<CHAPTER ID="1">
<SPEAKER ID="1" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Vicepresidente">
<SPEAKER ID="2" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="(La seduta inizia alle 15.05)">
<SPEAKER ID="3" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="embargo">
<P>
   – L’ordine del giorno reca, in discussione congiunta, la dichiarazione del Consiglio sulla revoca dell’ sulla vendita di armi alla Cina e la relazione dell’onorevole Romeva i Rueda sulla quinta relazione annuale del Consiglio ai sensi della misura operativa n. 8 del codice di condotta dell’Unione europea per le esportazioni di armi.
<P>
Do la parola al Presidente Nicolaï, a nome del Consiglio.
<SPEAKER ID="4" LANGUAGE="EN" NAME="Nicolaï," AFFILIATION="Consiglio">
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   . – Signor Presidente, è un onore essere qui con voi oggi a discutere di una questione alla quale il Parlamento e la Presidenza olandese attribuiscono grande importanza: la politica di esportazione delle armi e il codice di condotta dell’Unione europea per le esportazioni di armi.
Vorrei soffermarmi innanzi tutto sulla quinta relazione annuale del Consiglio e sulla proposta di risoluzione.
Permettetemi di iniziare con alcune osservazioni di carattere generale sul codice di condotta.
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Il codice di condotta per le esportazioni di armi è stato adottato nel 1998, e non è un’esagerazione affermare che è diventato uno degli strumenti più riusciti della nostra politica estera e di sicurezza comune.
Tradizionalmente, la politica di esportazione delle armi è coperta da segretezza.
Si è sempre ritenuto che si trattasse di una prerogativa essenziale di una forte sovranità nazionale in cui l’interferenza da parte di altri non era, per usare un eufemismo, bene accetta.
Tuttavia, dal 1998 abbiamo assistito a un aumento della trasparenza, a una maggiore consultazione interstatale e a un incremento dell’armonizzazione nell’Unione europea.
<P>
Si tratta di un progresso impressionante, e il successo del codice di condotta emerge anche dall’interesse che i paesi terzi hanno dimostrato nei suoi confronti.
Non sto parlando solo di paesi che aspirano a diventare Stati membri dell’Unione europea, ma anche di altri.
Il codice di condotta è uno strumento utile che può aiutarli a istituire una politica di controllo delle esportazioni efficace e responsabile.
<P>
Per la Presidenza olandese è molto importante armonizzare ulteriormente la politica europea di esportazione delle armi e rendere tale politica ancora più trasparente.
Una delle priorità della nostra Presidenza consiste nel portare a termine la prima revisione del codice di condotta dell’Unione europea.
Speriamo di riuscire a concludere tale revisione entro la fine dell’anno.
Vorrei sottolineare che uso volutamente l’espressione “prima revisione”.
E’ importante considerare il codice come un documento vivente, che deve essere regolarmente esposto alla luce e prendere in considerazione gli sviluppi e i pareri interni ed esterni.
Di conseguenza, sono certo che questa non sarà l’ultima revisione del codice.
<P>
Nel tentativo di aumentare la trasparenza, la Presidenza olandese ha altresì sottolineato l’importanza di un maggiore dialogo con il Parlamento europeo.
Il 1° settembre, la commissione per gli affari esteri ha tenuto un dibattito con il presidente olandese del gruppo di lavoro COARM sul codice di condotta dell’Unione europea e sulla revisione attuale.
Il relatore della commissione, onorevole Romeva i Rueda, ha partecipato a una conferenza sulla revisione del codice svoltasi il 30 settembre, all’Aia.
Abbiamo altresì invitato l’onorevole Romeva i Rueda a prendere parte a una riunione informale del gruppo di lavoro COARM il 3 dicembre per discutere sulla relazione del Parlamento.
Inoltre, abbiamo invitato l’onorevole Romeva i Rueda a partecipare a una riunione che la Presidenza, assieme al governo ceco, sta organizzando a Praga, al fine di informare i paesi candidati e la Norvegia sull’attuazione del codice.
Riteniamo che, a tale proposito, sia importante evidenziare il ruolo svolto dal Parlamento nella politica europea di esportazione delle armi.
<P>
A questo punto vorrei soffermarmi in maniera più specifica sul progetto di relazione e sulla proposta di risoluzione.
La relazione del Parlamento europeo si riferisce alla relazione del Consiglio del 2003.
Da allora sono successe molte cose, la più importante delle quali è stata la revisione del codice di condotta.
Nel quadro di questa revisione si stanno discutendo alcuni degli aspetti affrontati nella relazione.
A tale proposito desidero soffermarmi sui seguenti punti.
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La relazione del Parlamento europeo accoglie con favore la posizione comune sull’intermediazione di armi.
L’attuale revisione contiene già un consenso volto a estendere l’applicazione del codice alle attività di intermediazione, alla produzione autorizzata di armamenti oltremare, al trasporto e al trasbordo.
Le domande di licenza per lo svolgimento di queste attività saranno soggette ai criteri e alle prassi esposte nel codice di condotta.
Inoltre, il codice dovrebbe essere applicabile anche nei casi dei cosiddetti trasferimenti intangibili di tecnologia.
<P>
Esternamente all’ambito della revisione del codice di condotta, abbiamo compiuto progressi in settori come l’.
Ho già parlato del seminario che si terrà a Praga a dicembre.
A settembre, gli Stati membri hanno deciso di adottare un approccio più coerente sull’.
Il Segretariato del Consiglio terrà una banca dati sulle attività di dei singoli Stati membri al fine di ottenere un migliore coordinamento.
<P>
Sono stati compiuti progressi anche nell’ulteriore sviluppo della notifica di rifiuto e del sistema di consultazione – uno degli elementi centrali del codice.
Le consultazioni sui rifiuti ora avvengono in modo tale che tutti gli Stati membri siano informati della consultazione.
Solo la decisione finale di uno Stato membro di concedere o meno un’autorizzazione malgrado un rifiuto precedente non viene automaticamente condivisa con tutti gli altri .
Inoltre, il Segretariato del Consiglio sta creando una banca dati elettronica che conterrà i rifiuti notificati dagli Stati membri, nonché informazioni sulle consultazioni da loro avviate.
Questa banca dati apporterà un enorme contributo all’efficienza delle consultazioni bilaterali e alla trasparenza dei loro esiti.
<P>
Si è dedicato molto tempo allo del codice.
Nella sua relazione il Parlamento afferma chiaramente la propria preferenza a favore di un codice giuridicamente vincolante.
Forse saprete che sulla questione non esiste alcun consenso in seno al Consiglio: circa la metà degli Stati membri è favorevole a rendere il codice giuridicamente vincolante, ma l’altra metà è contraria.
Tuttavia, esprimersi a favore di un codice politicamente o giuridicamente vincolante è meno importante di un’altra questione, ovvero l’effettivo contenuto del codice e il modo in cui viene applicato.
Infatti, di per sé la modifica dello avrebbe effetti scarsi o nulli sulla politica di esportazione delle armi dei singoli Stati membri.
<P>
La relazione Romeva i Rueda evidenzia l’importanza di una maggiore trasparenza.
Sono d’accordo e per questo sono lieto che la relazione annuale 2004 del Consiglio sarà più trasparente di quelle che l’hanno preceduta.
Ci auguriamo che sia possibile avviare ulteriori azioni, possibilmente già l’anno prossimo.
<P>
Anche la trasparenza delle relazioni nazionali è importante.
La Presidenza olandese, unitamente al SIPRI, ha recentemente organizzato una riunione con gli Stati membri sul modo di migliorare le relazioni nazionali.
Sono certo che le prossime Presidenze porteranno avanti questa iniziativa.
<P>
La risoluzione auspica anche la creazione di un sistema di controllo dell’utilizzazione finale, settore, questo, in cui si potrebbe fare di più.
Un recente studio del governo degli Stati Uniti rivela che, nel caso degli USA; il 15-20 per cento delle esportazioni autorizzate verso le cosiddette destinazioni “sensibili” non finisce nelle mani dell’utente finale indicato.
Non disponiamo di dati relativi all’Unione europea, ma non vi è ragione di credere che siano nettamente diversi.
Di conseguenza, come primo passo, organizzeremo una riunione sui controlli postspedizione in cui le autorità statunitensi ci esporranno le loro esperienze in materia di programmi di controllo postspedizione.
<P>
Questo punto mi porta a parlare di quella che, probabilmente, è la questione più delicata dal punto di vista politico.
So che l’sulle armi imposto dall’Unione alla Cina sta particolarmente a cuore al Parlamento europeo e a molti parlamenti nazionali.
Prendo nota dell’appello della risoluzione a non revocare l’ sulle armi.
Il problema del futuro dell’ sugli armamenti è ancora oggetto di discussione in seno al Consiglio.
Non è quindi possibile discutere approfonditamente la questione.
Tuttavia, vorrei dire che la Presidenza olandese conosce benissimo le varie preoccupazioni espresse dai parlamenti, dai cittadini, dalle ONG e anche da importanti come gli Stati Uniti e il Giappone.
<P>
Una di queste preoccupazioni è la situazione dei diritti umani in Cina.
L’Unione europea coglie ogni occasione per discutere con la Cina di questioni relative ai diritti umani e controlla attentamente gli sviluppi .
La discussione tiene conto di tutte queste preoccupazioni.
<P>
Discutiamo anche di misure supplementari al codice di condotta, che dovrebbero evitare l’aumento del flusso di armi e di tecnologia militare dall’Europa alla Cina nel caso in cui l’ dovesse essere revocato.
L’obiettivo di tali misure è aumentare la trasparenza e intensificare la consultazione tra gli Stati membri.
Non si sa ancora quando questa discussione avrà termine.
<P>
In conclusione, la Presidenza olandese è lieta di constatare che il Parlamento europeo presta grande attenzione all’importante questione della politica di esportazione delle armi.
Come ho detto prima, intensificare il dialogo in materia tra Consiglio e Parlamento è uno degli obiettivi della nostra Presidenza.
Sono stati realizzati o si stanno compiendo progressi su molti dei punti elencati nella relazione e nella risoluzione.
<P>
Esistono aree in cui è possibile compiere ulteriori progressi.
La trasparenza delle relazioni nazionali è una di queste; l’armonizzazione dell’interpretazione dei criteri è un’altra.
Tuttavia, possiamo affermare che siamo più che a metà dell’opera.
State certi che i Paesi Bassi, nelle restanti sei settimane di Presidenza, faranno tutto il possibile per compiere ulteriori progressi.
<SPEAKER ID="5" LANGUAGE="EN" NAME="Patten," AFFILIATION="Commissione">
<P>
   . – Innanzi tutto, scusatemi se mi presento in Aula per l’ennesimo discorso di addio.
