europa della democrazia e del diritto.
<P>
Si sono compiuti grandi progressi in termini di riconciliazione interna, tra i popoli e gli Stati d’Europa.
Vogliamo – e dobbiamo – completare questo lavoro di riconciliazione interna e desideriamo anche riconciliarci con il popolo della Russia e con i popoli della Federazione russa.
Nel periodo della nostra storia che sta ora cominciando, l’Europa dovrà tuttavia perseguire la riconciliazione nel mondo e con il mondo attorno a noi più di quanto abbia mai fatto prima.
Le guerre dell’Europa divennero guerre mondiali.
L’unificazione dell’Europa deve andare a beneficio del mondo.
Possiamo essere grati ai deputati al Parlamento europeo – e desidero ringraziare in particolare l’onorevole collega Elmar Brok – che hanno elaborato una risoluzione che domani esprimerà i nostri valori.
<P>
In questo momento, ricordiamo tutte le vittime della Seconda guerra mondiale e tutta la sofferenza e la distruzione.
Ricordiamo che la pace e la libertà sono strettamente legate e che il nostro lavoro deve essere al servizio dell’umanità, non ultimo nel promuovere il dialogo tra le culture.
<P>
Dove questo dialogo con il mondo sarà fruttuoso, difenderemo i valori che ci sostengono lungo il nostro cammino verso il futuro.
In tal modo questo giorno dedicato al ricordo può darci una nuova missione, invitandoci a lavorare insieme per costruire un mondo migliore – un mondo più pacificato e più libero.
<SPEAKER ID="110" LANGUAGE="DE" NAME="Martin Schulz," AFFILIATION="rom">
<P>
   Signor Presidente, onorevoli colleghi, pensando all’8 maggio 1945 e ricordando ciò che accadde quel giorno, pensiamo al periodo che l’ha preceduto e anche al periodo che seguì.
E’ impossibile per qualsiasi deputato tedesco al Parlamento europeo pensare a quella data senza ricordare la propria nazionalità.
Il gruppo a nome del quale parlo comprende deputati provenienti dalla Germania, che rappresentano il paese che ha voluto questa guerra, che l’ha preparata, l’ha intrapresa ed è stato spietato nell’organizzarla.
<P>
Tuttavia, parlo anche a nome di deputati provenienti dalla Polonia, il paese che per primo è stato invaso dall’esercito tedesco, nonché di deputati provenienti dai paesi che furono i primi fra gli Alleati – il Regno Unito e la Francia – senza le cui forze combinate Hitler non avrebbe potuto essere sconfitto.
Vicino a me siede Poul Nyrup Rasmussen, per molti anni Primo Ministro della Danimarca, un paese che la Germania di Hitler invase e occupò dall’oggi al domani – uno dei soldati occupanti era mio padre.
<P>
Parlo anche a nome di deputati provenienti da paesi che hanno sofferto sotto la dittatura per molto tempo dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
Il mio gruppo comprende un avvocato che difese le vittime del regime di Franco e un altro deputato che ne fu vittima, essendo stato torturato nelle prigioni sotterranee della polizia segreta.
Alcuni dei miei colleghi del gruppo vengono dal Portogallo e dalla Grecia, uomini e donne che – come lei, signor Presidente della Commissione – nei loro anni giovanili esultarono nel vedere i dittatori espulsi dai propri paesi.
Il mio gruppo comprende il mio amico Józef Pinior, che sarà il prossimo oratore a intervenire per il gruppo, torturato nelle prigioni comuniste perché sindacalista e socialdemocratico.
<P>
Per me è un privilegio poter parlare a nome di tutte queste persone, un privilegio che devo all’Unione europea.
E’ qualcosa di cui tutti possiamo essere grati agli uomini e alle donne che hanno dovuto assumersi la responsabilità, dopo l’8 maggio 1945, per il lavoro di unificazione che hanno realizzato.
Come ha detto il Presidente in carica del Consiglio, quel giorno, l’8 maggio 1945, c’era una lezione da imparare e ne abbiamo tratto i giusti insegnamenti.
La storia dell’Unione europea, la storia dell’Europa dopo l’8 maggio 1945, è una storia di successo.
E’ la storia della ferma determinazione emersa dalle rovine, la storia di un “mai più!”
Questo “mai più!” non è rimasto inascoltato.
Ha preso forma, le forme del lavoro che svolgiamo oggi, di cui beneficiamo attualmente, le forme che mi consentono di rappresentare deputati di religione ebraica, che rendono possibile la presenza nel mio gruppo di deputati musulmani, di deputati che hanno sofferto e che hanno imparato da coloro che hanno sofferto.
In tal modo possiamo trovare un terreno comune affermando un’unica convinzione: la lezione dell’8 maggio deve essere che, perché questo “mai più!” sia permanente, dobbiamo lottare per affermarlo ogni giorno.
Per la nostra democrazia, per la nostra Europa, la nostra lotta continua giorno dopo giorno.
<P>
Ricordiamo oggi le cause, il periodo precedente, segnato da un’unica idea.
E’ un caso unico nella storia della razza umana che uno Stato si caratterizzi e definisca il suo scopo in termini di sterminio di altri popoli e razze.
Né prima né dopo è mai esistito uno Stato che giustificasse la propria esistenza per sterminare gli ebrei, gli slavi, i , i e gli handicappati.
Si tratta di un caso unico nella storia della razza umana.
Questo è l’aspetto straordinario del Terzo ; i nazisti volevano che non rimanesse traccia degli ebrei d’Europa.
<P>
Qualche settimana fa ero a Yad Vashem, il luogo della memoria a Gerusalemme.
Sono sceso nei corridoi e nelle sale sotterranei in cui sono illustrate le sorti dei milioni di vittime.
Il direttore di Yad Vashem, che mi guidava, mi disse: “Ogni giorno discendo in questo inferno e le vedo – le fotografie, solo quelle.
E’ un inferno”.
Poi risalii le scale e attraverso un corridoio giunsi al nuovo museo, che ha un’ampia vetrata e là, alla luce del sole, si può vedere la città di Gerusalemme.
“Ogni giorno – disse il direttore di Yad Vashem – quando esco da quell’inferno e vedo questo panorama, so che non ci sono riusciti.
Noi siamo vivi.
Noi ce l’abbiamo fatta; i nazisti no”.
<P>
Ogni ricordo, ogni giorno dedicato alla memoria, ogni nome che leggiamo, è una vittoria sui criminali che volevano che non rimanesse nulla.
Se noi li ricordiamo, il popolo ebreo rimane, come i e i , come coloro che furono assassinati per ragioni politiche o perché disabili.
Rimangono nel nostro ricordo e così sopravvivono.
<P>
Tante vittime, tanti nomi!
Anna Frank era una ragazza ebrea, il cui unico crimine era quello di essere una ragazza ebrea ad Amsterdam.
In questo giorno, ricordiamo Anna Frank.
Sophie Scholl era una giovane studentessa tedesca, il cui unico crimine era quello di essere una persona retta, e che fu decapitata all’età di 18 anni per aver distribuito volantini che denunciavano il regime nazista.
Penso anche a Krzysztof Baczynski, un giovane poeta polacco, ucciso a Varsavia da un tiratore tedesco.
Tre nomi su 55 milioni di vittime!
Tre nomi, menzionati per rappresentare tutte le altre vittime.
Lo ripeto: tre nomi che ricordiamo e che rappresentano tutti quelli che dovremmo ricordare.
<P>
Nelle scorse settimane, abbiamo spesso posto la questione dell’utilità di questa nostra Unione europea e ci è stato domandato quale ne sia lo scopo.
La risposta è nei nostri discorsi di oggi.
Il proseguimento fino a oggi di questo lavoro di unificazione, che sta ancora superando divisioni, che rifiuta ancora il razzismo, che esclude ancora dalla comunità democratica tutti gli antisemiti, i razzisti e i nazisti, che ancora disprezza questi criminali, che ne enumera ancora i crimini e che ancora li ricorda – questa è la base, il fondamento morale e intellettuale della nostra Unione europea, l’Unione costruita dai nostri padri e dai padri dei nostri padri.
<P>
Nel frattempo, l’Europa ha un’eredità; l’Unione europea non è più una novità.
Ora ha 60 anni, essendo nata, in teoria, l’8 maggio 1945.
Adesso, abbiamo un patrimonio da gestire, se vogliamo lasciarlo ai nostri eredi.
Se ci interessa questo patrimonio, sapendo di avere il dovere di ricordare che il Terzo rappresentò l’abisso morale della razza umana, dal quale abbiamo tratto le giuste conclusioni creando questa Unione, allora noi politici europei consentiremo ai giovani uomini e donne che siedono nelle tribune di quest’Aula di avere un più brillante futuro a cui guardare rispetto ai loro padri e ai loro avi in passato.
<SPEAKER ID="111" LANGUAGE="EN" NAME="Graham Watson," AFFILIATION="interdipendenza">
<P>
   Signor Presidente, il poeta britannico John Donne osservò: “Nessun uomo è un’isola, intero per se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, parte della terra intera.
E se una sola zolla vien portata via dall’onda del mare, qualcosa all’Europa viene a mancare”.
<P>
Questo scritto risale al 1624, ma per oltre 300 anni popoli e Stati hanno continuato a guerreggiare in tutto il nostro continente.
Il tribalismo e l’odio sono il nefasto retaggio dell’Europa.
Se non l’avessimo imparato prima, la “guerra per mettere fine a tutte le guerre” avrebbe dovuto mostrarci la futilità e il trauma della guerra organizzata.
Il nostro risveglio da quell’incubo ha condotto alla Lega delle Nazioni, ma abbiamo continuato a distillare i frutti del progresso scientifico per creare armi di distruzione di massa.
Quando finì la Seconda guerra mondiale in Europa, l’8 maggio 1945, avevano perso la vita oltre 40 milioni di persone.
<P>
Un cinico direbbe che gli europei del XX secolo sono stati lenti a imparare la lezione.
Ci sono volute due guerre sanguinose e un continente in rovina per insegnarci che un’Europa unita vale più della somma delle sue parti.
<P>
Anche allora, non tutti siamo stati in grado di realizzare le nostre aspirazioni di pace e libertà.
Mentre per la maggior parte degli europei il maggio 1945 segnò la liberazione dei loro paesi dalla tirannia nazista e l’inizio di un nuovo cammino verso la libertà e la ricostruzione, per coloro che si trovarono sul lato sbagliato della Cortina di ferro, una tirannia fu sostituita rapidamente da un’altra.
Ad altre due generazioni fu negata la libertà di cui ora godiamo.
Come studente all’Università Karl Marx di Lipsia nel 1976, ne sono stato testimone diretto.
<P>
Le nostre prospettive storiche sono inevitabilmente diverse.
Questa però deve essere una discussione sul futuro, non sul passato.
Rallegriamoci del fatto che l’Europa è unita nella pace e che possiamo sedere insieme nella stessa Aula parlamentare con un insieme di Istituzioni soprannazionali comuni di governo che decidono sulle questioni di reciproco interesse.
<P>
E’ stata l’imprescindibile necessità di che ha portato alla creazione dell’Unione europea e che ha visto crollare infine il blocco sovietico.
Abbiamo cominciato con il carbone e l’acciaio, gli elementi basilari dell’Europa del dopoguerra; abbiamo costruito il mercato comune, la base di una prosperità insperata dai miei genitori; abbiamo realizzato la moneta unica per 300 milioni di europei all’alba di questo nuovo secolo.
<P>
Celebrando il sessantesimo anniversario di una pace durevole, vediamo che l’Europa ha fatto molta strada, con passi graduali per costruire la solidarietà tra i nostri popoli.
Non c’è dubbio che l’Unione europea sia un successo: sono diventate parte del nostro comune tessuto legislativo e sociale.
Non esiste, tuttavia, alcuna garanzia che sarà sempre così, e ora ci troviamo a un bivio, rappresentato dal Trattato costituzionale.
Saremo in grado di procedere e di consolidare questa era senza precedenti di pace, stabilità e prosperità oppure tutto questo si dissolverà davanti ai nostri occhi, sostituito da una nuova rivalità nazionale e da una politica del rischio calcolato?
<P>
Un giornalista del ci ha ricordato la settimana scorsa quanto è sottile la vernice di civiltà, quanto è debole la voce della coscienza umana quando è tentata di allontanarsi dal principio della legalità e dal rispetto per i nostri simili.
Questa è la sfida che si pone agli Stati membri nel momento in cui sono chiamati a ratificare la Costituzione.
<P>
Un’Europa pacifica e prospera è sempre stata basata sulla premessa che la forza sta nella convergenza e nei mandati condivisi.
La cooperazione è cresciuta, a partire dal commercio sino ad abbracciare la politica sociale, l’occupazione, l’immigrazione, la giustizia, la polizia e la politica estera.
Le rivoluzioni nell’Europa centrale e orientale hanno tolto dalle nostre spalle il giogo di Yalta, ma ora dobbiamo affrontare nuove sfide.
Ad esempio, la sfida di dare cibo, vestiti e case a una popolazione mondiale in crescita, mentre un numero crescente di persone è spinto alla migrazione dalla guerra, dalla fame o dalla vera e propria disperazione.
La sfida di affrontare il problema del buco nello strato di ozono, dello scioglimento delle calotte di ghiaccio, dell’innalzamento dei livelli marini e dei mutamenti climatici.
O la minaccia della criminalità organizzata internazionale, in cui alcune bande criminali sono più potenti di certi governi nazionali, causano sofferenze a molti con il traffico di droga e di armi di piccolo calibro e con la tratta di esseri umani e collaborano con il terrorismo.
Nessuna di queste sfide può essere affrontata dai nostri paesi individualmente.
Per offrire la sicurezza, la prosperità e le opportunità che i cittadini europei si aspettano dal governo, dobbiamo lavorare insieme.
Dobbiamo collaborare anche con gli Stati Uniti e il Canada, ai cui popoli dobbiamo tanto e di cui condividiamo in linea di massima i valori, non solo per affrontare con loro le sfide comuni, ma per farli sentire più sicuri con un’Europa nuova e più potente.
<P>
L’Europa ha il potenziale per essere un faro di speranza, un modello di tolleranza, diversità e stabilità in un mondo in cui questi attributi sono ancora rari.
Possiamo insistere su una carta dei diritti oppure possiamo vedere erosi i nostri diritti.
Possiamo ratificare la Costituzione europea e accordare fiducia alla democrazia e a un governo responsabile oppure possiamo continuare a lasciare un potere eccessivo nelle mani di persone non elette.
Possiamo tendere una mano amichevole ai diseredati o compiacerci in un rifugio illusorio di prosperità.
Possiamo accogliere la Romania, la Bulgaria, la Turchia e i Balcani occidentali e accettare che l’Europa sia pluralistica ed eterogenea oppure possiamo continuare a trattarci reciprocamente con ostilità e sospetto.
La convergenza non è solo un ideale, è una necessità economica e politica.
E’ ora di superare gli interessi nazionali orientandoci verso una maggiore convergenza.
La cooperazione è la via da seguire, che ci consentirà di affrontare insieme le sfide globali.
<P>
L’Europa ha un ruolo di guida da svolgere nell’era della globale.
E’ una forza stabilizzante e un punto di riferimento per altri paesi e popoli.
Il commercio e la cooperazione possono portare ad altri i frutti che hanno portato a noi e per tale ragione il mio gruppo è favorevole a maggiori contatti con la Russia e la Repubblica popolare cinese.
La storia dovrebbe insegnarci a non diventare uno strumento di sostegno ai regimi autoritari.
I Liberali e i Democratici vedono con preoccupazione la direzione presa da alcune politiche del Consiglio: battere gli americani in una sorta di asta olandese al ribasso degli in materia di diritti umani sarebbe un affronto alla dignità per la quale il popolo d’Europa ha lottato duramente.
<P>
Proprio come nessun uomo è un’isola, nessun paese è un’isola.
Siamo uniti nel custodire un mondo fragile e nel servire i suoi abitanti.
Facciamo in modo che l’Europa sia l’esempio della dignità della differenza e raccolga la sfida.
<SPEAKER ID="112" LANGUAGE="FR" NAME="Daniel Marc Cohn-Bendit," AFFILIATION="anus mundi">
<P>
   Signor Presidente, sono nato un mese prima del 1945.
I miei genitori lasciarono la Germania 72 anni fa.
Nel 1933, mio padre era avvocato, difendeva il Soccorso rosso e avrebbe dovuto essere arrestato.
Sono nato esattamente nove mesi dopo lo sbarco degli alleati in Normandia.
Sono un figlio della liberazione, di un’invasione militare che ha liberato il suolo europeo e ha permesso ai miei genitori di avere un bambino, un “figlio della libertà”.
<P>
Perciò la nostra memoria, la mia memoria, è lastricata di orrori.
Auschwitz, l’orrore, l’che ha mostrato il peggio di cui l’essere umano è capace.
Kolima, l’che ha mostrato ciò che può fare l’ideologia politica più barbara.
Oradour-sur-Glane, che ha mostrato ciò che può generare un’occupazione militare.
Katyn, che ha mostrato che si può liberare e distruggere allo stesso tempo.
Tutta l’ polacca è stata massacrata dall’Armata Rossa per impedire che il popolo polacco potesse unirsi e creare uno Stato indipendente.
Abbiamo continuato poi a commettere massacri incomparabili e tuttavia comparabilmente mortali e crudeli.
Ci sono stati i massacri delle guerre coloniali, c’è stata Srebrenica esattamente dieci anni fa.
<P>
E’ in seguito a questi massacri che uomini e donne, che non appartengono al mio partito politico, ma dei quali riconosco la grandezza per essere riusciti – perché ci sono davvero riusciti – a costruire questa Europa: che si tratti di De Gaulle o di Adenauer, di Willy Brandt o di Helmut Kohl, di François Mittérand, poco importa, hanno fatto qualcosa di straordinario.
E noi, che siamo nati dopo il 1945, siamo figli dell’Europa, ma siamo anche figli dell’antitotalitarismo.
Questa Europa è stata creata per evitare per sempre il risorgere del totalitarismo, che sia di sinistra o di destra.
Per riprendere una canzone conosciuta da qualcuno: non esiste un salvatore supremo, né Dio, né re, né tribuno, né comunismo, né neoliberismo.
Non esiste alcuna ideologia liberatrice degli esseri umani.
Esiste solamente una piccola cosa molto fragile che molti scherniscono e che si chiama semplicemente “democrazia”.
<P>
Cari amici, onorevoli colleghi, è sempre facile o difficile per un tedesco parlare sul tema “la guerra, sessant’anni dopo”.
La Germania, tuttavia, ha sperimentato sia il nazionalsocialismo, con tutta la sua barbarie, sia il totalitarismo comunista.
La Germania è quindi anche un simbolo dell’Europa e, se esiste un obbligo per la nostra generazione, è quello di dire la verità.
La mia preoccupazione non è esporre all’Assemblea i compiti politici dell’Europa, perché possiamo farlo in ogni momento.
La mia preoccupazione riguarda soltanto quanto seriamente prendiamo quest’obbligo di antitotalitarismo.
Se agiamo davvero su questa base, non possiamo trascurare i diritti umani e il rispetto della dignità umana nell’interesse di nessuna .
<P>
Dobbiamo parlare con i russi, ma dobbiamo anche parlare della Cecenia.
Dobbiamo parlare dei crimini.