Sto cominciando a capire cosa deve aver provato Frank Sinatra, trascinandosi da un concerto d’addio all’altro fino all’età di settant’anni.
Spero proprio che questo sia l’ultimo pomeriggio in cui l’Assemblea mi dovrà sopportare, ma si tratta di una decisione che spetta al Parlamento.
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Come i deputati sanno, dato il modo in cui funziona la politica estera e di sicurezza comune, su tale questione la Commissione può prendere l’iniziativa.
Ciononostante, siamo indubbiamente interessati al generale evolversi delle nostre relazioni con la Cina, che nel complesso sono soddisfacenti, e ovviamente l’ sugli armamenti rientra in tale contesto.
Come il Parlamento sa, l’ è stato imposto dal Consiglio europeo nel 1989, a seguito degli avvenimenti di Piazza Tienanmen, alle cui prime fasi ho potuto assistere di persona quando rivestivo la carica di vicepresidente della Banca asiatica di sviluppo.
<P>
Quest’anno, la Cina ha intensificato la propria campagna sulla revoca dell’.
Questa campagna continuerà anche nel periodo precedente al vertice tra Unione europea e Cina che si terrà il mese prossimo.
Le autorità cinesi ritengono che l’ sia la riprova della discriminazione attuata nei loro confronti e sostengono che il divieto è obsoleto.
A loro parere, esso ostacola seriamente l’ulteriore sviluppo delle relazioni bilaterali.
<P>
Se, da un lato, abbiamo riconosciuto che sono avvenuti cambiamenti positivi e che dopo Tienanmen la situazione politica in Cina è progredita, dall’altro il rispetto di alcuni diritti umani fondamentali da parte di questo paese è tutt’altro che conforme alle norme internazionali.
Senza stabilire alcun collegamento diretto, quindi, abbiamo costantemente detto alle massime autorità cinesi che la revoca dell’ riscuoterebbe grandi consensi se, nell’ambito dei diritti umani, la Cina adottasse misure concrete atte a convincere i cittadini europei dell’opportunità di tale scelta.
<P>
So che diversi Stati membri sono favorevoli alla revoca dell’ e hanno reso pubblica la loro opinione.
Altri ritengono che si tratti di un’azione prematura, in quanto esprimono preoccupazione per i diritti umani.
La questione dei diritti umani occupava una posizione di rilievo nella risoluzione adottata lo scorso anno dal Parlamento contro la revoca dell’.
<P>
Gli Stati membri che sostengono la revoca dell’ partono dal presupposto che i controlli introdotti nel codice di condotta sulla vendita di armi nel 1998 ne inficino la validità.
Devo ammettere che questa argomentazione non è priva di fondamento.
<P>
Sono molto ansioso di portare avanti il nostro importante partenariato strategico con la Cina, un paese che sta rapidamente emergendo come attore globale a tutti i livelli e ora è, tra l’altro, il nostro secondo maggiore commerciale.
Negli anni a venire questa sarà una delle nostre massime priorità in politica estera.
<P>
Detto questo, considerata la logica sottesa all’ e le importanti questioni politiche e simboliche in gioco per entrambe le parti, è comprensibile che alcuni Stati membri sostengano la necessità di revocare l’ alla luce dei positivi e concreti passi avanti compiuti dalla Cina al fine di migliorare la propria situazione dei diritti umani.
<P>
Vorrei inoltre spendere alcune parole sulla relazione del Parlamento riguardo alla validità del codice di condotta dell’Unione europea per le esportazioni di armi.
La forza del codice di condotta è strettamente correlata alla discussione sull’ alla Cina, poiché orienterà le prassi degli Stati membri in materia di esportazione nel caso in cui il divieto venga revocato.
Attualmente la responsabilità del commercio di armi spetta agli Stati membri, ma la Commissione s’interessa pienamente alla questione conformemente a quanto previsto dalla politica estera e di sicurezza comune.
<P>
Mi congratulo con il relatore per avere elaborato un documento di rilievo che merita di essere esaminato con attenzione.
Riuscire a ottenere più rigidi sul controllo delle esportazioni di armi costituisce una sfida per gli Stati membri.
A tal fine, tra l’altro, è necessaria una maggiore trasparenza, requisito che di solito non viene immediatamente associato al commercio di armi.
E’ inoltre necessario effettuare altri controlli e imporre ulteriori limiti a tale commercio, settori intrinsecamente difficili per gli Stati membri dotati di importanti industrie degli armamenti.
<P>
La relazione s’incentra soprattutto sul miglioramento delle prassi in Europa, ma la sua portata è globale.
Riconoscendo che l’Unione europea è dotata del potenziale atto a promuovere migliori prassi in tutto il mondo, la relazione sostiene inoltre l’elaborazione di un Trattato internazionale sul commercio delle armi.
<P>
Non dobbiamo dimenticare – e di certo il Parlamento se ne ricorda bene – che ogni anno circa mezzo milione di persone muore per atti di violenza commessi con armi di piccolo calibro e armi leggere, fatto che dovrebbe farci riflettere.
Come ben sapete, la Commissione si occupa regolarmente, assieme ad altre ONG e organizzazioni internazionali, delle conseguenze della vendita di armi improprie o illegali.
Stiamo inoltre attuando alcuni progetti specifici per ridurre i destabilizzanti accumuli di armi a livello mondiale.
E’ in corso un progetto pilota avviato dal Parlamento europeo che ha lo scopo di valutare quali ulteriori iniziative si possano intraprendere.
Sicuramente sono necessari altri interventi.
Sono particolarmente favorevole all’idea di elaborare un accordo internazionale volto a rafforzare il controllo delle vendite di armi convenzionali.
Ecco perché la Commissione, nell’ambito di più ampi sforzi da parte dell’Unione europea, ha vivamente sostenuto l’adozione di un codice di condotta internazionale sulle esportazioni di armi basato sull’iniziativa dell’Unione europea.
<P>
Attualmente gli Stati membri stanno valutando il modo di migliorare il codice di condotta e noi incoraggiamo gli sforzi tesi a rafforzare i controlli dell’Unione europea sulle vendite di armi convenzionali.
Il successo di questo sforzo sarà determinante nel dibattito in corso sull’ sulle armi imposto alla Cina.
<P>
Conosciamo tutti l’importanza che avrà la Cina nel mondo come economico e attore politico nei prossimi decenni.
La Cina sta riguadagnando, in maniera considerevole, la posizione che occupava nel mondo fino alla metà del XIX secolo, quando probabilmente era ancora responsabile del 30 per cento del PIL globale.
La storica ripresa alla quale stiamo assistendo è, nel complesso, straordinariamente salutare per il resto del mondo.
L’integrazione della Cina nell’economia mondiale come economia aperta è vantaggiosa per tutti noi.
<P>
Il fatto di ribadire regolarmente il nostro interesse anche per altre questioni, come quella dei diritti umani, non è assolutamente degradante né per noi né per i cinesi.
Sono certo che a tempo debito assisteremo a un miglioramento, non appena in Cina la situazione politica andrà di pari passo con quella economica.
Oggigiorno un paese non può rimanere completamente a sé stante.
E’ impossibile che un paese apra la propria economia mantenendo al contempo la politica sotto il più rigido controllo.
<P>
Mi auguro che nei prossimi anni s’instauri una relazione più stretta con la Cina e che questo paese continui a svolgere un ruolo concreto nella comunità internazionale.
Spero vivamente che si possa tenere con la Cina un serio dibattito sui diritti umani, dal quale scaturiscano miglioramenti che, ne sono certo, Sun Yat-Sen avrebbe approvato.
<SPEAKER ID="6" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – Grazie, Commissario Patten. Si tratta di una questione importante e dobbiamo passare al dibattito.
Tuttavia, non posso fare a meno di dire che lei è un po’ come Frank Sinatra: non ci stanchiamo mai dei suoi addii.
<SPEAKER ID="7" LANGUAGE="ES" NAME="Romeva i Rueda (Verts/ALE )," AFFILIATION="relatore">
<P>

   . – Signor Presidente, vorrei nuovamente ringraziare sia il Ministro Nicolaï che il Commissario Patten, non solo per la loro presenza in Aula oggi, ma anche per la chiarezza e la franchezza con cui hanno parlato. Spero che il tenore del nostro dialogo sarà questo anche in futuro.
<P>
Il Parlamento europeo condanna spesso le violazioni dei diritti umani che vengono perpetrate in diverse parti del mondo e con altrettanta frequenza adotta risoluzioni a tal fine.
Abbiamo condannato uccisioni, torture, maltrattamenti e guerre, e condanniamo costantemente l’estrema povertà presente a livello mondiale che affligge migliaia di popoli e milioni di persone.
Nel frattempo, i nostri governi continuano ad autorizzare le esportazioni di armi, che non solo contribuiscono a peggiorare ulteriormente la situazione della popolazione indigente, ma anche a far sì che gli acquirenti investano ingenti somme di denaro a fini militari, mentre le priorità sociali e di sviluppo dei loro paesi richiederebbero di destinarle ad altri fini.
<P>
Nel 2000, 189 paesi hanno firmato a New York la Dichiarazione del millennio, con la quale si sono impegnati, tra le altre cose, a eliminare la povertà, a garantire l’accesso universale ai medicinali essenziali e pari opportunità tra uomini e donne, nonché ad assicurare l’alfabetizzazione universale e l’istruzione primaria, tra il 2015 e il 2050.
Per conseguire questi obiettivi, i governi devono destinare almeno 60 000 milioni di dollari l’anno all’applicazione dell’agenda del millennio.
Tuttavia, sebbene sia estremamente difficile trovare il denaro necessario a tal fine, la spesa militare mondiale tra il 2002 e il 2003 è aumentata di 64 000 milioni di dollari, e tra il 2003 e il 2004 occorrerà aggiungere altri 50 000 milioni di dollari.
<P>
I paesi dell’Unione europea, che esportano un terzo delle armi convenzionali a livello mondiale, hanno un’importante responsabilità in quest’ambito.
Nel 2002, anno al quale si riferisce la relazione di cui stiamo discutendo adesso, l’Unione europea ha venduto armi e attrezzature militari per un valore di 21 000 milioni di euro a paesi come Arabia Saudita, Marocco, India, Pakistan, Angola, Turchia, Iran, Algeria, Colombia, Israele e persino Iraq, nonché a molti altri paesi che, conformemente a una stretta interpretazione del codice di condotta dell’Unione europea, non dovrebbero figurare tra gli acquirenti di armi europee.
Dov’è il problema?
L’abbiamo già detto: da una parte, questo codice continua a essere troppo vago e, dall’altra, non è ancora uno strumento giuridicamente vincolante e quindi una sua eventuale violazione non comporta responsabilità penali.