Dobbiamo parlare con i cinesi, ma dobbiamo parlare dell’oppressione del popolo cinese.
Non possiamo dire semplicemente “togliamo l’” e passare al prossimo punto all’ordine del giorno.
Così i cinesi avranno un po’ di armi.
Così potranno comprare qualche .
Con una storia passata come quella dell’Europa, non possiamo agire così!
<P>
Poiché siamo vincolati alla verità, poiché crediamo nell’Europa, tutti dobbiamo ricordare, nel dare forma e nell’organizzare l’Europa del futuro, ciò che è stata in passato l’Europa e quello che non deve più ripetersi.
<P>
In momenti come questi io – poiché sono tra coloro che pensano alla storia dell’Europa in questi termini – sono orgoglioso di partecipare alla campagna per una Costituzione che incarna l’eredità dell’Europa antitotalitaria.
Sono convinto che vinceremo; questa Costituzione diverrà reale in Europa.
Questo è quello che credo; è un obbligo che ci incombe nell’interesse dei nostri figli, che erediteranno ciò che i nostri genitori ci hanno lasciato da custodire.
<SPEAKER ID="113" LANGUAGE="FR" NAME="Francis Wurtz," AFFILIATION="Reich">
<P>
   Signor Presidente, la bella dichiarazione del Presidente Junker e la particolare enfasi degli interventi successivi contrastano con il contenuto deludente e preoccupante del progetto di risoluzione che ci è presentato a nome della maggioranza dei gruppi in occasione del sessantesimo anniversario della capitolazione nazista.
Sono convinto che nella maggior parte dei gruppi politici rappresentati in seno alla nostra Assemblea, uomini e donne proveranno un senso di disagio davanti a questo testo di stampo quasi revisionista.
<P>
Quando un’istituzione come la nostra rievoca questo avvenimento fondatore dell’Europa e del mondo di oggi che fu la vittoria di tutti gli alleati – statunitensi, britannici e sovietici – della coalizione contro Hitler, ogni parola ha il suo peso.
In una dichiarazione di questo tipo molti si aspettavano di leggere una frase come questa: “L’8 maggio 1945 fu un giorno di liberazione per l’Europa”.
Perché no, visto che è la verità? Fu un giorno in cui l’Armata sovietica contribuì in modo decisivo.
<P>
Senza ignorare in alcun modo l’oppressione stalinista, molti europei, di fronte a varie manifestazioni di nostalgici del Terzo , avrebbero probabilmente voluto sentirci dichiarare che giustificare le atrocità naziste puntando il dito sui crimini stalinisti è inaccettabile da un punto di vista intellettuale e morale e – riguardo alla guerra della memoria che attualmente oppone le repubbliche baltiche alla Russia – che dovremmo tenere a mente la parte di responsabilità della Germania nazista nella tragedia degli Stati baltici.
<P>
Una precisazione, onorevoli colleghi: tutte le argomentazioni che ho appena menzionato sono tratte da un articolo pubblicato l’altro ieri sul quotidiano francese a firma di Michael Mertes, ex consigliere dell’ex cancelliere Helmut Kohl.
E’ la vostra famiglia politica, onorevoli deputati del PPE!
Grazie a Dio, abbiamo perso la guerra, conclude Mertes, aggiungendo una frase su cui vi propongo di meditare: il modo in cui consideriamo il passato ci insegna di più sui nostri atteggiamenti attuali che non sul passato stesso.
<P>
In un momento in cui l’Unione europea consulta i suoi cittadini su un progetto di Costituzione, come interpreteranno questi ultimi il concetto di un’Europa allargata che rimette in discussione la pietra angolare della visione dell’Europa e del mondo, nata l’8 maggio 1945, vale a dire che il nazismo non è stata una dittatura o una tirannide come qualsiasi altra, ma la rottura assoluta con qualsiasi civiltà?
<P>
Da parte nostra, siamo pronti a un dibattito senza tabù sui crimini dello stalinismo come sul patto tedesco-sovietico di sinistra memoria o ancora sulla storia dei paesi baltici.
Ma niente, niente deve permetterci di banalizzare il nazismo, il cui scopo dichiarato – dobbiamo ricordarlo? – era quello di sterminare le razze inferiori e di allargare lo spazio vitale della razza superiore mediante la guerra totale.
Per questa ragione avevamo il diritto di aspettarci dal Parlamento europeo un testo sull’8 maggio 1945 con un punto di vista completamente diverso.
E forse non sarebbe stato superfluo rendere omaggio anche agli anonimi combattenti che, senza altra ambizione se non quella di vivere e di agire come uomini e donne retti, hanno partecipato alla resistenza mettendo a rischio la loro vita e sacrificandosi per la nostra libertà.
Analogamente, non sarebbe stata di troppo una parola, una sola, sull’orrore di Hiroshima e Nagasaki e sulle loro decine di migliaia di morti in un paese sconfitto.
<P>
Questa volta il Parlamento europeo ha davvero perso un appuntamento con la storia.
Perciò il mio gruppo rifiuta unanimemente di avallare questa risoluzione, ben lontana dall’idea dell’Europa a venticinque, a ventisette o a trenta.
<P>
Lascio l’ultima parola a un europeo che, vent’anni fa, aveva trovato le parole giuste per parlare dell’8 maggio 1945 nel paese in cui era più difficile pronunciarle apertamente.
Sto parlando dell’ex Presidente tedesco Richard von Weizsaecker.
Mi permetto di citarlo.
<P>
“Abbiamo la forza di guardare in faccia la verità come meglio possiamo, senza abbellimenti e senza distorsioni. [...]
<P>
Giorno dopo giorno, un concetto è diventato sempre più chiaro e questo deve essere affermato oggi a nome di tutti noi: l’8 maggio è stato un giorno di liberazione.
Ci ha liberati tutti dalla disumanità e dalla tirannia dei nazisti.”
<SPEAKER ID="114" LANGUAGE="PL" NAME="Maciej Marian Giertych," AFFILIATION="Wehrmacht">
<P>
   Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Seconda guerra mondiale è scoppiata nel settembre 1939, quando il mio paese, la Polonia, fu invaso e occupato dalla Germania e dall’Unione Sovietica.
Questa spartizione della Polonia fu il risultato del Patto Molotov-Ribbentrop, che era stato firmato una settimana prima a Mosca.
La Polonia non fu conquistata dalle squadre di combattimento del partito nazista o del partito comunista, ma dalle forze armate regolari dei paesi vicini, in altri termini dalla , dalla e dalla tedesche e dall’Armata Rossa.
Va aggiunto che il partito nazionalsocialista, capeggiato dal Cancelliere Hitler, governava la Germania a quel tempo, dopo essere asceso al potere sulla base di una decisione democratica dall’elettorato tedesco.
Stalin e il partito comunista governavano la Russia, portati al potere dalla rivoluzione.
<P>
Noi ora stiamo celebrando il sessantesimo anniversario della capitolazione della Germania, avvenuta l’8 maggio 1945 e divenuta simbolo della fine degli atti criminosi commessi dalla Germania nazista nei paesi occupati.
Tuttavia, non significò la fine dei crimini cominciati con l’invasione della Polonia da parte dell’Unione Sovietica nel 1939.
Abbiamo vinto la guerra contro la Germania, ma la perdemmo contro la Russia.
Questo significò che ci vennero imposti un potere straniero, un sistema economico straniero e un’ideologia straniera.
<P>
Combattemmo su tutti i fronti nella Seconda guerra mondiale ed eravamo là quando furono sparati i primi e gli ultimi colpi.
Dal 1941 tra i nostri alleati nella guerra contro la Germania c’era l’Unione Sovietica.
Riconosciamo il ruolo svolto dalla Russia nella sconfitta della Germania nazista e l’enorme perdita di vite umane che il paese subì in tale circostanza.
Tuttavia, questo non cambia il fatto che la Russia agì come se avesse conquistato la Polonia.
Inoltre, i nostri alleati occidentali nella lotta contro la Germania erano anche alleati dell’Unione Sovietica e a Yalta diedero il loro beneplacito al nostro asservimento.
Fummo costretti a liberarci a poco a poco, in primo luogo decollettivizzando l’agricoltura, poi liberando la Chiesa, poi ottenendo l’autorizzazione per piccole imprese private e infine ottenendo la libertà di costituire sindacati, oltre alla libertà di parola e alla libertà politica.
<P>
L’unico aiuto che abbiamo ricevuto dal resto del mondo in questo processo giunse mediante la corsa agli armamenti, che fu vinta con il tempo dagli Stati Uniti, e, in particolare, mediante il successo del programma di “guerre stellari” di Reagan, che indebolì l’Unione Sovietica.
La presenza di truppe americane in Europa e l’esistenza della NATO hanno permesso all’Europa occidentale di godere della pace in questi sessant’anni.
Ora anche i paesi dell’Europa centrale e orientale, che sono membri della NATO o hanno formato intese per la pace, stanno raccogliendo i benefici.
Ciascuno di noi condivide un desiderio di pace e libertà e di un futuro plasmato secondo i nostri desideri.
<P>
Le persone della mia generazione, che vissero in prima persona la Seconda guerra mondiale, non saranno con noi ancora a lungo e dobbiamo assicurarci che le generazioni future ricorderanno la verità su questa guerra.
Per noi Polacchi è fonte di grande angoscia il fatto che tanti mezzi di informazione occidentali continuino a usare frasi che troviamo ingiuriose, come “campi di concentramento polacchi” o persino “camere a gas e forni crematori polacchi”, come il britannico ha avuto la temerarietà di scrivere per riferirsi a tali orrori.
In realtà, alcune di queste fabbriche di morte si trovavano in territorio polacco, ma resta il fatto che erano tedesche, non polacche.
Non tutti i tedeschi sono responsabili per questi crimini e riconosciamo che la nazione tedesca ha preso le distanze dalla sua vergognosa eredità nazista, ma ci teniamo ad assicurare che le future generazioni non associno la Polonia ai crimini commessi dai nazisti, poiché la Polonia non era in alcun modo responsabile.
<P>
Allo stesso modo, il popolo russo non è responsabile per i crimini commessi durante il periodo di Stalin, vale a dire per le deportazioni, i , il genocidio commesso a Katyn e l’assoggettamento dell’Europa centrale e orientale.
Sono i comunisti dello Stato sovietico a essere responsabili per questi crimini e lo stesso popolo russo patì l’asservimento.
Noi desideriamo riconciliarci con il popolo e lo Stato russo, ma ci aspettiamo che prendano inequivocabilmente le distanze dal loro retaggio comunista.
Tuttavia, gli attuali della Germania e della Russia, ovvero dei paesi che hanno fatto scoppiare la Seconda guerra mondiale, hanno concesso un’intervista congiunta al giornale tedesco in cui cercano di distogliere l’attenzione da qualsiasi argomento all’infuori delle loro reciproche relazioni e delle perdite subite.
<P>
Attualmente stiamo cercando di stabilire relazioni di buon vicinato con la Germania e la Russia.
Già nel 1961 i vescovi polacchi inviarono una famosa lettera ai vescovi tedeschi, che conteneva la frase: “noi perdoniamo e chiediamo perdono”.
Adottiamo lo stesso approccio per le nostre attuali relazioni con la Russia, ma perdono e riconciliazione non significano che dobbiamo dimenticare.
Chiediamo quindi che non si ripetano mai più orrori come il genocidio, l’assoggettamento di una nazione ad opera di un’altra, l’aggressione e la guerra.
<SPEAKER ID="115" LANGUAGE="PL" NAME="Wojciech Roszkowski," AFFILIATION="Reich">
<P>
   Signor Presidente, le singole nazioni hanno vissuto esperienze molto diverse della Seconda guerra mondiale e la discussione odierna è quindi forse la più importante discussione sull’identità europea che sia stata svolta da anni.
Se desideriamo sinceramente unirci per formare un’unica comunità spirituale europea, dobbiamo tutti sforzarci di giungere a una piena comprensione delle esperienze storiche delle nazioni d’Europa.
A tal fine, dobbiamo parlare con franchezza di certe questioni.
<P>
La risoluzione per celebrare il sessantesimo anniversario della fine della guerra è il risultato di un compromesso raggiunto a fatica e nel complesso è un ritratto accurato delle conseguenze della guerra.
Ciò che manca, tuttavia, è qualsiasi riferimento al collegamento che esiste tra l’inizio e la fine della guerra, o alle opinioni sulla guerra attualmente diffuse in Russia.
Monaco e la partizione della Cecoslovacchia sono stati i primi atti di aggressione di Hitler, ma non si può negare che il Patto Molotov-Ribbentrop sia stato la vera dichiarazione di guerra.
La Polonia cadde vittima della cooperazione tra il Terzo e l’URSS nel settembre 1939 e a questo fatto seguirono le invasioni da parte della Germania della Norvegia, della Danimarca, del Belgio, dell’Olanda, del Lussemburgo, della Francia, della Jugoslavia e della Grecia, nonché le invasioni sovietiche della Finlandia, della Lituania, della Lettonia e dell’Estonia.
Stalin non si unì agli Alleati di sua spontanea volontà nella loro lotta contro la Germania.
Di fatto, è vero l’opposto, poiché rifiutò di cooperare con la Francia e la Gran Bretagna.
Fu soltanto dopo l’attacco di Hitler all’Unione sovietica nel giugno 1941 che si assicurò l’assistenza degli inglesi e degli americani entrando in una nuova coalizione, che alla fine sconfisse il Terzo .
<P>
Eppure, anche se fu l’Armata Rossa a reggere l’urto principale della guerra, il sistema sovietico non subì alcun cambiamento.
L’arcipelago continuò a espandersi e il numero di vite che ha mietuto è paragonabile al numero di cittadini sovietici caduti nella guerra.
La cooperazione tra i Tre Grandi era quindi basata su una mera apparenza di valori comuni, motivo per cui si dimostrò impossibile da mantenere dopo la fine della guerra.
Poco prima della sua morte, Roosevelt ammise che l’America non poté accordarsi con Stalin, poiché questi era venuto meno a tutte le promesse che aveva fatto.
Tuttavia, questa ammissione giunse troppo tardi.
L’Europa fu divisa e l’Europa orientale fu gettata nelle braccia del totalitarismo stalinista.
Tra i paesi colpiti vi era anche la Polonia, che era stata la prima a opporre resistenza a Hitler, persino quando il suo alleato era Stalin.
Le forze armate polacche costituivano un quarto delle forze alleate e in termini relativi il paese subì la maggiore perdita di vite umane durante la guerra.
<P>
Purtroppo la Russia è oggi restia a riconoscere il ruolo ambiguo svolto dall’URSS durante la guerra.
Il Presidente Putin è tornato indietro a un’interpretazione stalinista della Seconda guerra mondiale e delle sue conseguenze e ha affermato che il Patto Molotov-Ribbentrop era un normale trattato internazionale.
La Russia ha negato ufficialmente che Stalin attaccò la Polonia nel 1939, che fu commesso un genocidio a Katyn e che l’URSS occupò gli Stati baltici.
Ha persino affermato che la Conferenza di Yalta portò la democrazia in Polonia.
<P>
Viktor Yerofeyev, un noto scrittore russo, ha scritto di recente che la Russia è abbastanza illuminata da non fare distinzione tra il totalitarismo di Stalin e il regime di Hitler.
Se la Russia fosse davvero illuminata, vi sarebbe ogni ragione per sperare che possa riconciliarsi con l’Europa.
I segnali di una riabilitazione di Stalin però dovrebbero essere un monito per tutti noi.
<P>
Perché questo fatto è così importante al momento attuale?
Il Presidente Putin ha detto che la riconciliazione tra la Russia e la Germania potrebbe dare un esempio all’Europa.
Purtroppo, qualsiasi riconciliazione basata su un’interpretazione stalinista della storia fa invece scattare l’allarme, che risuona particolarmente forte a Varsavia, a Vilnius, a Riga e a Tallinn.
<P>
Sia il popolo polacco che le altre nazioni dell’Europa centrale credono che sarà impossibile realizzare la pace e la riconciliazione in Europa se le nazioni situate tra la Germania e la Russia sono escluse dall’equazione in questo modo.
L’Assemblea deve capire che noi in Polonia e in Europa centrale ci sentiamo stretti in una morsa ogniqualvolta le superpotenze dell’Europa occidentale e la Russia si stringono la mano sopra le nostre teste.
<SPEAKER ID="116" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Vicepresidente">
<SPEAKER ID="117" LANGUAGE="NL" NAME="Philip Claeys (NI )." AFFILIATION="leader">
<P>
   – Signor Presidente, è davvero importante in questo momento commemorare la fine della Seconda guerra mondiale, avvenuta sessant’anni fa.
E’ altresì positivo che in questa occasione si sottolinei ancora una volta che la libertà e la democrazia non dovrebbero essere date per scontate e devono essere difese attivamente.
Le atrocità del nazionalsocialismo costituiscono una pagina nera nella storia d’Europa e gli oratori precedenti avevano ragione a sottolineare che c’è poco o nulla da aggiungere.
<P>
E’ deplorevole, tuttavia, che l’Europa occidentale stia prestando così poca attenzione al fatto storico che sessant’anni fa venne dato ufficialmente il consenso a consegnare i popoli dell’Europa orientale all’occupazione sovietica, ai regimi comunisti dittatoriali, che certamente non erano da meno dei nazisti in termini di orrore e di crimini.
L’Armata Rossa era già a Varsavia nel 1944, aspettava semplicemente che i nazisti reprimessero la sollevazione.
Sessant’anni fa in Occidente si esprimevano ovunque lodi e onore per Stalin, un tiranno che aveva già ucciso milioni di persone e che, con la connivenza dell’Occidente liberato, avrebbe continuato a ucciderne molti altri milioni, fuori e dentro la Russia.
<P>
E’ ora che la Russia segua la Germania nel mettere ordine nel suo passato.
Ufficialmente, paesi come l’Estonia, la Lettonia e la Lituania furono liberati dall’Armata Rossa.
La Presidente della Lettonia Vaira Vike-Freiberga ha sottolineato che il 1945 non ha portato agli Stati baltici alcun genere di liberazione, al contrario.
Vorrei citare le sue parole: “Significò schiavitù, occupazione, sottomissione e terrore stalinista”.
<P>
I europei che qualche giorno fa erano a Mosca non si sono quasi per niente preoccupati di affrontare tale realtà né di mettere in rilievo che il momento che sessant’anni fa ha segnato la liberazione per gli europei occidentali, è stato un altro calvario per l’Europa orientale, con la differenza che le nuove dittature potevano contare sull’appoggio attivo e sulla comprensione di tanti politici, , intellettuali e molti altri nell’Europa occidentale, alcuni dei quali infatti erano, a quanto pare, sul libro paga dei servizi segreti sovietici.
Forse, sessant’anni dopo, è opportuno affrontare tali questioni.
Forse l’Europa non sarà capace di lasciarsi completamente alle spalle il passato a meno che non si svolga una sorta di processo di Norimberga al comunismo, non per riaprire vecchie ferite, ma con l’intenzione di non dimenticare mai, pensando al futuro dei nostri figli e nipoti.
<P>
Sono sbalordito che un Commissario europeo inserisca nel suo sito fotografie in cui dimostra la sua ammirazione per un personaggio come Fidel Castro.
Sono scioccato quando gli intellettuali e i responsabili delle politiche continuano a negare o a minimizzare l’avvento dell’estremismo islamico.
Jean-François Revel ha già parlato di – la tentazione totalitaria.
Se c’è una lezione da imparare dalle atrocità della Seconda guerra mondiale, è che il totalitarismo non deve avere un’altra opportunità, ovunque possa emergere.
<SPEAKER ID="118" LANGUAGE="HU" NAME="József Szájer (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – “Dal sangue versato dai nostri padri nelle battaglie fluisce la pace, attraverso il nostro ricordo e il nostro rispetto: mettere ordine nelle nostre questioni comuni, questo è il nostro dovere; e sarà un arduo compito”. Il grande poeta ungherese Attila József, nato un secolo fa, ci ricorda che noi, ovvero le nazioni europee, che abbiamo combattuto molte guerre l’uno contro l’altro, abbiamo molte questioni comuni da mettere in ordine.
<P>
Nella lettera che ha inviato a Vytautas Landsbergis e a me, il Commissario Frattini ha scritto di recente che la vostra storia è anche la nostra storia.
Quando celebriamo la fine della guerra mondiale in Europa, non dobbiamo dimenticare che la fine della guerra portò qualcosa di diverso per ognuna delle nazioni europee.
Nel caso delle nazioni più fortunate, segnò sessant’anni fa la fine di lunghe sofferenze e di incommensurabili distruzioni.
Chiniamo il capo di fronte a tutti coloro che si sacrificarono per la pace.
Tuttavia, un’altra nefasta dittatura attendeva l’altra metà dell’Europa, senza minor sofferenza e distruzione.
Notte dopo notte senza luce del giorno, occupazione dopo occupazione senza indipendenza, dittatura disumana dopo dittatura disumana senza libertà.
<P>
Dietro di me siede qui fra noi una rappresentante slovacca, Zita Pleštinská, il cui padre ungherese, István Kányai, fu perseguitato ugualmente dai nazisti e dai fascisti e successivamente soffrì nove anni negli inferni dei campi di concentramento sovietici.
Chi libera il prigioniero innocente da una prigione e lo chiude in un’altra è un carceriere, non un liberatore.
E il prigioniero non lo vedrà come qualcuno che gli ha dato la libertà, ma come qualcuno che gliel’ha tolta.
Per molte nazioni europee, la libertà tanto desiderata giunse cinquant’anni dopo l’8 maggio 1945.
E l’ultimo passo è stato compiuto il 1° maggio 2004, che ha segnato la fine dell’ordine mondiale di Yalta.
In realtà, la Seconda guerra mondiale è finita il 1° maggio 2004.
La fine della guerra dovrebbe quindi essere celebrata più propriamente qui, nella capitale dell’Europa riunificata, invece che a Mosca.
<P>
Le nazioni dell’Europa guardavano i due lati dello stesso muro: il filo spinato ci ha divisi a metà per mezzo secolo.
Abbiamo sopportato l’insopportabile, abbiamo resistito al sistema instaurato dall’Armata Rossa sovietica, che rimase dopo la liberazione, al genocidio, alla pulizia etnica e di classe, alle uccisioni, alle torture, alla deportazione e alla privazione dei diritti civili inflitta a persone innocenti impegnate nel nome dell’idea socialista progressista.
Il sistema imposto alle nazioni dell’Europa centrale dal comunismo sovietico era una conseguenza diretta del piano di cui Stalin parlò il 19 agosto 1939 di fronte al Politbüro, dando una spiegazione per il Patto Molotov-Ribbentrop. Cito le sue parole: “L’esperienza degli ultimi vent’anni ha dimostrato che in tempo di pace è impossibile mantenere un movimento comunista in tutta Europa che sia abbastanza forte perché un partito bolscevico possa prendere il potere.
La dittatura di tale partito diverrà possibile soltanto come risultato di una guerra di grandi proporzioni”.
<P>
Le nostre nazioni si sollevarono molte volte contro tale dittatura dei partiti bolscevichi: nel 1956 a Berlino, nell’ottobre 1956 in Ungheria e a Poznañ, nel 1968 in Cecoslovacchia e nel 1980 in Polonia.
L’Occidente guardò con favore alle nostre rivoluzioni, simpatizzò con noi, poi tollerò quando l’Unione Sovietica represse e schiacciò sanguinosamente queste espressioni di desiderio di libertà.
Onorevoli colleghi, la nostra storia è anche la vostra storia.
Tuttavia, noi, le nazioni liberate un decennio fa dall’occupazione sovietica, non troviamo alcuna compassione esaminando la nostra storia recente.
Dopo la guerra, l’Europa occidentale si rialzò orgogliosamente e cominciò a prosperare in pace.
Anche se non per colpa nostra, noi siamo rimasti fuori da questo processo.
Tale evoluzione ha originato la situazione attuale in cui vi sono persone dal lato più fortunato dell’Europa e addirittura qui in Parlamento che vogliono generare capitale per sé suscitando nella popolazione la paura nei confronti dei cittadini a basso costo dei nuovi Stati membri, di persone il cui paese è caduto in una crisi economica a causa dell’inefficace economia socialista che fu loro imposta.
<P>
Molti nell’Europa occidentale tuttavia non capiscono neppure perché la stella rossa a cinque punte, come la svastica, sia divenuta simbolo di odio e oppressione.
La nostra storia è anche la vostra storia.
Sessant’anni fa i poteri nazisti furono sconfitti congiuntamente dalle nazioni d’Europa.
La classe politica screditata scomparve.
Non ci sono piazze intitolate a Hitler, né monumenti per commemorare gli assassini nazisti.
Mezzo secolo più tardi anche l’Unione Sovietica e il regime comunista sono crollati.
Analogamente, il comunismo jugoslavo, che ha seguito la sua strada separata senza l’occupazione sovietica, ha subito una ignominiosa sconfitta.
I successori del caduto sistema comunista sono eloquenti uomini d’affari che chiedono rispetto, politici responsabili, per così dire.
In Russia, le statue di Stalin sono state di nuovo erette e ancora una volta si fa riferimento all’occupazione sovietica come alla liberazione.
Sembra che vogliano sentire sempre meno parlare delle atrocità della dittatura comunista.
<P>
Onorevoli deputati, non dobbiamo pensare con due metri diversi.
Auschwitz, il massacro della foresta di Katyn, il nazismo e l’occupazione sovietica degli Stati baltici in due tempi, dittature ingiuste che smembrano le sfere di interesse dell’Europa, confini tracciati con la forza e con i patti, la deportazione di interi popoli, assassinii, torture, mutilazioni, la negazione dei diritti civili, muri che dividono nazioni, il disprezzo dei diritti umani e delle minoranze: sono tutte gravi ingiustizie, a prescindere da chi le ha commesse.
<P>
Sessant’anni dopo la fine militare della guerra, è ora di affrontare questi problemi.
L’enorme sacrificio dell’Armata sovietica esige rispetto e onore.
L’esercito di occupazione, tuttavia, non merita il nostro rispetto; ha imposto la sua dittatura oppressiva su una parte degli Stati europei.
Finché non saremo capaci di chiamare un’atrocità con il suo nome, di giudicare un assassinio come tale, finché misuriamo un peccato con un altro, la guerra continuerà nella nostra testa e le ferite non guariranno.
Gesù dice che la verità ci farà liberi.
La riunificazione dell’Europa ci dà l’opportunità di un nuovo inizio.
Vincitori e vinti, oppressori e oppressi di un tempo, possiamo costruire insieme un’Europa comune, democratica, basata sulla virtù della dignità umana radicata nella tradizione cristiana, con la speranza di un avvenire più luminoso e di generazioni più felici in futuro.
Diamo ascolto ad Attila József, ascoltiamo il poeta e mettiamo ordine nelle nostre questioni comuni!
<SPEAKER ID="119" LANGUAGE="PL" NAME="Józef Pinior (PSE )." AFFILIATION="Reich">
<P>
   – Onorevoli colleghi, oggi il Parlamento commemora il sessantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, la guerra più terribile della storia.
E’ costata la vita a milioni di persone e ha condotto all’annientamento degli ebrei, oltre a precipitare l’Europa nell’abisso della ferocia, della devastazione economica e del decadimento morale.
Dovremmo chinare il capo in memoria di quell’epoca e commemorare le vittime di questa guerra.
<P>
Onorevoli colleghi, anche se esistono alcuni momenti chiave nella nostra memoria collettiva che ci permettono di unirci nella costruzione di una comunità politica, ciascuna delle nazioni europee ricorda il XX secolo dal suo punto di vista.
La ragione di questo è che i nostri Stati e i nostri popoli hanno vissuto eventi storici e politici diversi.
C’è, comunque, un elemento che ci unisce, poiché noi tutti ricordiamo le vittime della guerra e la lotta per la libertà e la democrazia.
E’ il ricordo di questi fatti che fornisce una base per la nostra identità comune europea.
Oggi commemoriamo le vittime del terrore nazista nei paesi occupati dal Terzo .
Onoriamo anche le vittime dell’Olocausto, il genocidio commesso contro gli ebrei in Europa durante la Seconda guerra mondiale, che è stato un crimine senza confronti nella storia umana.
Commemoriamo la vittoria delle nazioni alleate sul Terzo , in particolare il ruolo svolto dagli Stati Uniti d’America nella liberazione dell’Europa.
Ricordiamo tutti i soldati che morirono per liberare il mondo dal nazismo e i 14 milioni di soldati che combatterono nell’Armata Rossa.
Commemoriamo le perdite subite da tutte le parti nella Seconda guerra mondiale, nonché coloro che caddero vittime di Stalin durante il conflitto.
Il massacro di circa 22 000 cittadini polacchi e prigionieri di guerra a Katyn e in altri campi e prigioni nell’Unione Sovietica nella primavera del 1940 è divenuto un simbolo.
Rendiamo omaggio a coloro che lottarono per la libertà, la democrazia e i diritti umani e ricordiamo in particolare l’eroico movimento della resistenza, che lottò contro il fascismo e l’occupazione nei vari paesi.
Gli ideali di questo movimento e la volontà dei suoi membri a sacrificarsi in una guerra unilaterale, sono ora una vera eredità per noi, nonché qualcosa di cui tutti possiamo essere orgogliosi e un buon esempio per i giovani d’Europa.
<P>
Vorrei oggi commemorare il movimento della resistenza nel ghetto di Varsavia e coloro che aderirono all’Organizzazione militare ebraica e imbracciarono le armi il 19 aprile 1943 per difendere il ghetto ebraico creato a Varsavia dalle potenze occupanti.
Anche se in termini militari non avevano alcuna possibilità di vincere, lottando nel mezzo della guerra e nel cuore di un’Europa dominata dai nazisti, la loro lotta assunse di fatto un significato più profondo.
Oggi consideriamo il loro eroismo la testimonianza più potente di tutti i tempi dello spirito umano e parte delle fondamenta morali dell’Europa che abbiamo costruito.
Per riecheggiare i sentimenti espressi in un manifesto dell’Organizzazione militare ebraica, stiamo lottando per la vostra e per la nostra libertà e per l’onore e la dignità umani, sociali e nazionali.
<P>
Onorevoli colleghi, ricordiamo che la fine della guerra non ha portato una vera liberazione, indipendenza e democrazia a tutte le nazioni d’Europa.
La fine della guerra significò nuove forme di oppressione e una mancanza di sovranità e di democrazia per l’Europa centrale e orientale e per gli Stati baltici.
Significò anche violazioni dei diritti umani fondamentali sotto lo totalitario imposto a questa parte dell’Europa dall’Unione Sovietica, la perdita dell’indipendenza per l’Estonia, la Lituania e la Lettonia e la loro incorporazione nell’URSS.
In tutto il XX secolo, i socialisti, i socialdemocratici e la sinistra democratica adottarono una posizione di opposizione a tutte le forme di dittatura e a tutti i regimi non democratici.
Siamo un movimento politico che è sempre stato dalla parte della democrazia e dei diritti umani, sia negli Stati baltici, sia nell’Europa centrale e orientale o nei paesi dell’Europa meridionale nei quali si instaurarono dittature dopo la Seconda guerra mondiale, vale a dire il Portogallo, la Spagna e la Grecia.
<P>
Onorevoli colleghi, oggi sto parlando nel Parlamento europeo a Strasburgo, su una terra che reca le cicatrici delle guerre e del crollo dell’Europa.
I nostri antenati si scontrarono su questa terra come soldati nemici.
Ora ci incontriamo come cittadini e parlamentari che rappresentano un’Europa unita.
Fin dagli anni ’50, l’integrazione europea e la costruzione di una Comunità europea sono state la nostra risposta alla guerra.
I conflitti tra le nazioni europee furono superati nel processo di creazione delle Istituzioni europee e questo continua ad avvenire anche oggi.
L’Unione europea attuale è il prodotto di tre fondamentali processi democratici, vale a dire la sconfitta del fascismo nella guerra, la caduta delle dittature nell’Europa meridionale alla fine degli anni ’70 e la vittoria della democrazia nell’Europa centrale e orientale e negli Stati baltici.
<P>
Si sta stabilendo in Europa un modello di ordine internazionale sulla base della pace e della cooperazione e si sta creando una comunità conformemente al principio del rispetto per la dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, lo Stato di diritto e i diritti umani, compresi i diritti delle minoranze.
<P>
I vari popoli che costituiscono l’Unione europea, che comprende ora 25 Stati membri, hanno alle spalle una varietà di esperienze storiche.
La ratifica della Costituzione per l’Europa significherà che è possibile stabilire un’Europa unita, i cui obiettivi sono la pace, la giustizia e la solidarietà in tutto il mondo.
Questa Europa può anche divenire uno spazio privilegiato della speranza umana, per prendere a prestito la frase usata nel preambolo al Trattato costituzionale.
Insieme abbiamo percorso un lungo cammino, da un’Europa sopraffatta dalla guerra, dai regimi totalitari e dalle sofferenze umane a un’Europa democratica in cui nazioni libere all’interno dell’Unione stanno creando insieme un futuro europeo.
<SPEAKER ID="120" LANGUAGE="PL" NAME="Jan Jerzy Kułakowski (ALDE )." AFFILIATION="Solidarność">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, sessant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’avvenire dell’Europa dipende in larga misura dal rispetto di due fondamentali condizioni.
La prima consiste nel riconoscere la storia degli eventi avvenuti durante la Seconda guerra mondiale e la seconda nell’introdurre una visione comune dell’integrazione europea sulla base di tale storia.
<P>
Il modo in cui si ricorda la storia può differire a seconda che la fine della guerra abbia portato o meno a una vera liberazione.
I polacchi ricordano una serie di date chiave che hanno suggellato il destino tragico della Seconda guerra mondiale.
La prima è il 1° settembre 1939, quando Hitler attaccò la Polonia.
Questa data segnò l’inizio di un periodo da incubo di occupazione, repressione e campi di concentramento, durante il quale le forze occupanti fecero del loro meglio per annichilire la nazione e il popolo polacchi.
E’ stata anche, comunque, un’epoca di atti eroici compiuti dallo Stato e dalla società sotterranei.
Un’altra data che i polacchi ricordano è il 17 settembre 1939.
Anche se purtroppo questa data ha minor risonanza nell’Europa occidentale, per noi è angosciante ed estremamente significativa, poiché è la data in cui l’Unione Sovietica attaccò la Polonia.
Questo attacco avvenne in seguito alla conclusione del Patto Molotov-Ribbentrop tra Hitler e Stalin, che determinò un’altra spartizione della Polonia.
Le altre date includono il 1943, quando furono scoperti i crimini commessi a Katyn nel 1940, cioè il massacro di decine di migliaia di ufficiali polacchi e ufficiali agli ordini di Stalin, soltanto perché servivano lo Stato polacco, e il 1943 e il 1944, quando si svolsero due eroiche sollevazioni.
La prima di queste fu la sollevazione del ghetto di Varsavia, finita con una disfatta sanguinosa o piuttosto con uno sterminio, e la seconda fu la sollevazione di Varsavia, cui le truppe sovietiche assistettero dalla riva destra della Vistola senza intervenire in alcun modo.
L’ultima data che i polacchi ricordano è il 1945, quando si svolse la Conferenza di Yalta, che portò alla creazione della cortina di ferro, che divise l’Europa per 44 anni, separando il mio paese, la Polonia, dalla democrazia e dall’integrazione europea.
Questo volevo dire riguardo a come ricordiamo storia.
<P>
Passando alla questione di una visione comune dell’integrazione europea, vorrei sottolineare un punto fondamentale.
Ciò che ricordiamo sono i crimini che sono stati commessi dai sistemi e le vittime di tali sistemi.
Questi ricordi non dovrebbero e non devono in nessuna circostanza dividere nazioni e popoli.
Questo è il messaggio di fondo di , il movimento sociale polacco che diede inizio alla liberazione dell’Europa orientale e che quest’anno celebra inoltre il suo venticinquesimo anniversario.
Questo movimento fu la forza trainante della ripresa delle relazioni tra le due parti d’Europa che erano state divise dalle decisioni prese a Yalta.
Ispirandomi a questo movimento, vorrei affermare con decisione che la solidarietà deve essere il principio guida del nostro futuro comune.
<P>
Vorrei concludere invitando tutti i deputati a votare a favore di questa risoluzione.
<SPEAKER ID="121" LANGUAGE="EN" NAME="Tatjana Ždanoka (Verts/ALE )." AFFILIATION="Baltic Time">
<P>
   – Signor Presidente, credo che un’Europa pacifica e prospera debba essere basata sul rispetto dei diritti umani.
Per questa ragione, non posso votare per la risoluzione dell’onorevole Brok.
Alcune delle sue asserzioni creerebbero una base giuridica per la violazione dei diritti umani e condurrebbero a enormi ingiustizie nel mio paese, la Lettonia, nonché nella vicina Estonia.
<P>
La proposta di risoluzione afferma che i paesi dell’Europa orientale sono stati sotto l’occupazione sovietica per molti decenni.
Nel caso della Lettonia e dell’Estonia, tale approccio avrebbe conseguenze pericolose per oltre mezzo milione di persone che si stabilirono in questi paesi nel corso di tali decenni.
L’estone Toomas Ilves ha spiegato di recente sul cosa significherebbe tale asserzione: “Da adesso, la protezione delle minoranze negli Stati baltici non avrà più senso”.
Due settimane fa, inoltre, il Parlamento lettone ha approvato un ulteriore esame della dichiarazione che chiede al Parlamento europeo l’esenzione dall’obbligo di accettare i cittadini stranieri e i loro discendenti che si trasferirono in Lettonia durante il periodo dell’occupazione.
<P>
Mio padre era un ufficiale navale dell’Armata sovietica e partecipò alla sconfitta dell’esercito di Hitler e dei suoi alleati locali, Arâjs, Cukurs e altri, responsabili dell’uccisione di 80 000 ebrei lettoni, tra i quali i nonni di mio padre.
Inoltre, mio padre fu espulso dall’esercito, secondo gli ordini di Stalin, perché ebreo.
Non accetterò mai che mio padre sia definito un occupante, né mai sarò d’accordo che mia madre, una russa ortodossa che si trasferì a Riga da San Pietroburgo nel 1950, debba essere rimpatriata, come vorrebbe la proposta di dichiarazione lettone.
L’asserzione contenuta in questa risoluzione del Parlamento europeo incoraggerà i legislatori lettoni ad accettare questa dichiarazione nel prossimo futuro.
Non voglio che negli Stati baltici si ripeta ciò che è accaduto nei Balcani.
Noi parlamentari siamo pienamente responsabili delle parole che utilizziamo.