<P>
Il Parlamento europeo è stato sempre l’Istituzione europea più all’avanguardia nell’esigere che le esportazioni di armi europee fossero regolamentate da un rigido codice di condotta e che, al contempo, queste esportazioni fossero coerenti con i costanti messaggi dell’Unione europea a favore della prevenzione dei conflitti armati e della promozione della pace e dello sviluppo.
Pertanto, dopo essermi dedicato professionalmente alla questione per dieci anni, desidero congratularmi con la Presidenza olandese per gli sforzi che sta compiendo, non solo sulla revisione del codice di condotta, ma anche al fine di rendere questo testo molto più audace, più coerente e, in definitiva, più efficace. Tale azione, però, non è ancora abbastanza e quindi occorre ribadire – come facciamo nella relazione – l’imprescindibile necessità di rivedere il testo del codice per renderlo più severo.
Occorre esigere che diventi uno strumento giuridicamente vincolante – attualmente non disponiamo ancora del consenso necessario, ma dobbiamo adoperarci per ottenerlo. E’ necessario chiedere ai governi di incrementare la trasparenza e di fornire migliori informazioni sulle autorizzazioni rilasciate o negate, pretendere l’applicazione del codice anche all’esportazione di materiale che può essere utilizzato a fini di tortura o per l’esecuzione della pena capitale, esigere che l’Unione europea crei strumenti volti a migliorare i registri degli intermediari di armi, sia che essi operino dall’Unione europea o che siano rigorosamente registrati al suo interno, e che la legislazione sul controllo delle esportazioni sia armonizzata verso l’alto.
Infine, tra molte altre cose, la relazione chiede che l’Unione europea avvii, congiuntamente ad altri a livello internazionale, l’adozione di un Trattato internazionale sul commercio delle armi.
<P>
Infine, visto che questo dibattito si svolge in un momento in cui alcuni governi europei stanno sollevando la necessità di revocare l’ sulle armi alla Cina, dobbiamo cogliere l’occasione per ribadire, per l’ennesima volta, che si tratterebbe di un errore.
Quest’affermazione è motivata da almeno tre ragioni: la situazione ovviamente insoddisfacente dei diritti umani in quel paese, denunciata più volte da molte ONG; il fatto che, essendo la Cina il principale importatore di armi convenzionali del mondo, un ulteriore ampliamento del mercato militare comporterebbe di certo un’accelerazione della corsa agli armamenti nella regione e, infine, i numerosi rischi che si aggravino taluni conflitti irrisolti come quelli che vedono la Cina contrapposta a Taiwan o la pressione che esercita sul Tibet, questione che dev’essere ancora chiarita.
<P>
Per tutti questi motivi, chiedo al Consiglio di non limitarsi ad ascoltare, ma di prendere in considerazione e rispettare le proposte e le raccomandazioni avanzate da quest’Assemblea, al fine di eliminare una volta per tutte la palese contraddizione per cui, da una parte, ci lamentiamo della povertà, delle guerre e delle violazioni dei diritti umani nel mondo, mentre, dall’altra, contribuiamo ad alimentare il fuoco della violenza in molti luoghi con le nostre armi e i nostri silenzi, il che risulta incomprensibile a milioni di vittime.
<SPEAKER ID="8" LANGUAGE="FR" NAME="Henin (GUE/NGL )," AFFILIATION="relatore per parere della commissione per il commercio internazionale">
<P>
   . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, armare o sviluppare, questo è il problema.
Riteniamo che, di fatto, oltre il 20 per cento del debito dei paesi in via di sviluppo sia dovuto alle importazioni di armi.
In tali paesi le spese militari sono spesso nettamente superiori al bilancio destinato alla sanità o a quello relativo all’istruzione e, talvolta, superano addirittura i due bilanci messi insieme.
Per lo sviluppo sostenibile di questi paesi è dunque essenziale che essi limitino significativamente il flusso delle importazioni di armi.
E’ impossibile vivere a lungo in un mondo in cui si stanziano 900 miliardi di dollari per le spese militari, mentre si assegnano solo 325 miliardi di dollari alle sovvenzioni agricole e si accantonano soltanto 60 miliardi di dollari per l’aiuto allo sviluppo.
<P>
Alla luce di questi dati, tanto per fare un esempio, tra il 1995 e il 2001 nell’Africa subsahariana le spese militari sono aumentate del 47 per cento, mentre l’aspettativa di vita è diminuita di quattro anni.
Sì, il codice di condotta dell’Unione europea per le esportazioni di armi esiste dal 1998.
Sì, i paesi dell’Unione europea hanno compiuto progressi.
Tuttavia, è necessario procedere con la massima urgenza, soprattutto perché altre potenze, come Stati Uniti, Russia e Cina, non praticano tale autolimitazione.
Penso che le misure stabilite dalla commissione per il commercio internazionale del Parlamento ci permetteranno sicuramente di andare oltre, benché non siano all’altezza di ciò che speravano alcuni di noi.
E’ indispensabile adottare queste misure perché ci aiuteranno ad assumere una diversa impostazione mentale.
In particolare, vorrei rilevare la completa armonizzazione della politica degli Stati membri in materia di esportazione di armi sul medio periodo, che agevola la diversificazione e la riconversione produttiva delle imprese del settore verso altre attività al fine di prevenire le crisi sociali e la perdita di capacità, nonché la creazione di un’Agenzia europea per il controllo sull’esportazione di armamenti e, punto ancora più importante, la creazione di una tassa sulle esportazioni di armi che verrebbe utilizzata a favore delle vittime dei conflitti armati e della lotta alla povertà.
<P>
Di conseguenza, se l’Unione europea adottasse tali proposte e le traducesse in misure giuridiche concrete, questo rappresenterebbe un progresso notevole e fornirebbe lo slancio necessario a esercitare pressioni su paesi come Stati Uniti, Cina, Ucraina, Russia e Israele.
<P>
Per essere ancora più efficaci, tali misure dovrebbero permettere di controllare l’origine dei capitali nei paradisi fiscali creati nel territorio dell’Unione europea.
In questo modo, compiremmo un passo avanti verso la salvezza dell’umanità.
<P>
Se me lo consentite, vorrei concludere citando Albert Einstein: “O l’umanità distruggerà gli armamenti o gli armamenti distruggeranno l’umanità”.
<SPEAKER ID="9" LANGUAGE="DE" NAME="von Wogau (PPE-DE )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, anch’io vorrei dire che sono davvero felice di avere ancora la possibilità di vedere il Commissario Patten in seduta plenaria.
Mi sento come lui a proposito di Frank Sinatra: continuo a udire la sua voce, e anche quella del Commissario Patten.
<P>
Quanto alle esportazioni di armi, se da un lato penso che possiamo davvero affermare a giusto titolo che il codice di condotta ha permesso di compiere passi avanti in questo ambito, dall’altro devo anche dire che questi progressi non sono stati sufficienti.
Apprendiamo con molto piacere che la Presidenza del Consiglio sta conducendo negoziati volti a far luce su diversi punti del codice, e mi auguro che essi vadano a buon fine.
Credo inoltre che sia molto importante che queste norme non riguardino solo le vendite, ma anche la mediazione e l’intermediazione di armi.
<P>
Tuttavia, in materia di esportazioni di armi, il vero problema non è la base giuridica; il vero problema è dato dai vari modi in cui queste basi giuridiche vengono applicate nei diversi paesi all’interno dell’Unione europea.
E’ su questo punto che dobbiamo concentrare i nostri sforzi, rendendo innanzi tutto il codice giuridicamente vincolante.
Se non si riuscirà a far questo a livello comunitario, niente potrà impedire agli Stati membri di agire in tal senso e, in realtà, in molti lo hanno già fatto.
Questa è la strada che dobbiamo percorrere; il nostro obiettivo dev’essere quello di smettere una volta per tutte di considerare come esportazioni i trasferimenti intracomunitari di attrezzature di difesa, ma questo sarà possibile solo se ogni paese della Comunità europea applicherà le norme pertinenti in maniera uniforme e rigorosa.
<P>
Permettetemi ora di soffermarmi sulla questione dell’ alla Cina.
Il mio gruppo ritiene che questo partenariato strategico con la Cina sarà lo strumento che ci porterà nel futuro e che sia nostro dovere cercare di realizzarlo.
Tuttavia, sappiamo che sono molte le questioni irrisolte, come l’approccio della Cina ai diritti umani, nonché problemi riguardanti Taiwan e il Tibet, e quindi il mio gruppo è del parere che non sussistano ancora le condizioni che ci permetterebbero di revocare l’ alla Cina.
<SPEAKER ID="10" LANGUAGE="PT" NAME="Gomes (PSE )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – Signor Presidente, vorrei unirmi alle parole di ringraziamento che sono state rivolte alla Presidenza e, in particolare, al Commissario Patten.
Ci dispiace molto, perché all’Unione europea occorrerebbe ancora “”.
<P>
Mentre il proliferare delle armi nucleari richiama alla mente scenari apocalittici, i conflitti innescati dal commercio di armi convenzionali causano un danno incalcolabile allo sviluppo di molte comunità e provocano la morte e la violazione dei diritti umani di milioni di civili in tutto il mondo.
Secondo la dottrina di sicurezza strategica adottata dall’Unione europea, le principali minacce che dobbiamo affrontare sono l’instabilità regionale, gli Stati inadempienti, la criminalità organizzata e il terrorismo internazionale, e tutte queste sono minacce che possono essere esacerbate da esportazioni incontrollate di armi a destinatari esterni all’Unione europea.
<P>
Negli ultimi anni, gli Stati membri dell’UE si sono sforzati di migliorare i controlli sulle esportazioni di armi convenzionali provenienti dall’Unione oppure in transito nello spazio europeo.
Tuttavia, resta ancora molto da fare.
<P>
Come socialisti, riteniamo che il codice di condotta per le esportazioni di armi debba diventare vincolante e che si debbano adottare normative, a livello nazionale ed europeo, finalizzate ad accrescere la trasparenza nell’attività di intermediazione delle armi.
Occorre ampliare la portata del divieto di esportazione di determinati strumenti, come quelli utilizzati per le torture, nonché le mine antiuomo.
La vendita di armi a governi o gruppi in zone di conflitto dev’essere sottoposta a controlli più rigidi, alla luce delle informazioni ottenute tramite i meccanismi di controllo istituiti dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite al fine di fare rispettare gli sulle armi.
I governi dell’Unione europea hanno la responsabilità – dalla quale non possono esimersi – di procedere con le leggi interne volte a fare in modo che le società e i singoli che violano gli sulle armi dell’Unione europea e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite siano puniti.
<P>
Come socialisti, sosteniamo le misure volte a mitigare gli effetti del commercio di armi, come la creazione di una tassa a favore delle vittime dei conflitti armati e della lotta alla povertà, com’è stato recentemente proposto in seno all’attuale Assemblea generale delle Nazioni Unite.
<P>
L’UE può e deve andare oltre, adottando misure come quelle proposte in questa risoluzione – sulla quale abbiamo votato a favore – e rendendo vincolante l’applicazione del codice di condotta non solo per i dell’Europa allargata, ma anche per i nostri nuovi vicini, in modo che possa esistere un mercato comune europeo degli armamenti, su cui l’Agenzia europea per gli armamenti, istituita di recente, svolga un ruolo a livello di controllo e di legislazione.
<P>
Come socialisti, abbiamo presentato emendamenti pratici su questa proposta di risoluzione per chiedere al Consiglio e agli Stati membri di mantenere l’ sulle armi imposto alla Repubblica popolare cinese e garantire un approccio coerente riguardo agli sulle armi in generale.
L’ è stato imposto in seguito al massacro di Piazza Tienanmen ed è sempre stato mantenuto da allora, a causa dei gravi problemi relativi ai diritti umani che persistono in Cina, nonostante il paese si sia aperto al mondo esterno e abbia registrato una straordinaria crescita economica.
<P>
Nel 2003, il Parlamento ha emesso il proprio parere tramite una specifica risoluzione sull’argomento e ha raccomandato di mantenere l’.
Le relazioni del Parlamento, unitamente a quelle di diverse organizzazioni non governative per i diritti umani, hanno evidenziato, anno dopo anno, una grande preoccupazione per le violazioni dei diritti umani in Cina e in Tibet.
Una risoluzione sull’adeguatezza dell’ delle armi come mezzo per realizzare cambiamenti significativi non può portare a una revoca dell’, almeno finché non vi sarà un codice di condotta vincolante sull’esportazione di armi e di strumenti che potrebbero essere utilizzati per la repressione interna e la tortura.
L’intero sistema deve dare prova di coerenza in quest’area, ma la recente decisione di revocare l’ alla Libia è incoerente ed espone l’Unione europea all’accusa di applicare due pesi e due misure.
<SPEAKER ID="11" LANGUAGE="NL" NAME="Van Hecke (ALDE )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
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   . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la relazione dell’onorevole Romeva i Rueda è particolarmente equilibrata, poiché contiene diverse raccomandazioni interessanti sul modo di migliorare il codice di condotta per le esportazioni di armi, e si spera che questa volta il Consiglio le adotti.
Solo allora il codice potrà diventare un efficiente ed efficace strumento di controllo, giuridicamente vincolante, e prevedere sanzioni in caso di inosservanza.
Permettetemi di soffermarmi in particolar modo sul paragrafo 20 della relazione, che invita l’Unione europea a mantenere l’ sulla Cina.
Se revocassimo l’ adesso, invieremmo un messaggio veramente meschino; si tratterebbe, credo, di un classico esempio di ipocrisia e di un approccio selettivo alla difesa e alla protezione dei diritti umani nel mondo.
I valori e gli cui l’Unione europea attribuisce tanta importanza verrebbero dunque messi per l’ennesima volta in secondo piano rispetto al grezzo mercantilismo.
Ad alcuni la prospettiva di appetitose commesse di sottomarini tedeschi e di aerei francesi sembra un motivo sufficiente per contrastare l’ sulle armi alla Cina.
Un simile comportamento farebbe assomigliare l’Unione europea a un commerciante di cavalli che venda i suoi principi in cambio di una manciata di monete d’argento, e questo, Ministro Nicolaï, non succede solo sotto una Presidenza olandese.
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L’Europa non può assolutamente fornire armi a un paese che cerca di utilizzare la forza militare per garantire l’unità del proprio territorio e che ora continua a minacciare l’intervento militare nello stretto di Taiwan, dove sono stati installati oltre cinquecento missili.
L’idea che il codice di condotta possa imporre rigide restrizioni sulle esportazioni di armi è quindi una falsa scusa.
Il rischio che la Cina passi armamenti ai paesi in via di sviluppo non è scomparso.
La revoca dell’ sulle armi non può rappresentare in alcun caso un’opzione per il nostro gruppo.
<SPEAKER ID="12" LANGUAGE="FR" NAME="Flautre (Verts/ALE )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
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   . – Per quanto mi riguarda, sono soddisfatta delle parole che hanno pronunciato i colleghi e ritengo che il Parlamento abbia indubbiamente agito con saggezza.
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Vorrei dire all’onorevole von Wogau – con cui mi congratulo per la sua posizione sulla revoca dell’, in altre parole sul suo desiderio di mantenerlo in vigore – che, al tempo stesso, la natura restrittiva del codice non può essere lasciata nelle mani degli Stati membri.
E’ evidente che alcuni capi di governo hanno pochi scrupoli quando si parla della Cina.
Non abbiamo forse sentito il Presidente Chirac affermare che questo era anacronistico?
A tale proposito, vorrei invitare questi capi di Stato, che ovviamente spalancano gli occhi dinanzi all’enorme mercato rappresentato dalla Cina, ad andare a vedere da vicino ciò che succede negli stadi, ciò che succede sui dell’ e ciò che succede in diversi posti in cui vengono eseguite esecuzioni sommarie.
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Credo che attualmente la Cina sia il campione del mondo delle violazioni dei diritti umani e, in ogni caso, il campione del mondo delle esecuzioni capitali, che continuano a essere perpetrate senza che venga effettuato alcun controllo e in condizioni extragiudiziali assolutamente inaccettabili.
Vorrei chiedere se la violazione del codice, cui si assisterebbe, come hanno detto tutti, qualora l’ sulle armi alla Cina venisse revocato, non debba essere denunciata anche laddove essa sia verbale, com’è avvenuto nel caso delle affermazioni rilasciate da alcuni capi di Stato.
Accolgo con favore il fatto che il Consiglio stia cercando di riformare il codice e inviti a compiere strenui sforzi al fine di evitare tali dichiarazioni, che arrecano un danno evidente alla credibilità di molte politiche perseguite dall’Unione europea nell’ambito del rispetto dei diritti umani.
<SPEAKER ID="13" LANGUAGE="" NAME="Agnoletto (GUE/NGL )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, si profila il rischio che questo dibattito diventi una scadenza annuale, dove ci diciamo più o meno tutti d’accordo, ma poi resta solo una lista di buone intenzioni e di esortazioni alla Commissione e al Consiglio.
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Per evitare ciò è assolutamente necessario che il codice diventi uno strumento di condotta giuridicamente vincolante, e che siano individuate precise sanzioni contro le aziende che non lo rispettano con sede nell’Unione europea.
E’ altresì necessario che l’Unione si impegni per chiedere ad altri paesi, quali Stati Uniti, Russia e Cina, l’adesione al codice di condotta – anche in considerazione del fatto che oltre il 50% della produzione di armi nel mondo avviene nei Paesi membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU.
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Mentre noi parliamo, il mio paese, cioè l’Italia, ha aumentato da un anno all’altro del 25% l’esportazione di armi, e prevede per il futuro un aumento del 40%.
Tra i maggiori beneficiari della vendita di armi da parte dell’Italia, vi è l’Arabia Saudita, che non è certo un esempio di paese rispettoso dei diritti.
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Credo che dobbiamo assolutamente mantenere l’embargo nella vendita delle armi alla Cina, e inoltre che la difesa dei diritti umani debba precedere assolutamente gli interessi economici del profitto.
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Un’ultima osservazione: le spese militari nell’ultimo anno nel mondo sono pari a 900 miliardi di dollari, di questi, 700 miliardi solo nei paesi civili del primo mondo.
Non è questa la civiltà che noi vogliamo!
<SPEAKER ID="14" LANGUAGE="PL" NAME="Pęk (IND/DEM )" AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   , . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa è una discussione importante e, di fatto, i dibattiti sui valori rivestono un particolare rilievo in seno all’Unione europea.
Giacché parliamo di valori riguardo a questo caso specifico, però, vorrei richiamare la vostra attenzione su diversi altri casi.
La Polonia, che all’epoca stava attraversando un periodo difficile, una volta venne persuasa da uno dei più importanti paesi al mondo a smettere di inviare armi a uno Stato del sudest asiatico.
Nel far questo, la Polonia inferse un danno significativo al proprio potenziale economico.
Il paese in questione approfittò immediatamente del vuoto lasciato dalla Polonia, e in questo modo trasse un evidente beneficio.
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Il codice di condotta è una soluzione necessaria e razionale, ma a questo punto vorrei sottolineare che, se esso deve avere un’utilità, dev’essere reso formalmente vincolante in tutta l’Unione europea.
Occorre inoltre firmare un accordo internazionale, che deve ricevere almeno l’approvazione degli Stati Uniti e della Russia.
Se andrà a finire che, prendendo l’iniziativa, impoveriremo le nostre società ed economie in nome dei cosiddetti valori che ci contraddistinguono, e che altri prenderanno il nostro posto, aumentando il loro vantaggio sulle nostre economie e sulle opportunità che abbiamo di influenzare la situazione globale, ridurremo effettivamente le nostre possibilità di migliorare il rispetto dei diritti umani nel mondo.
Sono favorevole alla revoca delle sanzioni nei confronti della Cina, poiché sono inefficaci e riducono le opportunità di sviluppo economico dell’Unione europea.
<SPEAKER ID="15" LANGUAGE="PL" NAME="Czarnecki, Ryszard (NI )." AFFILIATION="">
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   – Signor Presidente – stavo per dire Ministro – signor Presidente, onorevoli colleghi, il Parlamento europeo deve reagire a una situazione in cui ogni anno mezzo un milione di persone muore per atti di violenza commessi con armi leggere, in conflitti armati o in azioni criminose.
Questo dibattito fa parte della nostra reazione.
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L’Unione europea esporta morte, anche se va detto che la esporta principalmente al di fuori dell’Europa, giacché negli ultimi cinque anni circa l’80 per cento delle esportazioni di armi dell’UE è stato destinato a paesi extraeuropei.
Non dobbiamo lasciarci sopraffare dalle pie illusioni dei pacifisti che vorrebbero liberare il mondo da guerre e armamenti, perché simili fantasie non hanno alcun fondamento nella realtà.
Ciononostante, possiamo e dobbiamo controllare la produzione e la vendita di armi nell’Unione europea.
Dobbiamo pretendere con fermezza che anche i futuri Stati membri dell’Unione europea facciano altrettanto.
La commissione per gli affari esteri ha adottato emendamenti che ho presentato a tal fine.
Ovviamente i paesi interessati sono la Romania e la Bulgaria, nonché la Croazia e la Turchia.
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Come cittadino polacco, vorrei richiamare la vostra attenzione su un’iniziativa avviata dal governo del mio paese.