<SPEAKER ID="122" LANGUAGE="" NAME="Giusto Catania (GUE/NGL )." AFFILIATION="si vis pacem para pacem">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, l’8 maggio del 1945 è la data che segna la fine della seconda guerra mondiale, ma anche la data che sancisce la fine delle dittature fasciste e naziste in Europa.
In quella data l’Europa si è liberata dallo spettro dell’autoritarismo, e quella data segna anche l’inizio di un’Europa che aspira alla pace e alla giustizia sociale.
<P>
L’Europa è stata liberata dalla resistenza di uomini e donne, dalla resistenza di partigiani che hanno costruito le fondamenta istituzionali e morali di questa Europa.
L’Europa è stata liberata da quanti hanno combattuto a Stalingrado, è stata liberata dalle truppe alleate americane e canadesi e anche dall’esercito sovietico.
Questa data può essere considerata la pietra su cui è stata edificata la nuova Europa.
<P>
Purtroppo, questa pagina di storia, troppo spesso, è oggetto di saccheggi e di attacchi revisionisti e anche questo dibattito è viziato da concreti impulsi revisionisti.
Si rende un cattivo servizio alla commemorazione della Liberazione dell’Europa mescolando indistintamente l’8 maggio del 1945 e i crimini dello stalinismo.
Vorrei essere chiaro su questo punto: per cultura politica, per dato anagrafico e per formazione culturale, io e il mio gruppo non abbiamo alcun problema a condannare duramente gli orrori dello stalinismo, ma in questo dibattito si tenta di far vivere in modo surrettizio le teorie di Nolte, che impongono un’equazione tra nazismo e comunismo, non solo con lo stalinismo.
<P>
Ad onor del vero, i valori della pace e della giustizia sociale in questo secolo breve sono stati minati non solo dallo stalinismo, ma anche dal colonialismo, dall’imperialismo, dal neoliberismo: dall’Algeria al Vietnam, dal bombardamento di Belgrado ai massacri di Sabra e Chatila, fino ai fatti dell’11 settembre 1973 a Santiago del Cile.
<P>
Bisogna rendere un buon servizio alla storia: la memoria del passato è una dote essenziale per affrontare il futuro e per costruire le prospettive di questa Europa.
C’è solo un modo per rendere più forte l’Europa: bisogna bandire la parola guerra dal nostro vocabolario.
L’Europa deve svolgere un ruolo attivo nella costruzione di un mondo di pace, dall’Iraq all’Afghanistan, alla Palestina.
Per concludere, l’Europa deve essere più coraggiosa e autorevole, dobbiamo ribaltare il famoso detto latino e sostenere con forza .
Questa deve essere la nostra stella polare.
<SPEAKER ID="123" LANGUAGE="EN" NAME="Nigel Farage (IND/DEM )." AFFILIATION="referendum">
<P>
   – Signor Presidente, talvolta mi chiedo quali siano gli argomenti a sostegno dell’Unione europea.
Certamente non possono essere di carattere economico, perché non viviamo in un mondo di elevate tariffe commerciali e ora esiste un’economia globale.
Certamente non possono essere argomenti di carattere democratico, perché questo Parlamento è l’unico elemento democratico all’interno dell’Unione europea ed è una presenza quasi inutile.
<P>
Comunque, se vi fosse un argomento a sostegno dell’Unione europea capace di farmi cambiare idea, sarebbe la considerazione che l’Unione europea ci può dare e garantire la pace.
Questa idea, tuttavia, è basata su una serie di false presupposizioni.
Non furono infatti Stati nazionali democratici a provocare la Prima e la Seconda guerra mondiale.
Se si esamina la storia, si comprende che le democrazie mature non si fanno la guerra l’una con l’altra.
<P>
E’ anche sbagliato e del tutto falso sostenere che l’Unione europea ha mantenuto la pace in Europa negli ultimi 50 anni.
Quale guerra ha fermato?
Il Portogallo stava forse per dichiarare guerra all’Italia a metà degli anni ’70?
Quale possibile guerra avrebbe potuto fermare?
Se c’è stato un organismo garante della pace nel corso degli ultimi 50 anni, certamente è la NATO, che costituisce un esempio di cooperazione intergovernativa.
<P>
Il Presidente Borrell parla della riunificazione dell’Europa.
Talvolta mi chiedo persino di cosa stia parlando.
Il punto è: l’Unione europea garantirà la pace?
La federazione garantisce la pace?
Non è stato così in Jugoslavia, né in URSS, né negli Stati Uniti d’America, che, come ricorderete, hanno vissuto una delle più dure e sanguinose guerre civili nella storia dell’umanità.
Se continuiamo a vendere questo progetto ai popoli d’Europa sulla base di una menzogna, con ogni probabilità alimenteremo e causeremo amari risentimenti ed estremismi nazionalisti.
Dobbiamo dire la verità ai popoli d’Europa sulle nostre ambizioni e indire liberi ed equi, altrimenti ci avviamo verso il tracollo.
<SPEAKER ID="124" LANGUAGE="LV" NAME="Ģirts Valdis Kristovskis (UEN )." AFFILIATION="">
<P>
   – Onorevoli colleghi, sessant’anni dopo la Seconda guerra mondiale posso affermare con convinzione che l’Unione europea è il migliore modello di cooperazione tra paesi sinora sperimentato sul vecchio continente.
In Europa il dialogo ha sostituito le guerre, ma non si è ancora realizzata la riconciliazione, la profonda comprensione della verità storica e il reciproco coordinamento degli interessi di Stati e politici.
<P>
Sì, in questo momento commemoriamo insieme una delle più grandi vittorie dell’umanità: quella sull’ideologia nazista.
Ricordiamo le vittime del fascismo e chiniamo il capo in memoria dei combattenti che sono morti.
Sì, è una soddisfazione constatare che tutti i gruppi politici del Parlamento europeo si sono uniti sulla risoluzione relativa alla fine della Seconda guerra mondiale e per la prima volta stanno valutando e condannando contemporaneamente i crimini sia del nazismo sia del regime comunista.
Onorevoli colleghi, la nostra dichiarazione comune afferma inequivocabilmente che non può esservi riconciliazione senza verità storica; che solo un’Europa forte può fornire i mezzi per superare le atrocità del passato, basato sull’ingiustizia e sull’umiliazione sociale, politica ed economica, durata 50 anni, delle nazioni rimaste prigioniere.
Purtroppo, però, la nostra dichiarazione non ha detto tutto.
Né è accettabile quello che ha detto ieri a Mosca Jean-Claude Juncker, affermando che la soluzione di questi problemi tocca alle generazioni future.
Solo i forti chiamano le cose con il loro nome.
Alcuni giorni fa a Riga, George Bush ha detto chiaramente: ‘‘l’accordo di Yalta seguì la tradizione di ingiustizia di Monaco e del Patto Molotov-Ribbentrop.
Ancora una volta, nei negoziati tra governi potenti la libertà delle piccole nazioni fu considerata in qualche modo sacrificabile.
Tuttavia, questo tentativo di sacrificare la libertà nell’interesse della stabilità lasciò un continente diviso e instabile”.
La vera guerra fredda in Europa, durata quasi 50 anni, conferma queste affermazioni.
Tutti nel Parlamento europeo sanno che la NATO, l’Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico, fu creata per promuovere la sicurezza europea nel clima di paura di un’invasione da parte del regime sovietico totalitario, cinico e aggressivo.
Questo conferma il fatto che l’Occidente, dopo la Seconda guerra mondiale, non aveva fiducia in un alleato come Stalin.
Il funesto impero creato da Stalin era inaccettabile, anche se in precedenza era stata celebrata congiuntamente la vittoria sull’ideologia nazista.
<P>
Onorevoli colleghi, quando pensiamo all’avvenire dell’Europa, si dovrebbe tenere ben presente ciò che ho appena detto.
Sono trascorsi sessant’anni dalla Seconda guerra mondiale e l’Europa insieme ai suoi alleati sta plasmando il suo futuro.
Purtroppo la Russia, che si porta sulle spalle l’eredità dell’URSS, sta ancora facendo dichiarazioni che negano la sua influenza sui paesi dell’Europa orientale e l’occupazione del mio paese, la Lettonia, nonché della Lituania e dell’Estonia.
Questo disconoscimento della verità storica, l’intenzionale appoggio ai crimini del regime comunista, è umiliante.
Equivale al disprezzo per le vittime del regime, eppure è proprio quello che sta accadendo oggi.
La Russia sta cercando di manipolare l’opinione pubblica mondiale, mantenendo l’attenzione sul problema di quanti non sono cittadini in Lettonia ed esagerandolo.
Nel contempo però continua a violare i diritti umani delle vittime del regime totalitario sovietico e dei loro diretti familiari, negandone le sofferenze e le perdite subite.
Tale atteggiamento della Russia non fa nulla per promuovere la riconciliazione tra la Russia e gli Stati dell’Europa orientale e del Baltico, che hanno riguadagnato la loro libertà.
Un’autentica condanna dei crimini del comunismo e una risoluzione delle loro conseguenze sono necessarie per la futura stabilità dell’Europa.
Vi esorto a votare a favore della risoluzione!
<SPEAKER ID="125" LANGUAGE="CS" NAME="Jana Bobošíková (NI )." AFFILIATION="leader">
<P>
   – Onorevoli colleghi, la storia delle nazioni dell’Unione europea non è certo stata facile.
Ha visto queste nazioni combattersi, tradirsi e commettere atrocità l’una contro l’altra.
Erano europei coloro che propugnarono l’idea della supremazia della razza ariana, della soluzione finale per le altre razze e delle camere a gas.
Inoltre, il resto dell’Europa inizialmente rimase a guardare e non fece nulla mentre si stavano perpetrando queste atrocità.
<P>
Mi dispiace dire che non è ancora stata messa fine agli strascichi di questo periodo.
Sessant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, vi sono deputati al Parlamento europeo che rifiutano di votare a favore di risoluzioni che condannano l’Olocausto, che insistono a equivocare le sofferenze delle vittime della Seconda guerra mondiale con quelle dei suoi architetti e che distorcono il passato e non distinguono in modo corretto le cause e gli effetti del conflitto più orrendo di tutti i tempi.
<P>
I recenti discorsi di alcuni rappresentanti degli Stati membri e delle Istituzioni europee in occasione del sessantesimo anniversario della fine della guerra hanno rivelato di essere affascinati dall’idea che la nostra epoca dorata di prosperità e di pace sia un diretto risultato della storia dell’Unione europea.
Nell’interesse delle generazioni future, non dovremmo dimenticare che quest’idea è molto lontana dalla realtà.
La pace in Europa può essere attribuita anche alla presenza di truppe americane sul suolo europeo e la prosperità può essere spiegata con la crescita economica in Asia e negli Stati Uniti e con l’aumento del commercio globale.
Per quanto riguarda la libertà, in numerosi paesi europei, incluso il mio, le rivoluzioni si sono svolte senza alcun aiuto da Bruxelles.
<P>
Personalmente reputo preoccupante che la democrazia e la prosperità che siamo riusciti a realizzare siano ora minacciate.
La possibilità dell’Europa di agire come attore globale sarà ridotta dall’incomprensibile e ingiusta Costituzione europea, che avvantaggia certi paesi a scapito di altri.
La distanza che esiste tra i politici e il mondo reale è un ulteriore fattore che mette a rischio l’avvenire dell’Europa, poiché i cittadini dei singoli Stati membri capiscono sempre meno la lingua parlata dalle Istituzioni europee e dai loro rappresentanti.
Dove finirà l’Europa se i cittadini non capiscono i ?
Diventerà facile preda del populismo della peggior specie, semplicemente perché nessuno è in grado di capirla?
<P>
Sono fermamente convinta che nessuna campagna dei mezzi di informazione riuscirà mai a far crescere la fiducia dei cittadini nell’idea di un’Europa comune.
L’unico modo per realizzare questo obiettivo è l’attuazione di misure pratiche e facilmente comprensibili che offrano soluzioni ai problemi reali.
L’incapacità dei europei di promuovere la crescita e il timoroso approccio euronazionalista alle questioni economiche sono una risposta ben lungi dall’essere adeguata alla realtà dell’economia globale.
<P>
Io rappresento i cittadini di un paese che ha sofferto le conseguenze della cortina di ferro, abbattuta 15 anni fa.
Oggi, tuttavia, assistiamo a tentativi di costruire nuove “cortine” attorno all’Europa per tenere fuori gli Stati Uniti, i prodotti tessili cinesi, una forza lavoro a basso costo e molti richiedenti asilo.
Chiudere le porte al mondo non risolverà i problemi che l’Europa ha davanti.
<P>
La mancanza di interesse pubblico e il rallentamento economico stanno facendo emergere che il modo in cui è governata attualmente l’Unione europea sarà insostenibile se l’Europa vuole essere competitiva.
<P>
Ritengo che i dell’Unione europea dovrebbero avere il coraggio di ammettere dinanzi a se stessi e ai cittadini che la resuscitata strategia di Lisbona e l’ingiusta Costituzione europea non sono altro che un vicolo cieco che non condurrà a maggiore giustizia, libertà e prosperità.
L’unica risposta corretta allo stato corrente dell’economia e della politica globale è l’apertura, la riduzione della nostra interferenza nelle questioni economiche, la diminuzione dell’imposizione fiscale, la possibilità offerta agli Stati nazionali di operare in modo più flessibile e il coordinamento delle questioni a livello comunitario in modo ragionevole e soltanto nei casi in cui si dimostra necessario.
<SPEAKER ID="126" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="Dichiarazione scritta (articolo 142)">
<P>
   – Ho ricevuto una proposta di risoluzione(1), presentata a norma dell’articolo 103 paragrafo 2, del regolamento.
<P>
La discussione è chiusa.
<P>
La votazione si svolgerà giovedì.
<SPEAKER ID="127" LANGUAGE="PT" NAME="Pedro Guerreiro (GUE/NGL )." AFFILIATION="">
<P>
   – Questa commemorazione del sessantesimo anniversario della vittoria sul nazifascismo ha provocato una ripugnante operazione di revisionismo e distorsione della realtà storica, in cui si inscrive anche l’inaccettabile proposta di risoluzione presentata dalla commissione per gli affari esteri.
<P>
Lungi dall’essere ingenua, questa terribile falsificazione della storia mira a obiettivi molto concreti.
<P>
Lo scopo è quello di spazzare via il contributo chiave dato dall’Unione Sovietica e la gloriosa lotta del suo popolo per distruggere la brutale macchina assassina degli eserciti e dei regimi nazifascisti, insieme al suo ruolo decisivo nel tenere a freno l’aggressione imperialista durante il periodo del dopoguerra.
<P>
Questa proposta di risoluzione cerca di mettere a tacere e di diffamare il ruolo glorioso ed eroico svolto dai comunisti nella lotta antifascista.
<P>
Cerca di attenuare l’orrore nazista, i milioni di morti nei campi di concentramento, i milioni di uomini, donne e bambini uccisi e la distruzione sistematica di interi paesi.
<P>
Cerca di sorvolare sul fatto che l’ascesa al potere di Hitler fu aiutata dal capitale tedesco e dalla complicità delle grandi potenze capitaliste, che alimentarono fino alla fine la speranza che la macchina da guerra nazista distruggesse il nemico principale, l’Unione Sovietica.
<P>
Cerca, come sessant’anni fa, di difendere l’indifendibile, l’aggressività imperialista e militarista e l’aggressione perpetrata contro la sovranità dei popoli.
<P>
Ma non ci riuscirà!
<SPEAKER ID="128" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – L’ordine del giorno reca una serie di interrogazioni orali al Consiglio conformemente all’articolo 109 del regolamento (B6-0236/2005)
<SPEAKER ID="129" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – L’interrogazione n. 1 è stata ritirata.
<P>
È il Consiglio a conoscenza del fatto che il "National Labor Relations Board" degli Stati Uniti d’America (NLRB) ha privato della tutela della normativa collettiva statunitense gli insegnanti che si sono laureati nelle università private statunitensi?
Intende il Consiglio fare pressione sul governo Bush affinché consenta ai sindacati accademici di organizzarsi per proteggere la qualità dei posti di lavoro, le libertà accademiche e il livello intellettuale delle università statunitensi?
<SPEAKER ID="130" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – Signor Presidente, per quanto riguarda la situazione degli insegnanti statunitensi laureati, posso rispondere all’onorevole deputato Evans dichiarando che il Consiglio non è al corrente della situazione illustrata nella sua domanda.
<P>
La tipologia di rapporti professionali menzionata dall’onorevole rientra nella giurisdizione dei singoli Stati membri.
Per questo motivo, benché le questioni dei diritti umani costituiscano parte integrante del dialogo che intercorre regolarmente tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, l’Unione non è in grado di dibattere questo tipo di rapporti professionali con le autorità statunitensi.
<SPEAKER ID="131" LANGUAGE="EN" NAME="Robert Evans (PSE )." AFFILIATION="Columbia University">
<P>
   – La ringrazio della risposta, anche se non era esattamente quella che mi ero augurato di ricevere.
Non si tratta certamente di una problematica che richiede l’intervento individuale di 25 paesi; è una questione molto grave.
<P>
I nostri rapporti con gli Stati Uniti non si limitano solamente al commercio e agli affari realizzati dalle imprese e, parimenti, non si tratta di una questione prettamente statunitense, né che concerne esclusivamente i cittadini americani, in quanto vi sono numerosi europei che insegnano presso tali istituti statunitensi.
Mi è giunta voce che il preside della di New York ha formulato delle direttive su come auspicherebbe che venissero trattati e puniti gli insegnanti laureati.
<P>
Mi preme dire alla Presidenza, a espressione della mia solidarietà e in difesa del diritto internazionale del lavoro, che non dovremmo passare questa questione sotto silenzio, né tenerci in disparte e permettere una violazione così flagrante dei diritti dei lavoratori.
Benché stia accadendo negli Stati Uniti, ciò potrebbe avere delle ripercussioni anche su cittadini europei.
Invito pertanto il signor Presidente a riconsiderare la questione e a verificare in che modo si possa intervenire.
<SPEAKER ID="132" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – Mi rincresce non poter aggiungere null’altro a quanto ho già affermato, ciononostante ho preso atto delle osservazioni dell’onorevole deputato.
Ogni paese deve indubbiamente rispettare il diritto del lavoro internazionale, e concordo pienamente con questo punto di vista.
Si tratta di un’argomentazione che accetto e che potrebbe certamente essere sollevata nel contesto dei rapporti con gli Stati Uniti, come ho rilevato.
<SPEAKER ID="133" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
Le norme sulla tutela delle minoranze applicate in Serbia, ed in particolare nelle regioni della Vojvodina, del Sandzak di Novi Pazar e nella Valle di Presevo, sono conformi agli standard europei in materia? Come valuta il Consiglio le citate norme se confrontate con i criteri che, sulla base dell’accordo di Ohrid, si applicano in Macedonia ?
<SPEAKER ID="134" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – Il Consiglio sta seguendo molto da vicino la situazione relativa ai diritti delle minoranze nei Balcani occidentali.
L’analisi più recente dei diritti delle minoranze in Serbia e Montenegro è quella presentata dalla Commissione nello studio di fattibilità teso a valutare la preparazione di Serbia e Montenegro all’apertura dei negoziati per un accordo di stabilizzazione e di associazione.