Unitamente al governo svedese, esso ha già organizzato cinque riunioni informali COARM, il gruppo di lavoro “Esportazioni di armi convenzionali”, con la partecipazione di vecchi e nuovi Stati membri.
Vorrei inoltre esprimere il mio incondizionato sostegno al paragrafo 28 della proposta di risoluzione, relativo al divieto delle esportazioni di ogni tipo di attrezzatura destinata alla pena capitale e alla tortura.
Al tempo stesso, però, dubito che la proposta di cui al paragrafo 40, relativa all’applicazione di un’imposta speciale sul commercio di armi, sia realistica.
Non credo che un’ennesima tassa contribuirebbe alla realizzazione della pace in Europa e nel mondo, anche se una simile iniziativa potrebbe placare le coscienze dei burocrati.
<SPEAKER ID="16" LANGUAGE="" NAME="Gawronski (PPE-DE )." AFFILIATION="Realpolitik">
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   – Signor Presidente, può essere anche vero che l’embargo alla Cina sembra anacronistico, soprattutto dopo l’abolizione nei confronti della Libia, che non è certo un modello di rispetto per i diritti dell’uomo.
E’ anche comprensibile che la Cina, Stato sovrano, cerchi di rafforzare la sua difesa per salvaguardare la sua sicurezza e integrità territoriale.
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E’ anche vero che qualche piccolo progresso è stato fatto per migliorare il rispetto dei diritti dell’uomo, che la Cina rimane protagonista nella lotta contro il terrorismo ed esercita utili pressioni sulla Corea del Nord, perché ponga fine allo sviluppo delle armi nucleari.
Tuttavia, è vero anche che Pechino cerca di sfruttare le divergenze che ci sono sull’argomento fra noi e gli Stati Uniti.
Mi meraviglio che nessuno in questa sede abbia sottolineato tale aspetto: i rapporti transatlantici, che per noi devono rimanere di primaria importanza, saranno influenzati dall’atteggiamento più o meno comune che adotteremo nei confronti della crescente potenza cinese.
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Bisogna anche tenere conto dell’equilibrio strategico, anche se precario, attualmente in atto nello stretto di Taiwan.
Taiwan, che è un modello di democrazia da cui la Cina è ancora lontanissima.
Allora se per ragioni di , per ragioni economiche e politiche, più che di rispetto della democrazia, vogliamo abolire l’embargo, lo potremmo fare solo impegnando la Repubblica popolare cinese a chiari e continui progressi nel rispetto dei diritti dell’uomo, come del resto ha detto oggi il rappresentante della Commissione.
Cercando almeno di discutere, non voglio dire di concordare, la nostra posizione con quella degli Stati Uniti e di quei paesi europei attualmente contrari a togliere l’embargo.
Ritengo essenziale avere un atteggiamento il più possibile comune e il più possibile concordato in questa materia.
<SPEAKER ID="17" LANGUAGE="NL" NAME="van den Berg (PSE )." AFFILIATION="embargo">
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   – Signor Presidente, la fornitura di armi a paesi terzi da parte di Stati membri dell’Unione europea deve ottemperare a un quadro comune, chiaro e vincolante, in grado di essere verificato.
Ovviamente questa è una condizione da rispettare, se vogliamo realizzare una politica europea davvero responsabile.
E’ a dir poco un peccato, come ha affermato il Ministro Nicolaï, che diversi paesi ostacolino ancora con tanta risolutezza un quadro vincolante di questo tipo.
Tre importanti criteri di verifica sono questi: una politica convenzionale sui diritti umani e ovviamente la pratica che ne deriva in un dato paese, le tensioni regionali in un ambito specifico e anche il rapporto tra gli investimenti che un paese effettua, da una parte, nella lotta alla povertà e, dall’altra, nel bilancio per la difesa.
E’ sulla base di questi capisaldi che si deve valutare il tentativo della Cina – e ora anche di diversi paesi all’interno dell’Europa – di ottenere la revoca dell’ sulle armi.
La situazione dei diritti umani è ancora motivo di preoccupazione per l’Unione, e a ragione.
La Cina può benissimo avere sottoscritto trattati fondamentali, ma ciò che fa all’atto pratico è un’altra questione.
Il trattamento dei dissidenti, delle minoranze etniche e religiose e la comminazione della pena di morte su vasta scala sono, in parole povere, molto preoccupanti.
Severe restrizioni alla libertà di espressione e ai diritti dei lavoratori, nonché al diritto di formare sindacati e di scioperare danno tuttora adito a gravi preoccupazioni.
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Anche il secondo punto sullo sviluppo regionale è lapalissiano.
Le tensioni sono evidenti a livello di politica regionale.
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Per concludere vorrei soffermarmi sull’aspetto economico.
La Cina sta ovviamente vivendo enormi cambiamenti sociali ed è, in termini economici, estremamente dinamica; è anche caratterizzata da un capitalismo stacanovistico su vasta scala e da una massiccia crescita economica.
In questo processo, però, sono stati in molti a rimetterci; la disparità si percepisce dall’esistenza di circa 200 milioni di persone in cerca di lavoro, che vivono al di sotto della soglia di povertà, fenomeno che va di pari passo con il malcontento generale che ne deriva.
In una situazione simile, il cambiamento economico dev’essere accompagnato da fondamentali riforme politiche e dalla democrazia sociale. Pertanto sostengo incondizionatamente la posizione assunta dal mio gruppo in quest’Aula, ossia ritengo che in questo momento l’ sulle armi non debba essere revocato, ma al contempo vorrei sottolineare la necessità del dialogo con la Cina, che è un gigante sia in termini economici che politici.
Noi, in Europa, dobbiamo cercare di favorire il processo di democratizzazione e offrirci di contribuire a risolvere i problemi sociali.
Dobbiamo aiutare la Cina a svolgere il suo ruolo come attore globale in maniera equa ed efficace, perché questo è nell’interesse del sistema giuridico internazionale.
<SPEAKER ID="18" LANGUAGE="SV" NAME="Malmström (ALDE )." AFFILIATION="embargo">
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   – Signor Presidente in carica del Consiglio, Commissario Patten, è sempre bello rivederla.
L’ sulle armi nei confronti della Cina è stato la risposta dell’UE ai fatti accaduti in Piazza Tienanmen nel giugno del 1989.
Era stato il nostro modo di esprimere ripugnanza per ciò che era accaduto a migliaia di studenti che manifestavano pacificamente.
Da allora, il mondo è cambiato.
La Cina è cambiata, ma il regime no.
La Cina è la più grande dittatura al mondo.
Centinaia di migliaia di dissidenti sono oppresse o imprigionate nei campi di lavoro.
Il paese detiene il primato mondiale in termini di esecuzioni; i diritti umani vengono violati ogni giorno; la libertà di espressione è rigidamente limitata e, in linea di principio, è vietata ogni forma di opposizione.
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Non sembrerebbe quindi che il regime stia cambiando, e ora stiamo discutendo dell’eventualità di revocare l’, sebbene non si sia riscontrato alcun cambiamento.
In questo modo, che genere di segnali mandiamo al mondo che ci circonda e alla Cina?
La Cina offre buone opportunità commerciali e dobbiamo effettuare scambi con questo paese; tuttavia, non dobbiamo dimenticare con chi abbiamo a che fare.
Non possiamo tradire tutte le migliaia, anzi, centinaia di migliaia di attivisti democratici, prigionieri politici e persone che navigano in segreto su per scoprire ciò che sta effettivamente accadendo.
Tutte queste persone ripongono le loro speranze nell’Europa.
Vogliamo tradirle vendendo armi al regime che le opprime?
Vogliamo che missili e sottomarini europei vengano rivolti contro la Repubblica democratica di Taiwan?
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No, dobbiamo essere coerenti.
Ne va della nostra credibilità, e questo è più importante dell’aereo francese, del svedese o dei sottomarini tedeschi.
Il gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa conta su di lei, signor Presidente in carica del Consiglio, affinché intervenga a favore dei diritti umani, mantenga l’ e mandi questo messaggio al Consiglio.
<SPEAKER ID="19" LANGUAGE="NL" NAME="Staes (Verts/ALE )." AFFILIATION="embargo">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi voglio far notare a quest’Aula che, come ha giustamente detto il Ministro Nicolaï, il codice di condotta è uno strumento molto importante, ma cerchiamo di essere realisti.
L’esperienza quotidiana – e vi includo il mio stesso paese – indica che vi sono ancora moltissime scappatoie, che le definizioni non sono chiare, che i divieti vengono talvolta ignorati e che le considerazioni di carattere commerciale prevalgono troppo spesso sul rispetto dei diritti umani.
Questo ha come risultato un inaccettabile livello di sofferenza, un inammissibile numero di persone oppresse e un intollerabile numero di persone uccise.
Ne consegue, pertanto, la legittima richiesta di una formulazione più rigorosa da parte della nostra Assemblea; ne consegue anche la legittima richiesta di rendere questo codice giuridicamente vincolante, nonché la necessità di un monitoraggio maggiore, anche degli utenti finali.
<P>
Per questo motivo è giusto che l’ sulla Cina resti in vigore, e quindi Stati come i Paesi Bassi, il Regno Unito, l’Irlanda, i paesi scandinavi, la Polonia e la Repubblica ceca che, in seno al Consiglio, continuano ad affermare la loro volontà di mantenere l’, hanno tutto il mio appoggio.
<P>
Sia irremovibile, Ministro Nicolaï, e non revochi l’, né in occasione del Vertice UE-Cina che si terrà l’8 dicembre, né in seno al Consiglio europeo del 17 dicembre.
Siamo tutti al suo fianco.
<SPEAKER ID="20" LANGUAGE="NL" NAME="Claeys (NI )." AFFILIATION="embargo">
<P>
   – Signor Presidente, anche la sola ipotesi di revocare l’ sulle armi alla Cina è, di fatto, una bestemmia.
Diversamente da ciò che ha appena sostenuto un oratore, l’ sulle armi non è anacronistico.
Mantenere l’ è, prima di tutto, una questione di diritti umani.
L’immensa popolazione della Cina, e il potenziale economico estremamente interessante che offre questo paese, non devono indurci a buttare subito a mare i nostri principi sui diritti umani.
<P>
Se la Francia – per citare solo un paese – ottiene ciò che vuole e l’ sulla Cina viene revocato, l’Unione europea perderà tutta la sua credibilità.
Questa non è solo una questione di diritti umani; la Cina costituisce anche una minaccia concreta per Taiwan, che è un paese democratico.
Oltre 600 missili sono puntati su Taiwan, ed è scandaloso che si prenda anche solo in considerazione l’idea di fornire nuovi armamenti a un paese che minaccia uno Stato democratico in questo modo.
<SPEAKER ID="21" LANGUAGE="DE" NAME="Jarzembowski (PPE-DE )." AFFILIATION="leadership">
<P>
   – Signor Presidente, Ministro Nicolaï, Commissario Patten, se il rappresentante del Consiglio ha parlato apertamente delle divergenze esistenti tra due gruppi al suo interno, io penso che per noi, in seno al Vertice, sia importante tenere nella debita considerazione i principi basilari della nostra relazione con la Cina.
E’ su questo punto che la Presidenza dovrebbe cercare di giungere a un accordo, riconoscendo al contempo che, sebbene negli ultimi anni si siano senza dubbio registrati miglioramenti riguardo al trattamento dei diritti umani nella Repubblica popolare cinese, questi sono stati tutt’altro che sufficienti.
E’ evidente dal modo in cui la libertà religiosa, la libertà di riunione e di associazione e la libertà di stampa continuano a essere brutalmente represse nella Repubblica popolare cinese che non basta stendere sulla questione il velo dell’interesse economico.
<P>
Invito pertanto il Consiglio a essere chiaro in proposito e ad affermare che riconosciamo i miglioramenti avvenuti, ma riteniamo che siano completamente inadeguati.
La Cina, guidata dalla sua nuova , deve fare la prima mossa.
Come i precedenti oratori, penso anch’io che non si possa revocare l’ sulle armi visto che i massimi rappresentanti del governo di Pechino minacciano di usare la forza armata contro Taiwan, come hanno fatto ieri.
E’ inammissibile che si utilizzi la forza armata nello Stretto di Taiwan come strumento con cui fare politica.
<P>
Il Commissario Patten ci ha sempre indicato la strada giusta da seguire.
Abbiamo sempre caldeggiato il dialogo politico tra la Repubblica popolare cinese e Taiwan – un dialogo politico che dev’essere avviato da entrambi gli Stati.
Mi auguro che la politica cinese compia effettivamente il primo passo, quello di riprendere il dialogo tramite l’associazione.
Revocare l’ sulle armi mentre la Repubblica popolare cinese minaccia di utilizzare la forza armata contro Taiwan, equivarrebbe a lanciare un messaggio del tutto sbagliato.
Penso che su questo siamo tutti d’accordo e, al Vertice, il Consiglio dovrà esprimersi in maniera inequivocabile al riguardo.
<SPEAKER ID="22" LANGUAGE="EN" NAME="De Rossa (PSE )." AFFILIATION="embargo">
<P>
   – Signor Presidente, vorrei innanzi tutto esprimere la mia soddisfazione per i progressi compiuti in merito al codice di condotta per le esportazioni di armi, ma il decesso ogni anno di circa mezzo milione di persone in seguito all’uso di armi leggere o di piccolo calibro è tuttora una triste realtà.
Sono queste, a mio parere, le vere armi di distruzione di massa dei nostri giorni.
<P>
E’ incredibile: sappiamo che il 20 per cento delle armi vendute dagli Stati Uniti va a finire nelle mani sbagliate, ma non disponiamo di alcun dato sulla quantità di armi esportate dall’Unione europea che subiscono la stessa sorte.
Non abbiamo la minima idea della misura in cui siamo responsabili delle 500 000 morti provocate dall’uso, e anche dal cattivo uso, delle esportazioni di armi leggere.
<P>
Quanto alla questione della Cina, non è sensato né fattibile credere che si possa ignorare o isolare questo paese.
Tuttavia, è importante continuare a esercitare pressioni sul governo cinese per migliorare la situazione politica e dei diritti umani in Cina.
Quindi è necessario mantenere l’ e farlo effettivamente coincidere con la realizzazione dell’obiettivo di rendere giuridicamente vincolante il nostro codice di condotta per le esportazioni di armi.
<SPEAKER ID="23" LANGUAGE="EN" NAME="Coveney (PPE-DE )." AFFILIATION="extra">
<P>
   – Signor Presidente, è mio vivo desiderio contribuire a questo dibattito al fine di sottolineare due punti essenziali.
Innanzi tutto, non c’è niente di scorretto nel commercio legittimo di armi e nelle esportazioni legittime di armi dell’UE, conformemente a un efficace codice di condotta.
<P>
In secondo luogo, elemento, questo, ancora più importante, il controllo effettivo delle esportazioni di armi è una parte essenziale di una politica coerente con gli obiettivi dell’UE in materia di pace, rispetto dei diritti dell’uomo e democrazia.
Come hanno detto in molti, le armi convenzionali uccidono oltre mezzo milione di persone l’anno, vale a dire una persona al minuto.
Nel mondo circolano 639 milioni di armi leggere, prodotte da oltre mille società in almeno 98 paesi.
E’ essenziale, quindi, che l’UE adotti una politica rigida sul codice delle armi che rispecchi i valori dell’UE, se vogliamo proporci come guida a livello globale su tale questione.
<P>
L’UE deve inoltre continuare a incoraggiare l’adozione di un codice di condotta internazionale.
L’esportazione di armi leggere, in particolare verso paesi terzi che non sostengono i valori della democrazia e dei diritti dell’uomo, crea maggiore instabilità, non solo nelle regioni dove le armi vengono esportate, ma nel mondo intero.
<P>
E’ un dato di fatto che le esportazioni incontrollate di armi minano la sicurezza mondiale.
Il codice di condotta volontario ha ottenuto un certo successo nell’UE; dobbiamo basarci su questo successo.
In futuro non basterà mantenere il codice di condotta sulle esportazioni di armi su base volontaria.
Appoggio la raccomandazione volta a rendere il codice volontario giuridicamente vincolante.
Questo sarebbe un passo coraggioso, il solo che possa permettere all’UE di aumentare il proprio controllo, in un modo più concreto, sulle esportazioni di armi dai paesi dell’UE.
<P>
Vorrei soffermarmi sulle raccomandazioni, contenute nella relazione, inerenti all’applicazione di una tassa sulle esportazioni di armi.
A mio avviso, se in Europa l’industria rispetta un codice di condotta vincolante e le uniche armi in commercio sono legittime e conformi a quel codice, allora è inopportuno oberare l’industria con una tassa .
<P>
Per quanto riguarda la revoca dell’ sulle armi in Cina, appoggio il parere del relatore secondo cui il divieto dovrebbe rimanere in vigore.
Ritengo che l’abolizione dell’ sulle armi, nell’immediato, sia ancora prematura, mentre accolgo con favore e sostengo sia il dialogo che lo sviluppo di una proficua relazione tra l’UE e la Cina.
<SPEAKER ID="24" LANGUAGE="LT" NAME="Aloyzas Sakalas (PSE )." AFFILIATION="embargo">
<P>
   – Signor Presidente, vorrei richiamare la sua attenzione sulla proposta del Consiglio di revocare l’ sulle armi alla Cina.
Vorrei chiedere a tutti voi: qualche Stato estero ha forse minacciato la Cina?
Se sì, quale?
Se no, allora perché un paese che è noto per la sua inosservanza dei diritti umani, la sua dittatura monopartitica e l’assenza dello Stato di diritto dovrebbe avere bisogno di armi moderne?
Da quando l’Unione europea ha deciso di fornire armi alle dittature comuniste?
Abbiamo visto come la Repubblica popolare cinese abbia minacciato e continui a minacciare con l’invasione militare uno Stato democratico come Taiwan.
<P>
Se vogliamo evitare di alimentare ulteriormente la tensione nella regione, allora dobbiamo approvare il documento elaborato dalla commissione per gli affari esteri, che raccomanda di non revocare l’ sulle armi alla Repubblica popolare cinese.
In caso contrario, potremo aspettarci un altro conflitto, al quale, sicuramente, reagiremmo con qualche tipo di nuova risoluzione.
Questa, però, non sortirebbe alcun effetto.
Quando si parla di un codice, occorre dire che dev’essere giuridicamente vincolante, perché altrimenti si tratta solo di un inutile mucchio di scartoffie.
<SPEAKER ID="25" LANGUAGE="EN" NAME="Van Orden (PPE-DE )." AFFILIATION="standard">
<P>
   – Signor Presidente, i conservatori britannici ritengono che il codice di condotta per le esportazioni di armi abbia funzionato bene come strumento politicamente vincolante da quando è entrato in vigore nel 1998, ma esiste ancora un margine di miglioramento e perfezionamento.
<P>
Tuttavia, siamo contrari a rendere il codice giuridicamente vincolante.
Ci rendiamo conto che spesso è necessario prendere le giuste decisioni politiche e che è meglio che queste vengano adottate da ministri politicamente affidabili anziché da giudici.
Alcune delle informazioni su cui si basano tali decisioni sono molto delicate e confidenziali e devono rimanere di dominio del governo.
Di certo non ci farebbe piacere che la Corte di giustizia europea venisse coinvolta in questo settore.
Ad ogni modo, un divieto giuridicamente vincolante offrirebbe semplicemente a determinati Stati l’ennesima occasione di esercitare la loro ipocrisia, come ad esempio è accaduto nel caso degli sforzi che alcuni di essi hanno compiuto al fine di eludere le sanzioni imposte dall’Unione europea ai regimi di Zimbabwe e Birmania o, anzi, nel caso dei tentativi di aggirare le sanzioni ONU in Iraq contro il regime di Saddam Hussein effettuati da altri Stati.
<P>
Se esaminiamo la relazione Romeva i Rueda, constatiamo che alcune delle disposizioni in essa contenute si rivelerebbero semplicemente controproducenti qualora venissero adottate.
Ad esempio, la relazione chiede che vengano pubblicate informazioni sul numero di licenze rifiutate, specificando le ragioni del rifiuto.
La pubblicazione di dati sulle domande di licenza respinte permetterebbe a produttori e commercianti di armi senza scrupoli di sapere quali sono i prodotti richiesti e da chi – un vero e proprio elenco di clienti per commercianti disonesti.
<P>
Nel Regno Unito disponiamo già di leggi adeguate, ma vogliamo incoraggiare altri Stati a soddisfare i nostri stessi elevati.
Potete stare certi che qualsiasi altra nuova legge dell’Unione europea verrebbe perfezionata e rigorosamente applicata dal Regno Unito, ma sarebbe ignorata da altri paesi.
In Europa dedichiamo moltissimo tempo a darci delle regole, ma il problema principale è costituito da paesi che non sono soggetti ad alcuno scrupolo né legge internazionale.
<SPEAKER ID="26" LANGUAGE="EN" NAME="Howitt (PSE )." AFFILIATION="embargo">
<P>
   – Signor Presidente, ogni anno le armi uccidono centinaia di migliaia di persone e provocano incalcolabili sofferenze umane.
Non solo le uccisioni illegittime in tempo di guerra sono in aumento, ma soldati, paramilitari e polizia fanno un cattivo uso delle attrezzature militari impiegandole per uccidere, ferire e commettere terribili atrocità contro i civili anche in tempo di pace.