Quanto alla Commissione, la situazione riguardante i diritti delle minoranze nella Ex Repubblica jugoslava di Macedonia è stata illustrata nella sua ultima relazione annuale, che è stata redatta nel quadro del processo di stabilizzazione e di associazione.
<P>
In generale, la situazione dei diritti delle minoranze nei Balcani occidentali è migliorata negli ultimi anni, anche se restano ancora da realizzare progressi significativi.
Invece che fare un raffronto tra le disposizioni approvate riguardo alle minoranze in Serbia e Montenegro e quelle della Ex Repubblica jugoslava di Macedonia, il Consiglio si propone di continuare a incoraggiare questi paesi – tenendo conto delle loro circostanze più specifiche – a portare avanti una politica sulle minoranze pienamente conforme agli europei.
<SPEAKER ID="135" LANGUAGE="DE" NAME="Bernd Posselt (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, poiché l’accordo di Ohrid impone alla Macedonia condizioni molto rigide in materia di tutela delle minoranze, vorrei rivolgere un appello affinché evitiamo di applicare due pesi e due misure, come a mio avviso stiamo rischiando di fare.
In questo caso si tratta principalmente di due aree in cui i problemi con le minoranze continuano a essere estremamente gravi: il Sandzak di Novi Pazar e la Vojvodina, e sono questi i punti su cui vorrei richiamare la Sua attenzione.
<SPEAKER ID="136" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – Riconosco senza indugio l’importanza di richiamare l’attenzione del Consiglio sul trattamento riservato alle minoranze presenti nelle regioni, da Lei testé menzionato, e di stabilire una sorta di raffronto con la tutela delle minoranze ai sensi dell’accordo di Ohrid.
<P>
Sono tuttavia convinto che stiamo discutendo di due situazioni diverse, che devono essere valutate di conseguenza.
Nel contesto dello sviluppo dei rapporti con la Serbia, l’Unione europea non mancherà di insistere energicamente sulla tutela delle minoranze nelle regioni da Lei citate.
<SPEAKER ID="137" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
Qual è la risposta del Consiglio al suggerimento avanzato dal Commissario Rehn durante la riunione della commissione affari esteri del Gennaio scorso, secondo il quale, nell’intento di superare l’attuale stallo, era disposta ad aggiungere l’articolo 308CE come ulteriore base giuridica dei regolamenti in materia di aiuti e scambi commerciali?
<SPEAKER ID="138" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . –Come è già stato sottolineato in risposta a domande analoghe, il Consiglio ha costantemente ribadito il proprio impegno nel portare avanti gli sforzi volti a realizzare la riunificazione di Cipro.
Auspica inoltre che tutti i ciprioti possano presto convivere pacificamente, in qualità di cittadini di Cipro ed europei appartenenti a un’isola riunificata all’interno dell’Unione europea.
<P>
Da questo punto di vista, l’Unione europea ha assunto l’impegno di esaminare misure che siano in grado di porre fine all’isolamento della comunità turcocipriota e di agevolare la riunificazione di Cipro incoraggiando lo sviluppo economico all’interno della comunità turcocipriota.
Sono già state adottate misure specifiche al riguardo, quali il cosiddetto regolamento della linea verde, che è stato adottato nel 2004 e modificato di recente allo scopo di ampliarne il campo di applicazione e aumentarne l’efficacia.
<P>
E’ stato svolto un lavoro importante anche relativamente ad altre misure, segnatamente le proposte della Commissione concernenti da una parte lo strumento di sostegno finanziario volto a promuovere lo sviluppo economico all’interno della comunità turcocipriota e, dall’altra, gli scambi con le aree su cui il governo della Repubblica di Cipro non esercita un controllo efficace.
L’adozione di tali proposte non è ad oggi possibile poiché vi sono tuttora delle difficoltà da superare, in particolare per quel che concerne gli scambi diretti.
<P>
E’ a quest’ultima proposta che l’onorevole deputato si riferisce più in particolare nella sua domanda.
L’ipotesi presentata dal Commissario Rehn alla riunione di gennaio della commissione parlamentare per gli affari esteri a proposito di una possibile rielaborazione della base giuridica della proposta non è stata ancora sottoposta al Consiglio.
Di fatto, è responsabilità della Commissione modificare in questo senso la propria proposta, se lo desidera.
In questa fase la Presidenza non può ovviamente prevedere quali saranno le decisioni del Consiglio al riguardo.
<P>
Devo tuttavia far notare l’esistenza di pareri giuridici che non confermano l’approccio adottato dalla Commissione a proposito della base giuridica da essa inizialmente adottata.
Attraverso la Presidenza il Consiglio può assicurare nuovamente all’onorevole deputato che proseguirà nei propri sforzi volti a promuovere l’integrazione economica dell’isola e a migliorare i rapporti tra le due comunità cipriote e con l’Unione europea.
<SPEAKER ID="139" LANGUAGE="EN" NAME="Sarah Ludford (ALDE )," AFFILIATION="in sostituzione dell’autore">
<P>
   . – Ringrazio il Presidente in carica del Consiglio per la risposta.
Ho l’impressione che ci si stia dando tutti la colpa a vicenda.
E’ trascorso più di un anno da quando il Consiglio si è impegnato a porre fine all’isolamento dei turcociprioti in seguito al loro voto a favore – per due terzi – del Piano di Annan dell’ONU per una soluzione politica.
Viene da chiedersi quale fiducia si possa riporre negli impegni assunti dall’UE se si ha di fronte tale esempio di promessa mancata.
Come ha rilevato il ministro, il commercio diretto e gli aiuti a favore dell’economia del nord contribuirebbero al raggiungimento di una soluzione politica.
Il fatto che i turcociprioti abbiano un reddito e uno sviluppo economico arretrato rispetto ai grecociprioti non è di vantaggio a nessuno.
<P>
Quando verranno esercitate pressioni serie al fine di onorare quell’impegno preso un anno fa?
Nel frattempo, i turcociprioti vivono nell’incertezza e in isolamento, e perdono la loro fiducia nelle promesse dell’Unione.
Devo confessare che non posso biasimarli.
Quando possiamo aspettarci l’approvazione di questi due regolamenti?
<SPEAKER ID="140" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Vicepresidente">
<SPEAKER ID="141" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – Onorevole Ludford, posso solamente dirle che la sua domanda giunge in un momento opportuno, in quanto tra un’ora e mezza il Commissario Rehn e io, in rappresentanza della Presidenza, ci recheremo a Cipro per tentare di dibattere le questioni che lei ha appena sollevato.
Ritengo che sia precisa intenzione della Presidenza risolvere quanto prima tali problematiche, e agire pertanto in conformità agli impegni politici assunti dal Consiglio in aprile.
<SPEAKER ID="142" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – Poiché l’autore non è presente, l’interrogazione n. 5 decade.
<P>
Recentemente è stata pubblicata una relazione congiunta delle organizzazioni Oxfam, ActionAid ed European Network on Debt and Development, che valutava la prestazione degli Stati membri in materia di sviluppo.
Nel 1970, durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i paesi ricchi di tutto il mondo hanno stabilito l’obiettivo di destinare entro il 1980 lo 0,7% dell’RNL agli aiuti umanitari all’estero.
Venticinque anni dopo tale scadenza solo cinque paesi, quattro dei quali sono Stati membri dell’UE, hanno raggiunto questo obiettivo.
Molti altri paesi hanno infranto le proprie promesse sull’eliminazione della povertà.
L’Irlanda, ad esempio, ha abbandonato i suoi piani di raggiungere l’obiettivo dello 0,7% entro il 2007.
<P>
Avendo la Presidenza lussemburghese affermato che la lotta alla povertà costituirà l’obiettivo principale del suo programma, può essa indicare se eserciterà la propria influenza per rinnovare gli impegni degli Stati membri per gli aiuti umanitari e come intende assicurare l’adempimento degli obiettivi dell’UE relativi agli aiuti allo sviluppo?
<SPEAKER ID="143" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – Le proposte della Commissione, che individuano le misure da adottare allo scopo di accelerare il conseguimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio, sono oggetto di discussione da parte di un gruppo di lavoro del Consiglio dal 14 aprile 2005.
La Presidenza lussemburghese intende fare il possibile per assicurare che, nel corso della riunione del 23 e 24 maggio, il Consiglio possa essere in grado di definire gli elementi chiave dei rinnovati impegni.
Tali impegni si proporranno essenzialmente di stabilire innanzi tutto nuovi obiettivi intermedi per aumentare i bilanci degli aiuti pubblici entro il 2010, sia individuali sia concernenti l’Unione nel suo complesso, nel tentativo di raggiungere una cifra globale pari allo 0,7 per cento del PIL entro il 2015.
In secondo luogo, punteranno ad accelerare le riforme per migliorare la qualità degli aiuti e, in terzo luogo, saranno volti a riconsiderare il modo in cui l’Unione europea, attraverso il proprio modello di sviluppo sostenibile – ad opera delle sue politiche interne ed esterne – è in grado di influire sulle condizioni di sviluppo.
Ciò richiede politiche coerenti per la promozione dello sviluppo, un fattore fondamentale nel nostro approccio alla cooperazione e allo sviluppo.
In quarto luogo, gli impegni si proporranno come priorità il fatto di far beneficiare l’Africa di questi nuovi orientamenti, e di cogliere le nuove opportunità offerte da un partenariato tra i due continenti.
<P>
L’Unione europea è pienamente consapevole dell’importanza e dell’urgenza del compito che la attende.
In questo contesto, durante la riunione svoltasi il 22 e il 23 marzo, il Consiglio europeo ha invitato la Commissione e il Consiglio ad accelerare il loro lavoro, soprattutto per quanto riguarda le varie componenti dell’elemento “sviluppo”, allo scopo di definire le posizioni sulle varie questioni e di consentire all’Unione europea di ricoprire un ruolo attivo durante le discussioni future, in vista del Vertice delle Nazioni Unite in programma per settembre 2005.
Ho già annunciato stamattina che il Consiglio ECOFIN, dopo aver considerato nuovi, potenziali metodi di finanziamento nell’ultima riunione, ritornerà sulla questione nel corso della riunione informale che si svolgerà questo fine settimana.
<SPEAKER ID="144" LANGUAGE="EN" NAME="Gay Mitchell (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Vorrei far notare al Presidente in carica che questo obiettivo dello 0,7 per cento è stato concordato 35 anni fa e ad oggi solamente cinque Stati, quattro dei quali appartenenti all’Unione – quattro su 25 Stati membri – hanno conseguito tale obiettivo dello 0,7 per cento.
Entro il 2025 ci saranno 2 miliardi di abitanti in più sulla Terra, il 90 per cento dei quali nati nel Terzo mondo.
Che tipo di mondo lasceremo in eredità alla prossima generazione?
Abbiamo appena parlato della Seconda guerra mondiale.
Che cosa stiamo costruendo per i nostri figli e nipoti?
Che provvedimenti concreti prenderà il Consiglio per garantire che gli Stati membri adempiano ai loro obblighi?
<SPEAKER ID="145" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – In effetti ritengo che vi sia una nuova volontà di orientarsi chiaramente e risolutamente verso l’obiettivo dello 0,7 per cento.
Condivido naturalmente quanto appena dichiarato dall’onorevole deputato: ci stiamo mettendo troppo tempo.
Di fatto è da più di 30 anni che discutiamo di questo obiettivo.
E’ giunta l’ora di attuarlo, ed è vero che i tempi che sono stati stabiliti sono presumibilmente ancora troppo lunghi.
<SPEAKER ID="146" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="147" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – Dal mio intervento dinanzi al Parlamento lo scorso febbraio, il governo di Israele ha preso la decisione, da noi decisamente deplorata, di prolungare di altri 12 mesi le restrizioni imposte alla liberazione di Mordechai Vanunu lo scorso anno.
Inoltre, è in corso un processo in cui Vanunu è accusato di aver infranto tali restrizioni, e a conclusione del processo rischia di essere condannato a un’ulteriore pena detentiva.
Tale questione sembra essere estremamente delicata per le autorità israeliane.
Pare che in questo modo vogliano proteggere la sicurezza dello Stato di Israele.
Nel prendere la decisione di prolungare le restrizioni imposte a Vanunu, il governo di Israele ha lasciato intendere di avere altre informazioni da rivelare.
<P>
Detto ciò, a quasi 20 anni dai fatti, è anche legittimo riconoscere i diritti fondamentali di un individuo che ha trascorso 18 anni in carcere, quali il diritto di vivere dignitosamente, liberamente e pacificamente.
Ci stiamo pertanto adoperando per proseguire il dialogo con le autorità israeliane, in particolare sulla questione del rispetto dei diritti umani, nel contesto del dialogo politico che stiamo conducendo con loro, e nell’attuazione della politica di vicinato su cui il governo israeliano si è impegnato a cooperare, nonché su questioni di sicurezza e di non proliferazione delle armi di distruzione di massa e, per l’appunto, sul rispetto dei diritti umani.
<SPEAKER ID="148" LANGUAGE="EN" NAME="David Martin (PSE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Ringrazio il Presidente in carica per la risposta, che è stata utile per quanto le circostanze possano consentire.
Tuttavia, secondo me Israele è passato chiaramente dalla tutela della sicurezza nazionale alla persecuzione di quest’uomo.
Spero vivamente che il Consiglio continui a esercitare pressioni su Israele per ottenerne il rilascio.
Mordechai Vanunu è stato eletto rettore dell’Università di Glasgow nel mio paese, e saremmo estremamente lieti di vederlo giungere nel nostro istituto per assumere la carica che gli è stata assegnata.
Auspico pertanto che il Consiglio continui a fare pressioni in questo senso.
<SPEAKER ID="149" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – Il Consiglio ha preso atto del punto da Lei sollevato e farà ciò che ho appena detto.
<SPEAKER ID="150" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="151" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . –Il Consiglio desidera innanzi tutto ringraziare l’onorevole deputato delle informazioni che ci ha trasmesso circa la violazione dei diritti fondamentali della popolazione greca di Georgia.
Nel proprio dialogo politico con la Georgia, il Consiglio ha ripetutamente dato voce alle proprie preoccupazioni sulla necessità di migliorare la salvaguardia dei diritti umani in questo paese nostro .
Il Consiglio continuerà a sfruttare qualsiasi opportunità per esprimere le proprie preoccupazioni a proposito dei diritti umani in Georgia, soprattutto nel contesto della sua cooperazione con l’OSCE, il Consiglio d’Europa e la Commissione per i diritti umani dell’ONU.
<P>
Il 17 gennaio 2005 il Segretario generale e Alto Rappresentante per la PESC ha nominato Michael Matthiessen quale rappresentante personale per i diritti umani.
Anche il rappresentante speciale per il Caucaso del sud, Heikki Talvitie, assiste la Georgia nell’attuazione delle riforme economiche e politiche, in particolar modo in materia di Stato di diritto, democratizzazione, diritti umani, buon governo, sviluppo e riduzione della povertà.
<P>
Nelle conclusioni del 25 aprile, il Consiglio ha sottolineato l’importanza di questi obiettivi e ha rinnovato il proprio impegno a sviluppare i vari elementi nel contesto dei suoi rapporti, e in particolare della politica europea di vicinato.
Una volta redatto e negoziato il piano d’azione per la politica europea di vicinato tra l’Unione europea e la Georgia, l’Unione si soffermerà sulla necessità di migliorare la tutela dei diritti umani nel paese in questione.
Di conseguenza, il Consiglio intende seguire con molta attenzione l’evoluzione della situazione della comunità greca e sollevare la questione presso le autorità georgiane ogniqualvolta ciò sia giustificato.
<P>
Probabilmente anche il Parlamento europeo vorrà prendere in esame tale questione in occasione della prossima riunione della commissione di cooperazione parlamentare UE-Georgia che, in base alle informazioni di cui dispongo, si svolgerà il 13 e 14 giugno 2005.
<SPEAKER ID="152" LANGUAGE="EL" NAME="Panagiotis Beglitis (PSE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, vorrei ringraziare il Presidente in carica del Consiglio per la risposta.
Sono pienamente d’accordo con il quadro dei principi che ci ha illustrato.
<P>
Il problema non è tuttavia solo il quadro dei principi: è quello che noi possiamo fare in termini pratici e a livello di Unione europea al fine di tutelare i diritti umani e delle minoranze in Georgia e in tutto il mondo.
Di che tipo di leve e di meccanismi disponiamo, a livello di Unione europea, per persuadere le autorità georgiane a rispettare i diritti della minoranza greca.
<P>
Dico ciò perché ho dinanzi a me la relazione del 12 aprile del rappresentante speciale – come l’ha chiamato lei – dell’Unione europea per i diritti umani in Georgia; in questo documento viene descritta la situazione dei diritti umani, e devo ammettere che illustra una situazione molto spiacevole per i greci di Georgia.
<P>
Che cosa stiamo facendo?
Di quali strumenti disponiamo nel quadro dei nostri rapporti con la Georgia?
Secondo me è questo che conta oggi.
<SPEAKER ID="153" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – La Georgia ha attraversato un periodo di grandi turbamenti, ma ora si è impegnata a proseguire sulla via della democrazia.
Sta inoltre cercando di avvicinarsi all’Unione europea.
Ritengo che questa riconciliazione con l’Unione europea, in particolar modo nel contesto della politica europea di vicinato, dovrebbe anche consentirci di esercitare pressione sulle autorità georgiane per indurle non solo a rispettare i diritti umani in generale, ma anche, e soprattutto, i diritti delle minoranze.
Sono pertanto convinto che, nell’ambito dei rapporti tra l’Unione europea e la Georgia, tale questione debba occupare un posto di prim’ordine.
Inoltre, è anche come conseguenza del desiderio della Georgia di avvicinarsi all’Europa, e all’Unione europea in particolare, che saremo maggiormente nella posizione di difendere i diritti delle minoranze greche da Lei menzionati.
<SPEAKER ID="154" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="155" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – Il Consiglio accoglie con favore l’impegno assunto da diversi capi di Stato e di governo il 2 febbraio 2005 a Sofia di eliminare qualsiasi forma di discriminazione nei confronti dei entro il 2015.
Non occorre che vi rammenti i dibattiti che abbiamo appena condotto sulla fine della Seconda guerra mondiale e sulle sofferenze patite dal popolo .
L’impegno in oggetto è un passo avanti enorme, considerato che dal 1° maggio 2004 le comunità sono diventate la minoranza etnica più numerosa all’interno dell’Unione europea.
Per la natura specifica della loro situazione, la loro integrazione rappresenta una sfida di grande entità per quanto riguarda la tutela dei diritti fondamentali e l’inclusione sociale.
<P>
Come certamente saprà l’onorevole parlamentare, nel corso dei negoziati di adesione con i nuovi Stati membri, nonché con la Bulgaria e la Romania, l’Unione europea ha ripetutamente sollevato la questione della situazione dei , come settore che richiede l’attenzione politica dei governi di tali Stati, in particolare alla luce dei criteri politici di Copenaghen che si riferiscono più specificamente all’esigenza di garantire il rispetto e la protezione delle minoranze.
<P>
Nell’affrontare la sfida dell’integrazione delle comunità , la responsabilità più consistente ricade sulle autorità nazionali, oltre agli enti locali e regionali con il numero più elevato di abitanti .
Anche tutti gli attori della società civile, oltre ai stessi, hanno un ruolo essenziale da svolgere.
Da parte loro, gli Stati membri possono anche attuare, a livello comunitario, vari programmi politici e strumenti rilevanti relativi alla non discriminazione, alla parità di trattamento e all’integrazione sociale.
In particolare, possono avvalersi della direttiva del Consiglio 2000/43 in attuazione del principio di parità di trattamento tra i cittadini indipendentemente dalla loro origine razziale o etnica.
La direttiva in oggetto copre di fatto un’ampia gamma di aree in cui possono verificarsi episodi di discriminazione nei confronti dei : disoccupazione, formazione, istruzione, protezione sociale, accesso a beni e servizi, e accesso agli alloggi.
<P>
Infine, i Fondi strutturali, e in particolare il Fondo europeo di sviluppo regionale e il Fondo sociale europeo, possono finanziare tutta una serie di iniziative a vantaggio della comunità .
E’ il caso soprattutto dell’iniziativa comunitaria EQUAL, che è finanziata dal Fondo sociale europeo e che sta sviluppando nuovi approcci per combattere la discriminazione e le disuguaglianze che, sul mercato del lavoro, colpiscono in particolare la comunità .
<SPEAKER ID="156" LANGUAGE="EN" NAME="Claude Moraes (PSE )." AFFILIATION="rom">
<P>
   – Grazie della risposta, che riflette la serietà della sfida che ci troviamo ad affrontare, considerato che i rappresentano ad oggi la minoranza omogenea più consistente dell’Unione europea allargata.
<P>
Siamo consapevoli dell’inattività degli Stati membri e – per esempio – della loro mancata attuazione della direttiva in materia di parità di trattamento e dell’articolo 13 della direttiva sull’uguaglianza delle razze, su cui la Commissione sta intervenendo per garantirne l’applicazione?
Ci rendiamo conto che gli Stati membri sono terribilmente in ritardo sull’attuazione delle leggi esistenti che tutelerebbero la comunità , in particolare per l’occupazione?
E’ un problema grave.
La questione dei , data la sua entità, può trovare riscontro nelle dichiarazioni finali della Presidenza lussemburghese, per garantire che la Presidenza britannica che seguirà prenda altrettanto seriamente tale questione?
<SPEAKER ID="157" LANGUAGE="EN" NAME="David Martin (PSE )." AFFILIATION="rom">
<P>
   – Vorrei insistere con il Presidente in carica sul punto finale sollevato dal mio collega.
Se la questione venisse sollevata a livello di capi di Stato e di governo e il comunicato finale ne facesse menzione, ciò trasmetterebbe un segnale molto positivo.
I si sentono trascurati all’interno di quest’Unione europea.
Ciò invierebbe loro un segnale positivo e costituirebbe forse un buon esempio che potrebbe incoraggiare gli Stati membri ad adottare misure appropriate.
<SPEAKER ID="158" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – Dirò innanzi tutto che il diritto comunitario deve essere applicato da tutti gli Stati membri.
Ritengo che si tratti di un dovere condiviso da tutti i paesi dal momento in cui diventano membri dell’Unione europea.
<P>
Vorrei aggiungere che il programma d’azione comunitario contro la discriminazione è volto a promuovere misure per contrastare la discriminazione basata sull’origine razziale o etnica.
Una delle aree prioritarie individuate nel programma di lavoro del 2004 riguardava specificamente l’integrazione dei nel mercato del lavoro.
Tutti gli Stati membri all’interno dei cui confini vivono minoranze devono includere tali minoranze nei programmi d’azione nazionali relativi al mercato del lavoro.
A mio parere occorre utilizzare gli strumenti comunitari che ho menzionato in precedenza per incoraggiare e indurre gli Stati membri a trattare in questo modo l’integrazione sociale delle minoranze .
<SPEAKER ID="159" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="160" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>

   . – Come il Consiglio ha già indicato nella risposta all’interrogazione n. 1778 dell’onorevole Rübig, il processo di esame delle proposte della Commissione ha indotto il Consiglio, il 28 giugno, ad adottare conclusioni sulla sicurezza nucleare e sulla sicurezza della gestione del combustibile irradiato e delle scorie radioattive.
<P>
Tali conclusioni ribadiscono l’impegno assunto dalla Comunità e dagli Stati membri di mantenere un livello elevato di sicurezza nucleare.
Allo stesso tempo, si tratta– e cito tali conclusioni – di agevolare la scelta di uno o più strumenti, nel quadro del Trattato EURATOM, che possano contribuire più efficacemente al raggiungimento della sicurezza nucleare e della gestione sicura del combustibile irradiato e delle scorie radioattive, senza escludere nessuno strumento e in linea con i principi di miglioramento della legislazione.
<P>
In conformità di tali conclusioni, nella seconda metà del 2004 è stato messo a punto un piano d’azione che si basa su tre aree: la sicurezza degli impianti nucleari; la sicurezza della gestione del combustibile irradiato e delle scorie radioattive; il finanziamento dello smantellamento degli impianti nucleari e della gestione sicura del combustibile irradiato e delle scorie radioattive.
<P>
In questo contesto, la Presidenza lussemburghese ha elaborato un programma di lavoro che definisce i compiti da portare a termine, e ha nominato tre gruppi di esperti responsabili delle diverse aree del piano d’azione.
Sulla base di questo programma e considerato il calendario delle varie autorità internazionali la cui attività attiene ai compiti da realizzare, è in programma una relazione complessiva per la fine del 2006.
<P>
Vi posso assicurare che la Presidenza lussemburghese attribuisce un’importanza cruciale a tale questione.
Va tuttavia precisato che vi sono minoranze che fanno ostruzionismo impedendoci di avanzare più rapidamente lungo questa strada.
<SPEAKER ID="161" LANGUAGE="SV" NAME="Jonas Sjöstedt (GUE/NGL )," AFFILIATION="in sostituzione dell’autore.">
<P>
   – Signor Presidente, vorrei ringraziare il Consiglio per la risposta alla domanda dell’onorevole Seppänen.
Ho due domande complementari.
Come prima domanda vorrei chiedere se il Consiglio ritiene che lo stoccaggio definitivo delle scorie radioattive sia una questione di interesse comune, visto che spetterebbe all’UE tentare di ottenere soluzioni comuni per Stati membri diversi per quanto riguarda, ad esempio, il modo e il luogo in cui deve avvenire lo stoccaggio definitivo delle loro scorie.
La mia seconda domanda riguarda il Trattato EURATOM.
Uno dei punti di discussione correlato ai negoziati concernenti la nuova Costituzione si riferiva ovviamente all’opportunità di mantenere in vigore il Trattato EURATOM, come sancito dalla nuova Costituzione.
Il Consiglio ritiene che sarebbe stato più difficile attuare una politica sovranazionale in quest’area se non fosse esistita la base giuridica del Trattato EURATOM?
<SPEAKER ID="162" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – Iniziamo dal Trattato EURATOM.
A margine della Convenzione ci sono state iniziative che auspicavano per l’appunto una riforma del Trattato EURATOM.
Di fatto, reputo che sarebbe ora di attuare una riforma radicale di questo Trattato.
Sappiamo tuttavia che tale riforma rappresenta una sfida molto impegnativa, poiché non tutti gli Stati membri condividono il medesimo approccio riguardo allo sviluppo del settore nucleare.
Alcuni di essi ritengono poi che il settore nucleare non andrebbe sviluppato .
E’ in parte per questa ragione che siamo in una situazione di stallo.
<P>
Sulla questione dello stoccaggio, vi ho già ricordato che sono in corso consultazioni tra gli esperti per individuare metodi migliori per la sicurezza dello stoccaggio delle scorie nucleari.
Vi posso assicurare che, nel contesto del lavoro attualmente in corso, la Presidenza farà il possibile per far progredire questa questione, tenendo debito conto della sicurezza e della massima protezione dell’ambiente, nonché dei cittadini.
<SPEAKER ID="163" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="164" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – Il codice penale è uno dei sei testi legislativi specifici indicati dalla Commissione nella sua raccomandazione dell’ottobre 2004, che, secondo le conclusioni del Consiglio europeo del 16 e 17 dicembre 2004, devono entrare in vigore prima dell’avvio dei negoziati di adesione.
<P>
L’Unione è informata della decisione adottata dal governo turco di prorogare la data di entrata in vigore del codice.
Le autorità turche hanno indicato che l’entrata in vigore del nuovo codice penale è ora prevista per il 1° giugno 2005, anziché il 1° aprile 2005.
La Turchia ha annunciato la sua intenzione di cogliere tale occasione per introdurre modifiche nel testo, in particolare al fine di migliorare le disposizioni relative alla libertà di espressione e alla libertà di stampa.
<P>
In occasione della recente riunione del consiglio di associazione con la Turchia, l’Unione europea ha menzionato questo importante tema e ha incoraggiato la Turchia a rivedere le sue disposizioni al fine di rispondere alle preoccupazioni dell’Unione in materia e di conformarsi ai principi e ai criteri di Copenaghen.
<SPEAKER ID="165" LANGUAGE="EL" NAME="Rodi Κratsa-Τsagaropoulou (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, più specificamente, vorrei sapere se state verificando i progressi nella riforma del codice penale, la direzione che sta prendendo e il calendario per l’applicazione.
Quali richieste specifiche avete?
Avete fissato un calendario?
Sarà una questione importante per voi, prima del 3 ottobre, quando esaminerete i criteri e gli obblighi della Turchia?
<SPEAKER ID="166" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – Sono sinceramente convinto che la Commissione e il Consiglio seguano con grande attenzione gli sviluppi di questa questione di cruciale importanza.
In questa fase, non ho motivo di dubitare della ferma intenzione delle autorità turche di adottare ed attuare un codice penale giustamente rivisto per le ragioni che ho indicato.
Ritengo quindi che non vi sia motivo di dubitare delle decisioni adottate dal Consiglio europeo.
<SPEAKER ID="167" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="168" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – La posizione favorevole all’abolizione della pena di morte dell’Unione europea è ben nota ed è difesa attivamente dall’Unione nelle sue relazioni con i paesi terzi e a livello multilaterale, conformemente alla posizione dell’Unione europea sulla pena capitale.
<P>
Nel luglio 2004 il Consiglio ha reagito alla reintroduzione della pena di morte in Iraq, sollevando la questione con le autorità irachene in diverse occasioni e continuerà a farlo in futuro.
<SPEAKER ID="169" LANGUAGE="EL" NAME="Adamos Adamou (GUE/NGL )," AFFILIATION="in sostituzione dell’autore">
<P>
   . – La ringrazio, signor Ministro, per la sua risposta all’interrogazione dell’onorevole Papadimoulis.
Non ho osservazioni da fare.
<SPEAKER ID="170" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="171" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio">
<P>
   . – Come la Commissione e il Parlamento, durante l’intero processo di allargamento il Consiglio ha sottolineato la particolare importanza della tutela delle minoranze, nonché delle pari opportunità di rappresentanza politica di tali minoranze.
<P>
Più specificamente, all’ultima riunione del consiglio di associazione UE-Romania, quindi prima della firma del trattato di adesione, l’Unione ha rilevato che il pluralismo politico è un principio essenziale di ogni democrazia ed è legato in modo fondamentale al rispetto dei criteri politici di Copenaghen.
L’Unione ha esortato la Romania a modificare tutte le sue disposizioni legislative restrittive riguardanti i partiti politici e l’organizzazione delle elezioni amministrative che, in passato, hanno impedito ad alcuni partiti di partecipare alle elezioni.
<P>
Il Consiglio è consapevole dei problemi incontrati da alcuni nuovi partiti politici, che rappresentano le minoranze etniche in Romania, per registrarsi e presentarsi alle elezioni.
Gli sviluppi in materia continueranno ad essere seguiti alla luce dei criteri politici di Copenaghen, nel monitoraggio rafforzato dei preparativi della Romania in vista dell’adesione.
<SPEAKER ID="172" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="173" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   – Il Consiglio desidera ricordare all’onorevole deputato che ritiene che la Convenzione sulla giurisdizione, il diritto applicabile, il riconoscimento, l’applicazione e la cooperazione relativamente alle responsabilità dei genitori e alle misure di protezione dell’infanzia conclusa all’Aia il 19 ottobre 1996 apporti un prezioso contributo alla tutela dei minori a livello internazionale e che sia pertanto auspicabile che tali disposizioni vengano applicate senza indugi.
Questo è il motivo per cui il 19 dicembre 2002 il Consiglio ha deciso di invitare gli Stati membri a firmare tale Convenzione nell’interesse della Comunità.
<P>
Per quanto attiene alla ratifica del documento, il Consiglio desidera informare l’onorevole deputato che è opinione diffusa e concorde che sia opportuno ratificare la Convenzione e che sussiste un ultimo problema che riguarda Gibilterra.
Il Consiglio auspica che i due Stati membri interessati compiano tutti i passi necessari onde pervenire a una soluzione in merito a tale punto, affinché gli Stati membri possano ratificare la Convenzione nell’interesse della Comunità, se possibile entro la fine del 2005.
<SPEAKER ID="174" LANGUAGE="EN" NAME="Diana Wallis (ALDE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Ringrazio il Presidente in carica del Consiglio per le sue affermazioni, tuttavia pensavo che la ratifica dovesse avvenire nel mese di marzo.
Lettere della Conferenza dell’Aia sono rimaste senza risposta, e tale comportamento lancia un segnale tutt’altro che rassicurante ai genitori e a tutti coloro che vorrebbero beneficiare di questa Convenzione, sia nell’ambito della Comunità che nei paesi terzi.
Invia inoltre al mondo un messaggio intriso di meschinità.
Mi auguro che quanto da lei dichiarato, ossia che il documento entrerà in vigore entro la fine dell’anno, si riveli una previsione corretta.
<SPEAKER ID="175" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="176" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   – Per rispondere a questa domanda e agli interrogativi che pone, non posso che ribadire che la Presidenza lussemburghese resta fermamente determinata a concludere un accordo politico sulle prospettive finanziarie nel mese di giugno dell’anno in corso.
Si tratta, peraltro, di una posizione in linea con quella assunta dalla grande maggioranza dei deputati di quest’Assemblea.
Non si deve delineare pertanto alcuno scenario diverso e l’attuale Presidenza non nutre il benché minimo dubbio sul fatto che, a prescindere dal risultato raggiunto, le prossime Presidenze si assumeranno con estrema serietà le responsabilità che incombono loro.
<SPEAKER ID="177" LANGUAGE="PL" NAME="Ryszard Czarnecki (NI )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, desidero ringraziare il rappresentante del Consiglio per averci comunicato che è ferma intenzione della Presidenza raggiungere un accordo.
Mi sembra un segno molto incoraggiante.
Tuttavia, mi turbano in qualche modo le recenti relazioni presentateci riguardo a questo compromesso, dal momento che le condizioni illustrate sarebbero estremamente svantaggiose per i nuovi Stati membri, come la Polonia, e forse in particolare per la Repubblica ceca e l’Ungheria.
Ritengo che sia assolutamente necessario pervenire a un compromesso durante la Presidenza lussemburghese, o, per dirla in altri termini, nel corso del primo semestre di quest’anno.
Mi auguro, nell’interesse della Presidenza, e in realtà nell’interesse di tutti noi, che si raggiunga tale compromesso, ma a mio avviso è fondamentale che esso goda del favore dei cittadini dei nostri paesi.
<SPEAKER ID="178" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   – La Presidenza lussemburghese conta sul fermo e risoluto sostegno da parte del Parlamento per riuscire a pervenire a un accordo.
Un traguardo che, peraltro, mi auguro si possa raggiungere grazie alla buona volontà di tutti i governi.
<SPEAKER ID="179" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="180" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   – Il Gruppo europeo di cooperazione transfrontaliera è oggetto di una proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio presentata dalla Commissione il 14 luglio 2004.
La proposta di regolamento in questione è al momento all’esame di uno dei gruppi di lavoro del Consiglio che si occupa in particolare di azioni strutturali.
A seguito delle discussioni svoltesi in seno al gruppo a partire dall’estate scorsa, il 19 aprile la Presidenza ha presentato un testo di compromesso, accessibile al pubblico, di cui il gruppo incaricato delle azioni strutturali può avvalersi quale base per la propria attività.
In questa fase è pertanto impossibile dire quale sarà la posizione del Consiglio nel momento in cui la discussione sarà giunta al termine.
Dal momento che si tratta di un regolamento la cui adozione è oggetto della procedura di codecisione, è sottinteso che il Parlamento è parte essenziale di tale .
<SPEAKER ID="181" LANGUAGE="PL" NAME="Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (PSE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Vi ringrazio, signor Presidente, Presidente in carica del Consiglio.
Ovviamente conosco la proposta di regolamento cui si fa riferimento, ma vi sono alcune questioni che vorrei portare all’attenzione del Consiglio onde conoscerne l’opinione al riguardo.
L’articolo 159, terzo comma, del Trattato che istituisce la Comunità europea dispone l’adozione di azioni specifiche al di fuori dei Fondi al fine del conseguimento degli obiettivi di coesione economica e sociale stabiliti nel Trattato.
Desidero pertanto sapere di quale genere di azioni si tratta, al di fuori di quali fondi vengono adottate e se sono eventualmente previsti piani intesi all’introduzione di nuovi strumenti finanziari al riguardo.
Inoltre, i riferimenti alla cooperazione transnazionale, interregionale e transfrontaliera sono innanzi tutto presenti nella motivazione della proposta di regolamento.
Negli articoli successivi si pone in rilievo solo la cooperazione transfrontaliera.
Vorrei sapere se questo implica una restrizione di quest’ultima oppure se continueremo a disporre delle opportunità di cooperazione di cui abbiamo goduto finora a titolo di INTERREG IIIA.
<SPEAKER ID="182" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   – Onorevole deputato, lei ha in effetti citato l’articolo 159, terzo comma, del Trattato, secondo cui le azioni specifiche che si rivelassero necessarie per conseguire l’obiettivo della coesione sociale ed economica prevista dal Trattato stesso possono essere adottate al di fuori dei Fondi di cui al primo comma.
Possono essere misure di cooperazione transfrontaliera o altre azioni strutturali.
<P>
Non sono in grado di fornire ulteriori informazioni, in quanto la missione del gruppo di lavoro consiste proprio nel definire le altre azioni strutturali che possono essere oggetto delle misure menzionate all’articolo 159, terzo comma.
<SPEAKER ID="183" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – Poiché l’autore non è presente, l’interrogazione n. 17 decade.
<P>
In una dichiarazione l’Unione europea ha espresso il suo compiacimento per il corretto svolgimento del referendum su una nuova costituzione in Burundi spronando, nel contempo, il governo di tale paese a compiere i restanti passi concordati negli accordi di pace per porre in atto quanto prima possibile il processo elettorale.
<P>
Quali iniziative concrete hanno promosso il Consiglio e gli Stati membri per appoggiare il processo elettorale nel Burundi ma anche per contribuire a garantire una duratura stabilità nel paese dopo le elezioni?
<SPEAKER ID="184" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   – L’Unione europea segue da vicino e appoggia il processo di pace in Burundi.
In questo contesto, essa esprime la propria soddisfazione per il corretto svolgimento del relativo all’adozione di una nuova costituzione organizzato in Burundi il 28 febbraio di quest’anno.
L’adozione della costituzione ha rappresentato una tappa fondamentale del processo volto a ripristinare la pace e la stabilità nel paese e nelle regioni dei Grandi Laghi nel complesso.