<P>
Se le tendenze attuali verranno mantenute, entro il 2020 il numero di morti e feriti causati da guerre e atti di violenza sarà superiore a quello delle vittime provocate da malattie come la malaria e il morbillo.
Sebbene il codice di condotta sia stato accolto con favore come misura iniziale, i controlli sulle esportazioni all’interno dell’Unione europea presentano ancora molti punti deboli e lacune. Abbiamo bisogno della volontà politica con cui realizzare i cambiamenti necessari ad aumentare e inasprire i criteri del codice, a disciplinare la produzione autorizzata oltremare, ad applicare il codice a componenti di armi, a rafforzare gli sulle armi e a fare in modo che tutti gli Stati membri dell’Unione europea pubblichino relazioni annuali sulle esportazioni di armi, cosa che Austria, Grecia e Lussemburgo non hanno fatto.
In caso contrario, le regole continueranno a essere aggirate.
<P>
Ad esempio, in Nepal i componenti degli elicotteri utilizzati dalle forze di sicurezza contro i civili e i ribelli sono prodotti nell’Unione europea.
I motori tedeschi eludono gli europei passando dalla Birmania e dalla Cina, mentre la produzione di armi di piccolo calibro è stata trasferita in Malesia, un paese impegnato in programmi di esportazione massiccia di queste armi e che non è soggetto al codice di condotta dell’Unione europea.
<P>
Come ha già rilevato la misura operativa n. 11, queste azioni non devono fermarsi all’Europa.
I conservatori britannici predicano ipocritamente che gli altri devono fare ciò che essi sostengono venga fatto nel Regno Unito.
Sono orgoglioso di ciò che ha fatto il Regno Unito, ma voglio un Trattato internazionale sul commercio di armi, il quale non riceverà il sostegno dei conservatori britannici in questa risoluzione.
<P>
Vorrei infine appoggiare il parere espresso nel dibattito, secondo cui occorre superare molti ostacoli prima che l’ contro la Cina possa essere revocato.
Innanzi tutto, è fondamentale che qualunque decisione volta a revocare l’ non metta a repentaglio la stabilità nello Stretto di Taiwan.
In secondo luogo, dobbiamo comprendere appieno l’impatto che la revoca dell’ provocherebbe sul flusso di armi.
In terzo luogo, dobbiamo esprimere la nostra costante preoccupazione per la situazione dei diritti umani in Cina e qualunque decisione deve dipendere dai progressi compiuti nell’ambito del rispetto degli sui diritti umani.
<SPEAKER ID="27" LANGUAGE="EN" NAME="Nicolaï," AFFILIATION="Consiglio">
<P>
   . – Vorrei ringraziare tutti i deputati al Parlamento europeo per le loro osservazioni su questo importantissimo argomento.
Permettetemi di cominciare dalla delicata questione della Cina.
<P>
Sono stati espressi pareri forti sui diritti umani e su altri motivi di preoccupazione, come i conflitti regionali.
E’ stato evidenziato che il Consiglio non deve revocare l’ sulle armi alla Cina, punto su cui quasi tutti i deputati al Parlamento europeo presenti in Aula si sono pronunciati in maniera unanime.
L’onorevole Van Hecke ha fatto riferimento alla posizione olandese.
Ciononostante, tutti sanno che non sono qui in veste di rappresentante del governo olandese, ma della Presidenza del Consiglio.
Tuttavia, il governo dei Paesi Bassi deve fare i conti con un parlamento olandese molto critico, la cui posizione è pressoché identica a quella del Parlamento europeo.
Questo vale anche per altri paesi.
Ho ascoltato molto attentamente le vostre osservazioni e condivido molte delle preoccupazioni che avete espresso a questo proposito.
Sono le stesse che al momento vengono esternate anche in seno al Consiglio, e voglio che sia chiaro che, anche nel caso in cui l’ venga revocato, sarà applicata una politica restrittiva sulle esportazioni dell’Unione europea.
E’ importante esserne a conoscenza.
<P>
Riguardo al codice di condotta per le esportazioni di armi, molti deputati al Parlamento europeo hanno parlato dello di questo codice, sottolineando l’importanza che sia giuridicamente vincolante.
L’onorevole Van Orden, dal canto suo, si è soffermato sulla questione delle conseguenze giudiziarie e del possibile aumento del ruolo dei giudici, argomento che è oggetto di discussione anche in seno al Consiglio.
Capisco le vostre motivazioni, ma dovete sapere che in seno al Consiglio non c’è unanimità di vedute.
Il contenuto del codice e il modo in cui viene applicato sono più importanti del suo , che probabilmente non inciderebbe sulla politica di esportazione delle armi dei singoli Stati membri.
<P>
Sono d’accordo con l’onorevole Czarnecki, il quale ha sottolineato l’importanza che gli aspiranti Stati membri applichino il codice di condotta.
Questo è uno dei motivi per cui la Presidenza ha organizzato un seminario volto ad aiutare detti paesi al riguardo.
<P>
L’onorevole Agnoletto ha evidenziato l’importanza di indurre altri paesi – Federazione russa e Stati Uniti – ad aderire a questo codice.
Intratteniamo regolari contatti con tali paesi, al fine di ottimizzare la cooperazione in quest’ambito, rendendo così più efficiente la politica sulle esportazioni.
<P>
L’onorevole von Wogau ha sollevato la questione delle differenze nell’interpretazione dei criteri, punto che è effettivamente importante.
Sono d’accordo con lui e ho già detto al Parlamento che l’armonizzazione dell’applicazione dei criteri è un obiettivo importante.
<P>
In un altro intervento, l’onorevole Henin aveva formulato una domanda sui controlli postspedizione.
Come ho affermato nelle mie osservazioni iniziali, i controlli postspedizione sono essenziali per garantire che le armi vadano dove devono andare e non finiscano nelle mani sbagliate.
Diversamente dagli Stati Uniti, gli Stati membri dell’Unione europea non effettuano tali controlli, perlomeno non in maniera regolare e sistematica.
<P>
La questione è stata ritenuta prioritaria nella sesta relazione sulle esportazioni di armi dell’Unione europea.
La prima azione che gli Stati membri avvieranno nel prossimo futuro consisterà nell’organizzare un incontro con gli esperti statunitensi al fine di ricevere informazioni sul programma degli USA.
Sulla base di questo resoconto, gli Stati membri dovranno stabilire il modo migliore di portare avanti la questione sia a livello nazionale che congiuntamente.
<P>
Gli onorevoli Romeva i Rueda e Gomes hanno anche formulato una domanda che verteva sul regolamento sul commercio di strumenti di tortura.
Il Consiglio sta attualmente discutendo il progetto di regolamento.
<P>
L’onorevole Gomes ha inoltre chiesto delucidazioni sulla tassazione del commercio di armi.
Siamo a conoscenza dei vari suggerimenti avanzati a tale riguardo, compresi quelli proposti dagli Stati membri dell’Unione europea.
Tuttavia, al momento non si stanno discutendo proposte concrete in seno all’Unione.
<P>
Vorrei concludere con un’osservazione su ciò che ha detto l’onorevole Romeva i Rueda nel suo intervento introduttivo.
Da una parte egli ha rivolto i propri complimenti alla Presidenza per la revisione del codice di condotta, ma dall’altra ha affermato che questa non era sufficiente.
In un certo senso, sono d’accordo sul fatto che dovremmo andare oltre, e che questo non dev’essere l’ultimo passo.
Si tratta effettivamente di una prima revisione e noi dobbiamo continuare i nostri sforzi.
Apprezzo molto il forte impegno del Parlamento nei confronti della questione e l’attivo ruolo che ha svolto al riguardo.
<SPEAKER ID="28" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="DICHIARAZIONE SCRITTA (ARTICOLO 142 DEL REGOLAMENTO)">
<P>
   – La discussione è chiusa.
<P>
La votazione si svolgerà domani, alle 12.30.
<SPEAKER ID="29" LANGUAGE="ES" NAME="Pomés Ruiz (PPE-DE )," AFFILIATION="per iscritto">
<P>
   . – Dobbiamo difendere i valori della libertà e della democrazia con il legittimo uso della parola e la responsabile adozione di norme giuridiche.
<P>
Il fatto che la Repubblica popolare cinese sia un grande mercato non deve farci dimenticare che il suo regime politico ha ereditato quello che rimane un sistema di valori marcatamente comunista ed è ben distante dagli europei.
<P>
La popolazione di Taiwan continua a subire l’oppressione politica e l’isolamento economico imposti dalla Repubblica popolare cinese, che negli ultimi tempi ha nuovamente minacciato di ricorrere all’azione militare contro Taiwan.
<P>
Non sussistono le condizioni per una revoca dell’ sul commercio di armi.
Se nella situazione attuale si riesce appena a limitare la corsa agli armamenti della Repubblica popolare cinese, cosa succederebbe se l’ venisse revocato?
<P>
Inoltre, l’adozione di una simile misura sarebbe considerata come un’approvazione dell’attuale situazione di scontro e non metterebbe l’accento sulla necessità di avviare un dialogo politico tra la Repubblica popolare cinese e Taiwan.
Dobbiamo promuovere l’azione politica anziché l’azione militare.
<SPEAKER ID="30" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sulla missione Althea in Bosnia-Erzegovina.
<P>
Do nuovamente la parola al Presidente in carica del Consiglio Nicolaï.
<SPEAKER ID="31" LANGUAGE="EN" NAME="Nicolaï," AFFILIATION="intelligence">
<P>
   Signor Presidente, la politica europea di sicurezza e di difesa si trova alla vigilia di uno storico passo.
La prima operazione di gestione militare delle crisi, l’operazione Althea, avrà inizio il 2 dicembre.
Abbiamo compiuto grandi progressi nell’evoluzione della PESD e siamo passati dalla fase dei concetti e delle capacità alle azioni concrete.
Come per la prima missione di polizia UE, la prima operazione militare si svolgerà in Bosnia-Erzegovina.
<P>
I preparativi per il dispiegamento dell’operazione Althea, che avverrà dopo che la forza di stabilizzazione della NATO (SFOR) avrà lasciato la Bosnia-Erzegovina, sono in una fase ormai avanzata.
E’ stato approvato il concetto operativo, la forza è stata costituita e undici paesi terzi sono stati invitati a contribuire all’operazione.
Si è tenuta la prima riunione del comitato dei contributori e il piano operativo è stato approvato dal Consiglio.
<P>
L’Operazione Althea sarà guidata dall’UE e utilizzerà mezzi e capacità NATO.
Pertanto il Vicecomandante supremo delle forze alleate in Europa (DSACEUR) è stato nominato comandante dell’operazione all’inizio di luglio.
Il quartier generale operativo è stato fissato a Mons.