<P>
Nel corso di tutti i negoziati intesi a concordare un cessate il fuoco e durante il periodo di transizione di tre anni, l’Unione si è tenuta in stretto contatto con le parti , grazie sia all’operato di Aldo Ajello, rappresentante speciale dell’Unione europea, sia ad alcune visite da parte dei vari Presidenti che si sono succeduti alla guida dell’Unione europea.
Abbiamo dimostrato il nostro sostegno attraverso numerose dichiarazioni e azioni intraprese non solo nello stesso Burundi, ma anche nei paesi limitrofi e in Sudafrica.
Proprio il Sudafrica si è fatto promotore del ciclo di negoziati volti a pervenire a un cessate il fuoco, inizialmente sotto l’egida del Presidente Mandela e successivamente del vicepresidente Jacob Zuma.
<P>
L’Unione europea ha contribuito a finanziare il dispiegamento di truppe africane in Burundi fino a quando è stata successivamente sostituita dall’Unione africana, ed è disposta a partecipare all’attuale missione delle Nazioni Unite nel paese.
L’Unione europea ha promesso 4,4 milioni di euro per l’organizzazione delle elezioni e, in cooperazione con l’iniziativa regionale, insiste affinché si definisca un calendario elettorale prima della scadenza del periodo di transizione prorogato di recente fino al 26 agosto.
<P>
Il contributo finanziario dell’Unione europea copre un terzo del bilancio globale previsto per il confronto elettorale e stiamo anche preparando una missione di osservatori che sarà presente in Burundi per le elezioni politiche che si terranno il 4 luglio.
Il programma indicativo nazionale sottoscritto nell’agosto 2003 a titolo del 9° FES stanzia 172 milioni di euro a favore del Burundi, destinati in particolare ai settori dello sviluppo rurale, all’assistenza in materia di bilancio e della sana gestione degli affari pubblici.
Tali settori, se beneficiano si un sostegno, dovrebbero contribuire a mantenere una stabilità duratura nel paese dopo lo svolgimento delle elezioni.
<SPEAKER ID="185" LANGUAGE="FR" NAME="Johan Van Hecke (ALDE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, desidero semplicemente ringraziare il Ministro Schmit per la risposta di estrema chiarezza fornitaci.
<SPEAKER ID="186" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="187" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   – La questione dello statuto dei deputati sollevata nell’interrogazione posta dall’onorevole deputato e, in particolare, i principi da applicare per il rimborso delle spese sostenute dai membri del Parlamento europeo sono attualmente oggetto di consultazioni e di dibattiti tra quest’Assemblea e il Consiglio.
Al momento non posso anticipare alcunché al riguardo, in quanto le discussioni non sono ancora concluse, e pertanto oggi sarebbe prematuro formulare commenti più approfonditi in merito.
<SPEAKER ID="188" LANGUAGE="DE" NAME="Hans-Peter Martin (NI )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, le interrogazioni che pongo sono molto concrete e quindi gradirei che mi venisse data una risposta al riguardo.
<P>
Che cosa impedisce di rendere pubblico il testo della posizione?
Questa è la posizione su cui verte la mia domanda, e lei fa riferimento alla parte introduttiva dell’interrogazione.
Se si procede in questo modo, devo dire al Consiglio che il Tempo delle interrogazioni non ha il benché minimo senso.
Pertanto, cosa ne è stato del documento di posizione del 26 aprile 2005?
Perché non possiamo esaminarlo?
Per noi si tratta di una questione di estrema importanza.
Le leggerei le interrogazioni, ma i 30 secondi a mia disposizione sono trascorsi.
La invito quindi a rispondere!
<SPEAKER ID="189" LANGUAGE="EN" NAME="Piia-Noora Kauppi (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Ci è stato comunicato che il Coreper ha dibattuto oggi in merito a questo tema, che se ne occuperanno i servizi giuridici del Consiglio e del Parlamento e che la relativa adozione è fissata per il 23 maggio in sede di riunione del Consiglio.
E’ in grado di garantirci che dopo la decisione finale del Consiglio potremo accedere alla documentazione completa prima che il Parlamento debba adottare la propria decisione finale?
Può prometterci che riceveremo tutte le informazioni in materia, nonché confermarci questo calendario di scadenze?
<SPEAKER ID="190" LANGUAGE="SV" NAME="Anna Hedh (PSE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, desidero associarmi a quanto dichiarato dall’onorevole Martin, ossia che vi sono numerosi privilegi cui noi europarlamentari possiamo rinunciare.
Per quanto riguarda le indennità di viaggio, gradirei sentire in ogni caso il parere del Consiglio.
Posso affermare che noi socialdemocratici rimborsiamo tutte i costi sostenuti oltre alle spese di viaggio effettive.
Nel mio caso, l’importo era pari a 6 300 euro distribuiti su un arco di soli sei mesi.
Potremmo impiegare questo denaro per fare molto di più per l’Unione europea.
<SPEAKER ID="191" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   – Innanzi tutto devo correggere l’affermazione dell’onorevole Kauppi, in quanto oggi il Coreper non si è riunito, e pertanto non ha avuto la benché minima possibilità di discutere alcuna proposta in merito allo statuto.
<P>
Posso solo confermare che è in corso un dibattito su alcuni aspetti dello statuto, che per di più riguardano principalmente i fondamenti delle proposte che il Parlamento ha presentato al Consiglio quasi due anni fa.
Vorrei sottolineare, per inciso, che è responsabilità del Parlamento europeo elaborare lo statuto solo previa approvazione da parte del Consiglio.
Desidero aggiungere che il Consiglio ha un particolare interesse a che si adotti tale statuto, che riveste un’importanza pari almeno a quella dello statuto di questa Istituzione.
Ritengo che non appena si perverrà a un accordo lo statuto potrà entrare in vigore, se quest’Assemblea lo desidera.
<P>
Tutti questi aspetti riguardano decisioni che deve adottare il Parlamento stesso, secondo quanto previsto dal regolamento.
Posso altresì assicurarle, onorevole Martin, che il Consiglio attribuisce molta importanza alla trasparenza delle spese.
Non è da solo nella sua battaglia, perché il Consiglio insiste su questo punto esattamente come lei.
<SPEAKER ID="192" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="193" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   – La questione sollevata nell’interrogazione in parola è oggetto di una proposta di regolamento presentata dalla Commissione il 24 ottobre 2004 e che prevede misure specifiche nel settore agricolo a favore delle regioni ultraperiferiche dell’Unione europea.
Uno dei gruppi di lavoro del Consiglio ha sviluppato un dibattito in termini generali al riguardo.
La Presidenza lussemburghese convocherà a breve una nuova riunione del gruppo al fine di accelerare i lavori – nella prospettiva di pervenire a un accordo a livello di Consiglio – non appena al Consiglio verrà comunicato il parere del Parlamento europeo in merito alla proposta di regolamento in questione.
Per quanto attiene al modo in cui la Commissione europea esercita il diritto d’iniziativa conferitole dai Trattati, non spetta al Consiglio esprimere alcuna opinione.
<SPEAKER ID="194" LANGUAGE="PT" NAME="Paulo Casaca (PSE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, mi permetta innanzi tutto, dal momento che è la prima volta che intervengo da quando lei ha assunto l’incarico, di esprimerle le mie congratulazioni e i miei migliori auguri.
<P>
Desidero altresì ringraziare, se mi è concesso, la Presidenza del Consiglio per l’attenzione con cui ha affrontato un argomento che non è da considerare meno importante solo perché riguarda una parte minoritaria e periferica dell’Unione europea.
Vorrei sapere, signor Presidente, se è intenzione della Presidenza lussemburghese continuare, da oggi fino alla decisione finale, a riservare lo stesso interesse e a dedicarsi con la stessa cura finora dimostrati nei confronti di questa problematica e se pertanto non diminuirà l’impegno finora profugo.
<SPEAKER ID="195" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   – La ringrazio per gli auguri di buon lavoro.
<P>
Posso garantirle che la Presidenza lussemburghese attribuisce particolare importanza ai problemi che affliggono le regioni ultraperiferiche delle regioni remote e, se necessario, agli aspetti dell’agricoltura in tali regioni ultraperiferiche.
Speriamo di pervenire a una conclusione positiva in materia, in linea con quanto da lei auspicato.
<SPEAKER ID="196" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – L’interrogazione n. 21 è stata ritirata.
Poiché gli autori non sono presenti, le interrogazioni nn. 22 e 23 decadono.
<P>
Secondo il Consiglio, assistere l’autorità palestinese nel compito cruciale di assumere la responsabilità dell’ordine pubblico e di migliorare la sua polizia civile e la capacità di applicazione della legge è e continuerà ad essere una priorità dell’UE.
<P>
In questo contesto l’UE ha di recente istituito l’Ufficio di coordinamento dell’UE per il sostegno alla polizia palestinese, con sede a Ramallah.
<P>
Intende il Presidente in carica indicare quale sarà l’esatto mandato di tale "Ufficio" e segnalare quali strumenti finanziari saranno messi a sua disposizione per consentirgli di svolgere efficacemente le sue funzioni?
<SPEAKER ID="197" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   – L’Ufficio di coordinamento dell’Unione europea per il sostegno alla polizia palestinese coadiuva il rappresentante speciale dell’Unione europea per il processo di pace in Medio Oriente.
Il suo mandato consiste nel coordinare l’assistenza fornita dagli Stati membri dell’Unione europea e, se necessario, quella prestata da donatori internazionali alla polizia civile palestinese.
Il rappresentante speciale opera in collaborazione con l’Autorità palestinese.
Un’attività strutturata in questi termini gli consente di dare consigli pratici sia alla polizia civile palestinese che a quanti sono incaricati di occuparsi di questioni di polizia in seno all’Autorità palestinese.
Sotto il profilo strategico, il rappresentante speciale ha la responsabilità di mantenere i legami con altri soggetti interessati e controlla il processo di riforma della polizia.
L’unità è composta da quattro consulenti principali dell’Unione in materia di polizia e un capo dell’Ufficio locale ed è in corso l’assunzione di due consulenti aggiuntivi.
<P>
In conformità di un d’intesa concluso tra il rappresentante speciale dell’Unione europea, Marc Otte, e il dipartimento di sviluppo internazionale del governo britannico, il Regno Unito ha coperto i costi di avviamento e di funzionamento del primo anno di attività con un finanziamento di 390 000 euro.
Il Regno Unito ha inoltre concesso un importo addizionale di 220 000 euro a titolo di un regime di aiuti a sostegno di piccoli investimenti della cui gestione è responsabile l’Ufficio di coordinamento dell’Unione europea.
<P>
La funzione dell’Ufficio di coordinamento dell’Unione europea consiste nell’individuare, proporre e coadiuvare la gestione di una serie di progetti di assistenza bilaterale specifica, alcuni dei quali sono già stati avviati.
Tali progetti si propongono in particolare di rinnovare il centro di formazione della polizia di Gerico, garantire la formazione e fornire gli strumenti atti a mantenere l’ordine pubblico, nonché effettuare un esame delle infrastrutture e delle dotazioni del settore delle comunicazioni.
<P>
Questi progetti, finanziati e realizzati dagli Stati membri dell’Unione europea e da altri donatori, rappresentano la parte essenziale del rilevante importo di aiuti finanziari, materiali e tecnici concessi alla polizia civile palestinese.
E’ l’Ufficio di coordinamento dell’Unione europea a fornire il meccanismo adeguato e indispensabile all’attuazione, nonché il relativo quadro strategico.
<P>
Le retribuzioni e le spese di alloggiamento dei consulenti principali in materia di polizia sono sostenute degli Stati membri, che si fanno pertanto carico della relativa erogazione, e sono da considerare quali contributi aggiuntivi.
Anche l’unità di polizia situata a Bruxelles presta un sostegno amministrativo.
<P>
La struttura inizialmente adottata per l’istituzione dell’Ufficio di coordinamento dell’Unione europea offre il vantaggio di essere snella e flessibile da un punto di vista amministrativo, il che consente all’Unione europea di rispondere con rapidità ed efficacia, in un contesto adeguato, alle esigenze della polizia civile palestinese, individuate in conformità degli orientamenti politici indicati dal Consiglio e menzionati nell’interrogazione in questione.
<SPEAKER ID="198" LANGUAGE="EN" NAME="Seán Ó Neachtain (UEN )." AFFILIATION="">
<P>
   – Ringrazio il Presidente in carica del Consiglio per la risposta estremamente esaustiva.
Una collaborazione di tale natura è molto incoraggiante.
Potrebbe indicare se proseguirà, con ulteriore responsabilità collettiva, in futuro?
Al momento questo genere di cooperazione è di vitale importanza.
<SPEAKER ID="199" LANGUAGE="DE" NAME="Paul Rübig (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, l’interrogazione da me presentata riguarda l’Ufficio di coordinamento di Ramallah, area in cui uno dei problemi più gravi è la disoccupazione.
Ritiene possibile che questo Ufficio di coordinamento si occupi anche di attività economiche che coinvolgano l’Europa e lo Stato palestinese?
<SPEAKER ID="200" LANGUAGE="FR" NAME="Nicolas Schmit," AFFILIATION="Presidente in carica del Consiglio.">
<P>
   – Innanzi tutto, per quanto riguarda gli aspetti legati alla sicurezza, posso semplicemente affermare che, tenuto conto dell’evoluzione che sembra al momento delinearsi, nonché delle elezioni svoltesi nei territori palestinesi, l’Unione europea dovrà intensificare non poco il proprio impegno nel prestare aiuto all’attuazione di tutte le disposizioni di sicurezza che consentiranno al processo di pace di non arrestarsi e conseguire quindi l’obiettivo di creare uno Stato palestinese.
<P>
Per la questione della cooperazione economica, occorrerà condurre uno studio per verificare in quale misura l’Unione europea, tramite il cospicuo aiuto finanziario che concede ai territori palestinesi, contribuisce a sostenere l’Ufficio in questione.
<P>
E’ ormai noto che il signor Wolfesohn rappresenterà la Banca mondiale nei territori palestinesi al fine di coordinare le azioni in materia di assistenza economica: abbiamo affrontato l’argomento questa mattina.
Si dovrà lavorare in stretta collaborazione con l’ufficio del signor Wolfesohn e sarà necessario valutare se l’Ufficio europeo offre il quadro adeguato per mettere effettivamente in atto tale cooperazione e realizzarla nel modo più efficace possibile.
<SPEAKER ID="201" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – Essendo scaduto il tempo assegnato alle interrogazioni, le interrogazioni dal n. 25 al n.
28 riceveranno risposta per iscritto(3).
<P>
Con questo si conclude il Tempo delle interrogazioni.
<SPEAKER ID="202" LANGUAGE="EN" NAME="Brian Crowley (UEN )." AFFILIATION="">
<P>
   – Su una mozione di procedura, chiedo scusa al Presidente in carica del Consiglio e a lei, signor Presidente, per non essere stato presente per sottoporre la mia interrogazione.
Ero a un’altra riunione presso l’edificio Winston Churchill e quando sono tornato qui, l’interrogazione era decaduta.
<SPEAKER ID="203" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="(La seduta, sospesa alle 18.20, riprende alla 21.05)">
<P>
   – Ne è stato preso nota, onorevole Crowley.
In ogni caso, ribadisco quanto ho affermato poc’anzi: dichiaro concluso il Tempo delle interrogazioni.
<SPEAKER ID="204" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Vicepresidente">
<SPEAKER ID="205" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="“Tempo delle Interrogazioni”"/>
<SPEAKER ID="206" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="207" LANGUAGE="EN" NAME="Dalia Grybauskaitė," AFFILIATION="Membro della Commissione.">
<SPEAKER ID="208" LANGUAGE="" NAME="Giovanni Pittella (PSE )," AFFILIATION="relatore">
<P>
   . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, il mio auspicio è che il confronto che seguirà alla presentazione di questa sera possa cogliere al fine un risultato favorevole.
Auspico che questo sia un anno positivo, tuttavia, sinceramente, le premesse iniziali sono solo parzialmente incoraggianti.
<P>
Do atto con piacere al Commissario Dalia Grybauskaitė che nel progetto di bilancio vi sono risposte positive ad alcune questioni che stanno a cuore al Parlamento e che figurano nelle sue linee guida.
Mi riferisco alla modulazione delle spese agricole a favore dello sviluppo rurale, all’incremento della rubrica 2 per la politica regionale, alla lievitazione delle spese per i giovani e la cultura e delle spese per le agenzie.
<P>
Non posso dire la stessa cosa per la rubrica 4 per le azioni esterne e per gli interventi destinati alle PMI.
Il Commissario Grybauskaitė ci ha detto che gli interventi diretti alla strategia di Lisbona coprono più di un terzo del progetto di bilancio. Verificheremo voce per voce, ma ad un primo esame a me pare che gli importi siano insufficienti.
Tuttavia, anche se questa valutazione fosse errata, certo è insoddisfacente il richiamo all’accordo sullo sviluppo sostenibile raggiunto in occasione del Consiglio europeo di Göteborg: non esiste crescita competitiva che non sia anche crescita sostenibile.
<P>


Inoltre, appare deludente la proposta sulle azioni esterne.

Sicuramente si tratta di un non nuovo, di una piaga dolorosa che si apre ad ogni procedura di bilancio, ma un approccio più coraggioso avrebbe messo il Consiglio davanti alle sue responsabilità e avrebbe ottenuto il pieno appoggio del Parlamento.

<P>
In generale ci saremmo attesi uno slancio maggiore, ma comunque il nostro atteggiamento sarà costruttivo.
Non vogliamo fare la lista della spesa, vogliamo difendere le prerogative del Parlamento e dell’Unione europea.
<SPEAKER ID="209" LANGUAGE="PL" NAME="Janusz Lewandowski (PPE-DE )," AFFILIATION="presidente della commissione per i bilanci.">
<SPEAKER ID="210" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="211" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="212" LANGUAGE="LV" NAME="Valdis Dombrovskis (PPE-DE )," AFFILIATION="relatore.">
<SPEAKER ID="213" LANGUAGE="DE" NAME="Markus Ferber," AFFILIATION="a nome del gruppo PPE-DE.">
<SPEAKER ID="214" LANGUAGE="EN" NAME="Louis Grech," AFFILIATION="a nome del PSE.">
<SPEAKER ID="215" LANGUAGE="FI" NAME="Kyösti Tapio Virrankoski," AFFILIATION="a nome del gruppo ALDE.">
<SPEAKER ID="216" LANGUAGE="SK" NAME="Sergej Kozlík (NI )." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="217" LANGUAGE="EN" NAME="Laima Liucija Andrikienė (PPE-DE )." AFFILIATION="status">
<SPEAKER ID="218" LANGUAGE="DE" NAME="Hans-Peter Martin (NI )." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="219" LANGUAGE="EN" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – Può cortesemente confermare se ha ricevuto la lettera del Presidente del Parlamento in risposta alle sue lamentele?
In caso contrario le invio un usciere con una copia.
<SPEAKER ID="220" LANGUAGE="DE" NAME="Hans-Peter Martin (NI )." AFFILIATION="fax">
<SPEAKER ID="221" LANGUAGE="CS" NAME="Hynek Fajmon (PPE-DE )." AFFILIATION="status">
<P>
   – Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, il bilancio del Parlamento per il 2006 dovrebbe riflettere alcune delle priorità chiave fissate nella relazione Dombrovskis.
<P>
In qualità di deputato europeo di un nuovo Stato membro, vorrei mettere in guardia l’Aula rispetto a svariati problemi pratici che sono direttamente collegati al fatto che certi aspetti del modo di lavorare del Parlamento non sono cambiati in seguito all’allargamento dell’anno scorso.
La mia principale preoccupazione è che alle lingue ufficiali non è ancora stato accordato uno eguale, anche se è passato un anno dall’allargamento, e in molte riunioni di commissione e delegazione l’interpretazione non è disponibile nelle lingue di tutti i presenti. Si registrano inoltre sensibili ritardi nella distribuzione dei documenti nelle lingue ufficiali dei deputati.
<P>
Tali problemi sono la diretta conseguenza della lentezza delle procedure di assunzione dei funzionari dai nuovi Stati membri nell’amministrazione del Parlamento, e non ne sono colpiti soltanto i servizi di interpretazione e traduzione.
Il numero di persone provenienti dai nuovi Stati membri che lavorano per il Parlamento continua a essere molto basso e siamo ancora molto lontani da occupare tutti i posti per i quali era prevista una copertura nel bilancio.
<P>
Tali ritardi, peraltro assai sensibili, sono assolutamente ingiustificabili.
Secondo la relazione Dombrovskis è probabile che soltanto il 78 per cento dei posti già creati sarà coperto entro la fine dell’anno in corso. Dal mio punto di vista occorre intraprendere passi urgenti per correggere tale stato di cose e garantire che i cittadini dei nuovi Stati membri siano rappresentati equamente nell’amministrazione del Parlamento.
<P>
Reputo altrettanto intollerabile che la segnaletica negli edifici del Parlamento non sia in tutte le lingue dell’UE.

E’ stato il primo gruppo di visitatori dalla Repubblica ceca, nel novembre 2004, ad attirare la mia attenzione su tale fatto e, nonostante i richiami che ho inviato al Questore, non se ne è ancora fatto nulla.
<P>
I servizi offerti ai visitatori del Parlamento, invece, funzionano relativamente bene. Ho già invitato due gruppi di cittadini a Strasburgo e le loro reazioni mi inducono a ritenere che tali visite siano estremamente importanti.
Tuttavia, esiste un margine di miglioramento per la nostra strategia di comunicazione con il pubblico. Mi dispiace affermare che non esiste materiale in ceco né in alcuna altra lingua dei nuovi Stati membri, e non sono disponibili copie della Costituzione per i visitatori dei nuovi Stati membri.
Credo che si debba intervenire al riguardo prossimamente.
<SPEAKER ID="222" LANGUAGE="PL" NAME="Zbigniew Krzysztof Kuźmiuk (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="223" LANGUAGE="DE" NAME="Paul Rübig (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, desidero ringraziare in particolare il collega Dombrovskis e gli altri che hanno partecipato alla stesura della relazione. Non credo esista al mondo un altro Parlamento in cui per il bene del contribuente si risparmi nel corso di un esercizio un importo milionario a due cifre.
Questa parsimonia è davvero lodevole.
Come sappiamo, stiamo insistendo sull’adozione dello statuto che, sgravando massicciamente i bilanci nazionali, comporterà una spesa aggiuntiva a carico del Parlamento europeo. Se sommiamo il costo medio di un funzionario, oltre a quanto il nuovo statuto ci garantirà, questa misura preventiva è particolarmente degna di nota e di merito.
<P>
Sarà nostro compito, in futuro, spiegare questa nostra Europa ancora meglio di quanto sia stato mai fatto. Dobbiamo sensibilizzare la popolazione alle attività del Parlamento europeo.
Una delle principali critiche espresse durante la campagna elettorale è stata che la gente sente parlare troppo poco del lavoro politico del Parlamento europeo.
Desidero invitare i nostri responsabili a adoperarsi a favore della politica d’informazione in modo più impegnato di quanto non sia accaduto fino ad oggi.
<SPEAKER ID="224" LANGUAGE="EN" NAME="Janusz Lewandowski (PPE-DE )," AFFILIATION="presidente della commissione per i bilanci.">
<SPEAKER ID="225" LANGUAGE="DE" NAME="Hans-Peter Martin (NI )." AFFILIATION="quorum">
<SPEAKER ID="226" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="227" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="228" LANGUAGE="NL" NAME="Bastiaan Belder," AFFILIATION="a nome del gruppo IND/DEM">
<SPEAKER ID="229" LANGUAGE="DE" NAME="Jo Leinen (PSE )," AFFILIATION="relatore">
<SPEAKER ID="230" LANGUAGE="EN" NAME="Margot Wallström," AFFILIATION="Vicepresidente della Commissione">
<SPEAKER ID="231" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="232" LANGUAGE="ES" NAME="Íñigo Méndez de Vigo," AFFILIATION="a nome del gruppo PPE-DE">
<SPEAKER ID="233" LANGUAGE="NL" NAME="Margrietus van den Berg," AFFILIATION="a nome del gruppo PSE">
<SPEAKER ID="234" LANGUAGE="EN" NAME="Andrew Duff," AFFILIATION="a nome del gruppo ALDE">
<SPEAKER ID="235" LANGUAGE="SK" NAME="Irena Belohorská (NI )." AFFILIATION="deficit">
<SPEAKER ID="236" LANGUAGE="DE" NAME="Elmar Brok (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="237" LANGUAGE="EL" NAME="Panagiotis Beglitis (PSE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, conveniamo tutti sul fatto che il Trattato costituzionale introduce importanti innovazioni istituzionali nel contesto delle relazioni esterne.
Abbiamo parlato dell’istituzione della figura del ministro degli Esteri e della creazione del Servizio europeo di azione esterna. Non sarebbe esagerato affermare che, con queste nuove Istituzioni, si darebbe vita all’embrione istituzionale del futuro ministero degli Esteri comune dell’Unione europea.
<P>

Sono tra coloro che credono che il Trattato costituzionale potrebbe compiere passi più incisivi verso l’approfondimento di queste politiche, tramite l’estensione della votazione a maggioranza qualificata e l’ulteriore rafforzamento della giurisdizione del Parlamento europeo nel campo della politica estera comune.
Tuttavia, nelle attuali circostanze e alla luce delle correlazioni, abbiamo un compromesso positivo e convincente.
Per questo motivo sostengo il “sì” alla Costituzione.
<P>
Per quanto riguarda la creazione del nuovo Servizio europeo di azione esterna, dobbiamo iniziare a prepararci al suo funzionamento sin d’ora, in modo da essere pronti quando – come spero – il Trattato costituzionale entrerà in vigore a novembre.
Il tempo è molto limitato, tenuto conto delle importanti questioni istituzionali e amministrative che devono ancora essere risolte.
Per queste ragioni, l’iniziativa dell’onorevole Leinen è pertinente e tempestiva.
<P>
Devo tuttavia rilevare che occorre trovare le soluzioni migliori per rafforzare l’efficacia, la coerenza, la coesione e la visibilità dell’azione esterna.

<P>
Una delle questioni fondamentali è il rafforzamento del ruolo consultivo e di controllo, nonché un maggiore coinvolgimento del Parlamento europeo, sia adesso, nella fase preparatoria, che quando il Servizio europeo sarà operativo.
E’ per questo che propongo di chiedere al Presidente della Commissione e all’Alto rappresentante Solana di presentare una relazione intermedia congiunta al Parlamento prima di sottoporla al Consiglio europeo di giugno, nonché di impegnarsi a consultare il Parlamento in tutte le fasi successive.
<SPEAKER ID="238" LANGUAGE="PL" NAME="Mirosław Mariusz Piotrowski (IND/DEM )." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="239" LANGUAGE="EN" NAME="James Hugh Allister (NI )." AFFILIATION="status">
<SPEAKER ID="240" LANGUAGE="EN" NAME="Alexander Stubb (PPE-DE )." AFFILIATION="fiche">
<SPEAKER ID="241" LANGUAGE="NL" NAME="Jean-Luc Dehaene (PPE-DE )." AFFILIATION="status quo">
<SPEAKER ID="242" LANGUAGE="EN" NAME="Charles Tannock (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, sulla questione della diplomazia comunitaria comune io e il mio partito nazionale nutriamo forti perplessità. Non posso negare che l’enorme influenza esercitata attualmente dalla Commissione tramite le sue attività di aiuto e il monopolio del commercio esterno comporta una dimensione internazionale più vasta anche a livello politico ed economico.
Inoltre, lo sviluppo concomitante della PESC e della PESD, benché chiaramente intergovernative, ha innalzato il profilo internazionale dell’Unione europea come attore nell’arena mondiale.
<P>
Tuttavia, poiché provengo da un paese di grandi dimensioni, il Regno Unito, con una politica estera gloriosa e indipendente, mi oppongo alle proposte del progetto di Costituzione, che prevedono per la prima volta la personalità giuridica dell’Unione europea e istituiscono la carica del ministro degli Esteri, assicurata dal nuovo Presidente del Consiglio con mandato quinquennale. Tutto ciò è volto a creare una politica estera e di sicurezza comune più coercitiva e vincolante, che minaccerebbe la piena indipendenza della politica del Regno Unito nel settore delle relazioni internazionali.
Ovviamente, nell’attuale Unione europea a Venticinque c’è un numero maggiore di piccoli paesi come la Finlandia, la nazione dell’onorevole Stubb, che dovrebbero assumersi la Presidenza semestrale dell’Unione, se la Costituzione non fosse approvata. Per questi paesi un servizio diplomatico dell’Unione comporterebbe economie di scala interessanti, anche a livello di personale nazionale distaccato presso le delegazioni comunitarie.
Si genererebbero risparmi in termini finanziari anche grazie all’apertura di vere e proprie ambasciate UE che, se necessario, sostituirebbero parzialmente le missioni bilaterali dei piccoli paesi, nell’ipotesi poco probabile che la Costituzione dovesse essere approvata.
<P>
Ciononostante, sono a favore del miglioramento della formazione diplomatica del personale Relex distaccato nelle delegazioni della Commissione all’estero e di un controllo più formale da parte del Parlamento europeo sotto forma di audizioni dei capi delegazione in seno alla commissione per gli affari esteri, su incarico del Parlamento.
Inoltre, gli eurodeputati dovrebbero godere di un’assistenza più formalizzata quando si recano in missione, cosa che – va detto – facciamo regolarmente.
<P>
Nutro, tuttavia, forti preoccupazioni di fronte alla prospettiva di offrire all’Unione europea ulteriori occasioni di limitare gli Stati, come avverrebbe con l’istituzione del Servizio di azione esterna, poiché ciò ridurrebbe ancor più le possibilità, per il mio paese, di condurre una sua politica estera e di sicurezza indipendente quando gli interessi nazionali lo richiedano.





<SPEAKER ID="243" LANGUAGE="PT" NAME="Maria da Assunção Esteves (PPE-DE )." AFFILIATION="governance">
<SPEAKER ID="244" LANGUAGE="EN" NAME="Margot Wallström," AFFILIATION="Vicepresidente della Commissione">
<SPEAKER ID="245" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="246" LANGUAGE="DE" NAME="Elmar Brok (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="247" LANGUAGE="EN" NAME="Margot Wallström," AFFILIATION="Vicepresidente della Commissione">
<SPEAKER ID="248" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="249" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="250" LANGUAGE="ES" NAME="Javier Moreno Sánchez (PSE )," AFFILIATION="relatore">
<SPEAKER ID="251" LANGUAGE="EN" NAME="Peter Mandelson," AFFILIATION="Membro della Commissione">
<SPEAKER ID="252" LANGUAGE="NL" NAME="Maria Martens (PPE-DE )," AFFILIATION="relatore per parere della commissione per lo sviluppo">
<SPEAKER ID="253" LANGUAGE="FR" NAME="Joseph Daul (PPE-DE )," AFFILIATION="relatore per parere della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale">
<SPEAKER ID="254" LANGUAGE="EL" NAME="Georgios Papastamkos," AFFILIATION="a nome del gruppo PPE-DE">
<SPEAKER ID="255" LANGUAGE="DE" NAME="Erika Mann," AFFILIATION="a nome del gruppo PSE">
<SPEAKER ID="256" LANGUAGE="NL" NAME="Johan Van Hecke," AFFILIATION="a nome del gruppo ALDE">
<SPEAKER ID="257" LANGUAGE="EN" NAME="Caroline Lucas," AFFILIATION="a nome del gruppo Verts/ALE.">
<SPEAKER ID="258" LANGUAGE="" NAME="Vittorio Emanuele Agnoletto," AFFILIATION="a nome del gruppo GUE/NGL">
<SPEAKER ID="259" LANGUAGE="EN" NAME="Seán Ó Neachtain," AFFILIATION="a nome del gruppo UEN">
<SPEAKER ID="260" LANGUAGE="DE" NAME="Daniel Caspary (PPE-DE )." AFFILIATION="media">
<SPEAKER ID="261" LANGUAGE="FR" NAME="Kader Arif (PSE )." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="262" LANGUAGE="DE" NAME="Friedrich-Wilhelm Graefe zu Baringdorf (Verts/ALE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, stasera abbiamo già sentito molte parole sul commercio equo e solidale.
Il relatore vuole che sia a vantaggio di tutti e l’onorevole Caspary ha calcolato a nostro beneficio che 500 miliardi di euro renderanno tutti ricchi e felici. Persino il Commissario Mandelson mi dà l’impressione di credere che l’abbandono della produzione agricola nei nostri paesi determinerebbe un’esplosione di prosperità nei paesi del mondo in via di sviluppo.
<P>
Non condivido il loro idealismo.
Il commercio non nutre gli affamati, né rende ricchi i poveri, e ad arricchirsi sono principalmente i gruppi d’interesse che chiedono il libero scambio nel desiderio di trarne profitto ad esclusione di altri.
All’onorevole Caspary, che parla con tanta leggerezza di “commercio libero ed equo”, dico che il commercio libero e il commercio equo possono benissimo essere in contrasto ed escludersi a vicenda.
Dobbiamo esaminare meglio se sia così, ed è ciò che vorrei fare.
<P>
Il Commissario Mandelson ha parlato della necessità di porre fine all’accesso ristretto al mercato, in particolare per i prodotti alimentari. Vorrei fargli notare che l’Unione europea è il maggiore importatore mondiale di prodotti alimentari, per cui qui non si tratta di accesso al mercato, ma di condizioni alle quali i prodotti arrivano sui nostri mercati.
Se l’Unione europea concede ai paesi meno avanzati il libero accesso al nostro mercato, tale libero accesso al mercato non li rende automaticamente ricchi; al contrario, in questo caso si devono esaminare le condizioni applicabili al libero accesso al mercato.
Se riescono a vendere i loro prodotti ai nostri livelli di prezzo, possono sviluppare le loro economie nazionali, ma se le multinazionali acquistano da questi paesi a livelli inferiori alla soglia di povertà, sarà la loro rovina. I loro prodotti giungono sui nostri mercati a prezzi che distruggono la nostra agricoltura.
<P>
Il Commissario ha parlato della necessità di affrontare attivamente la fornitura di servizi, ma non possiamo tutti tagliarci i capelli a vicenda; al contrario, dobbiamo anche produrre qualcosa.
Nel settore agricolo, abbiamo bisogno di servizi attraverso la produzione.
La salvaguardia dei paesaggi culturali rende un grande servizio alla società europea, un servizio per il quale gli agricoltori devono essere remunerati in base alle condizioni locali.
<P>
Sul mercato globale, professori, banchieri e persino Commissari hanno un prezzo inferiore ai prodotti agricoli, e questo è il motivo per cui dobbiamo parlare di condizioni, cioè di adeguarle e renderle eque.
Non è semplice.
E’ semplice definire il termine “libero” in termini quantitativi, ma farlo in termini qualitativi richiede qualche sforzo.
<P>
L’abolizione delle sovvenzioni all’esportazione in uno dei nostri principali settori d’importazione è il passo giusto da compiere, ma sarebbe una follia abbandonare la nostra produzione e lasciare che il mondo ci invada.
Dobbiamo dotarci di una forma speciale di protezione esterna, che riproduca in altri paesi le condizioni cui sono soggetti la nostra produzione e i nostri agricoltori qui in Europa, e dobbiamo stabilire le condizioni, i prezzi e i livelli in modo che tali paesi possano sviluppare le loro economie, anziché essere spinti al di sotto della soglia di povertà, senza mandare in rovina i nostri agricoltori.
<P>
Signor Commissario Mandelson, mi auguro che potremo presto discutere l’argomento con lei più a lungo e in modo molto più approfondito in seno alla commissione per l’agricoltura.
<SPEAKER ID="263" LANGUAGE="DE" NAME="Helmuth Markov (GUE/NGL )." AFFILIATION="Mode 4">
<SPEAKER ID="264" LANGUAGE="DE" NAME="Paul Rübig (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="265" LANGUAGE="EL" NAME="Katerina Batzeli (PSE )." AFFILIATION="round">
<P>
   – Signor Presidente, signor Commissario, accogliamo tutti con favore la positiva conclusione dell’accordo di agosto 2004, il quale è in larga misura il risultato di iniziative comunitarie. Ci auguriamo che l’esito definitivo renda duraturi questi sforzi e queste iniziative comunitarie.
<P>
L’agricoltura ha finito per essere il capitolo più importante dei negoziati, sebbene avessimo insistito sin dall’inizio sulla necessità di prestare un’attenzione equilibrata a tutti gli aspetti del , con risultati equi per tutti i settori e per tutti i .
<P>
Tuttavia, l’accordo definitivo non dovrebbe mettere in discussione alcun aspetto della recente riforma della politica agricola comune e dovrebbe garantire impegni equivalenti per tutti i commerciali.
<P>
La questione dell’accesso al mercato dei prodotti agricoli e, più importante, gli aspetti tecnici del metodo di calcolo degli equivalenti si sono rivelati gli aspetti chiave dei negoziati. Gli impegni tecnici dovrebbero essere tali da salvaguardare la sostenibilità dei prodotti comunitari.
<P>
La protezione delle indicazioni geografiche nel settore agricolo e l’introduzione di aspetti non commerciali non dovrebbero essere solo un obiettivo, ma anche una condizione inderogabile per l’accordo definitivo. Questi elementi determinano anche il ruolo multifunzionale dell’agricoltura europea.
<P>
Il cotone è stato presentato come tema importante per promuovere i negoziati con i paesi meno avanzati.
Ci auguriamo che gli impegni supplementari relativi a questo prodotto interesseranno anche altri commerciali. La relazione dell’onorevole Javier Moreno Sánchez è riuscita a mantenere l’equilibrio nelle sue proposte per i negoziati dell’OMC.
<P>
Signor Commissario, la invito a seguire il “principio poetico” del relatore, secondo il quale l’accordo provvisorio costituisce un passo avanti lungo un cammino che ancora non esiste perché il cammino si fa camminando. Tuttavia, gli obiettivi ci sono e le possibilità di deroga non possono essere illimitate.
<SPEAKER ID="266" LANGUAGE="ES" NAME="Antolín Sánchez Presedo (PSE )." AFFILIATION="dossier">
<SPEAKER ID="267" LANGUAGE="NL" NAME="Saïd El Khadraoui (PSE )." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="268" LANGUAGE="EN" NAME="Peter Mandelson," AFFILIATION="Membro della Commissione">
<SPEAKER ID="269" LANGUAGE="DE" NAME="Friedrich-Wilhelm Graefe zu Baringdorf (Verts/ALE )." AFFILIATION="">
<SPEAKER ID="270" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