All’inizio di ottobre il quartier generale della forza a Sarajevo ha raggiunto la capacità operativa iniziale, in vista di raggiungere la piena capacità operativa all’inizio di dicembre, quando avverrà il passaggio dei poteri dalla SFOR.
<P>
Alcuni potrebbero forse ritenere che il trasferimento dell’operazione dalla SFOR all’UE sia un passo importante e rischioso e potrebbero nutrire perplessità in merito alle capacità della missione europea, ma si sbagliano, se non altro perché l’80 per cento del contingente SFOR è passato ad Althea, mentre il 20 per cento dei militari che partiranno, che sono statunitensi, sarà sostituito dalle forze europee aggiuntive.
Tutti gli Stati membri dell’Unione che attualmente partecipano alla SFOR continueranno a offrire il proprio contributo ad Althea.
Tuttavia, Althea non è soltanto un’operazione europea, vi parteciperanno anche paesi terzi quali Marocco, Bulgaria, Romania, Norvegia e Turchia.
Sono molto lieto che vi prendano parte anch’essi, perché in questo modo si dimostra che l’UE non è la sola a preoccuparsi della Bosnia-Erzegovina.
In quanto membri del comitato contributori, questi paesi hanno gli stessi diritti e gli stessi obblighi in termini di gestione quotidiana dell’operazione degli Stati membri che vi partecipano.
<P>
Non si è lesinato alcuno sforzo per garantire un passaggio senza intoppi dalla NATO all’UE e ciò include la ripartizione dei compiti tra Althea e il quartier generale residuo della NATO a Sarajevo, gli accordi sulla disponibilità e l’uso delle forze di riserva e la condivisione delle informazioni di .
L’Ufficiale comandante di EURFOR e il Comandante del quartier generale residuo della NATO avranno base nello stesso campo, per assicurare il coordinamento operativo.
<P>
La NATO rimarrà in ogni caso presente in Bosnia-Erzegovina.
Disponiamo pertanto di una riserva strategica NATO per il sostegno in caso d’emergenza, che può essere utilizzata sia dalla NATO sia dall’operazione Althea.
Si tratta di un buon esempio di uso pragmatico ed efficiente di risorse limitate e sottolinea inoltre la buona cooperazione tra UE e NATO.
Con la transizione dalla NATO all’UE si avvierà l’ultima fase della presenza militare.
L’accento non sarà più sulla prevenzione dello scontro interetnico bensì sull’assistenza alle riforme civili e militari, dopo di che la presenza militare potrà essere ritirata.
<P>
Con Althea contribuiamo alla sicurezza e alla stabilità della Bosnia-Erzegovina e ciò è importante per le riforme del paese.
Allo stesso tempo, l’operazione Althea rappresenta – oserei dire – l’ultimo elemento di una politica articolata dell’Unione europea per la Bosnia-Erzegovina e rientra nella nostra strategia di più ampio respiro per i Balcani.
Le attività combinate nel settore politico, economico, della sicurezza e dello sviluppo si rafforzeranno vicendevolmente.
La situazione nel paese ha un impatto diretto sulla regione e sull’UE.
Pertanto abbiamo un chiaro interesse alla sua stabilità e al suo prospero sviluppo.
Il coinvolgimento europeo non è soltanto nell’interesse di questo paese, ma anche nel nostro, e a fronte del nostro approccio coerente e globale è del tutto logico che l’UE abbia rilevato l’operazione NATO.
<P>
L’obiettivo ultimo è rimettere la Bosnia sui binari che la riavvicineranno all’Unione, e ciò si otterrà rafforzando il processo di associazione e stabilizzazione.
La missione militare europea, unitamente ad altre attività dell’UE quali la missione di polizia, la missione di monitoraggio e il programma di sviluppo CARDS, completeranno tale processo.
<P>
Quest’approccio globale riflette la nostra convinzione che il futuro della Bosnia è saldamente ancorato in Europa ed è l’esemplificazione del nostro impegno di lungo periodo.
Spetta ora al popolo bosniaco realizzare tale visione.
Alla fine dovrà decidere se aderire all’Unione politica ed economica europea.
Una simile scelta implica riforme fondamentali delle strutture statali, economiche e giudiziarie.
Allo stesso tempo il popolo bosniaco dovrà confermare la decisione di aderire alla comunità europea dei valori.
Tale decisione richiede un ambiente di tolleranza, dialogo, rispetto per le libertà religiose e una linea dura, a parole e nei fatti, contro l’impunità dei criminali di guerra.
<P>
La giusta volontà politica e il sostegno popolare dei bosniaci, di concerto con il nostro ruolo complessivo, potrebbero e dovrebbero consentire alla Bosnia di abbandonare il conflitto e di accedere a un futuro stabile e pacifico nel quale il nostro Rappresentante speciale Lord Ashdown svolgerà una funzione di crescente rilievo.
<P>
Concludo dicendo che la Bosnia-Erzegovina è sulla buona strada.
La sicurezza e la stabilità stanno aumentando e, con l’integrazione nelle strutture euroatlantiche, il paese si sta progressivamente allontanando dall’area di Dayton per avvicinarsi a quella di Bruxelles.
<P>
Tuttavia rimane ancora molto da fare, perché continuiamo a preoccuparci per la mancata cooperazione con il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia, in particolare da parte della Repubblica Srpska.
La cooperazione con il Tribunale è un criterio importante per stringere relazioni più strette con la NATO e l’UE e la Bosnia-Erzegovina dovrà dare dimostrazioni concrete.
Spero che le riforme della difesa e della polizia, uno dei compiti chiave di Althea, saranno proficue in tal senso.
In questo modo l’operazione Althea sarà ancora più vantaggiosa per la popolazione della Bosnia-Erzegovina nella sua ricerca di una pace durevole e giusta.
<SPEAKER ID="32" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Vicepresidente">
<SPEAKER ID="33" LANGUAGE="EN" NAME="Patten," AFFILIATION="impasse">
<P>
   Sono estremamente lieto di avere quest’opportunità d’intervenire brevemente sulla Bosnia-Erzegovina, a solo due settimane dal passaggio delle consegne ad EUFOR, il 2 dicembre.
Il lancio della missione Althea è un avvenimento importante, perché è la prima operazione militare significativa intrapresa a titolo della politica europea di sicurezza e difesa.
Il trasferimento dalla NATO ha richiesto discussioni lunghe e dettagliate, perché era cruciale che tutto funzionasse fin dall’inizio.
Ai colleghi Solana e de Hoop Scheffer va il merito di aver assicurato il successo dell’iniziativa.
<P>
So che alcuni saranno preoccupati che una missione militare completamente nuova in Bosnia possa inviare il segnale che questo paese continua a essere molto instabile.
Dal mio punto di vista non potrebbe essere più sbagliato trarre una simile conclusione.
Nella primavera scorsa, la riunione ministeriale del Consiglio del Nordatlantico ha preso atto del “miglioramento dell’ambiente di sicurezza in Bosnia-Erzegovina”.
Di conseguenza ha deciso di ridurre il numero dei militari destinati al contingente SFOR da 12 000 a 7 000.
Nel corso degli anni, mi sono recato più volte in visita in Bosnia, e posso testimoniare personalmente che nell’arco di questo periodo il paese si è trasformato.
<P>
Sarebbe paradossale considerare scontati gli indubbi miglioramenti realizzati.
Quello che è successo è che l’Europa – alla buon’ora, potrebbe commentare qualcuno – si sta assumendo sempre più la responsabilità diretta del proprio continente.
In ogni caso l’operazione sarà soggetta a un riesame a cadenza semestrale per valutarne la durata, nonché le dimensioni e la configurazione.
E’ fuori discussione mantenere in Bosnia un contingente se non è necessario: non appena le condizioni lo consentiranno, il contingente potrà essere ridimensionato e alla fine la missione sarà conclusa.
<P>
In questa fase, è importante riconoscere che il futuro europeo della Bosnia assumerà un’importanza sempre maggiore mano a mano che la presenza militare si ridurrà.
La Bosnia, al pari di tutti i paesi dei Balcani occidentali, ha una chiara prospettiva europea come potenziale paese candidato.
Nel novembre scorso la Commissione ha pubblicato uno studio di fattibilità che indicava 16 punti sui quali il paese deve compiere progressi significativi prima che si possa formulare al Consiglio europeo una raccomandazione volta ad avviare i negoziati su un accordo di stabilizzazione e associazione.
Nonostante i progressi compiuti da allora, sono deluso di concludere il mio mandato come Commissario senza poter dare il via libera alla Bosnia.
Spero vivamente che il mio successore, il Commissario Rehn, possa farlo nella prima fase del suo nuovo incarico.
Se così fosse, il Consiglio sarebbe tenuto ad accettare la sua valutazione e si dovrebbe concordare un mandato negoziale.
Solo a questo punto potrebbero iniziare i negoziati.
Non vi è motivo di escludere che ciò possa avvenire nel corso del 2005.
E’ necessaria una serie di requisiti perché la Bosnia possa compiere tale progresso in quest’orizzonte temporale.
<P>
Innanzi tutto, le autorità devono far avanzare la legislazione relativa ai 16 punti.
Si è fatto molto al riguardo, ma persiste l’ in settori quali l’IVA e il sistema pubblico di radiotelevisione.
<P>
Secondo, la Bosnia deve riconoscere che emanare leggi è un esercizio di scarsa utilità se queste non sono applicate correttamente.
Questo è un punto che lascia ancora molto a desiderare.
<P>
Terzo, nello studio di fattibilità la Commissione ha indicato che si aspetta un’adeguata cooperazione con l’Alto rappresentante per la sua agenda di riforma, come previsto dagli accordi di pace di Dayton-Parigi.
Un ambito cruciale in questo contesto è la riforma della polizia.
Nutro la sincera speranza che, entro la fine dell’anno, Wilfried Martens potrà riferire in merito a un accordo sui passi futuri da compiere in tale direzione.
<P>
Infine, la questione del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia.
La Bosnia-Erzegovina è un paese membro delle Nazioni Unite e firmatario degli accordi di Dayton.
Come ho avuto modo di precisare in svariate occasioni, non si può relativizzare il requisito assoluto della piena cooperazione con il Tribunale: ciò è fondamentale per le prospettive della Bosnia verso il processo di stabilizzazione e associazione.
E’ un cruciale per l’impegno della Bosnia a favore dei suoi obblighi internazionali e dello Stato di diritto, nonché una parte capitale del processo che deve consentire alle vittime delle atrocità di chiudere con il passato.
Lasciare che quanti sono accusati di terribili abusi contro i diritti umani rimangano a piede libero rende impossibile una vera riconciliazione tra le comunità.
La settimana prossima il Procuratore capo, Carla del Ponte, riferirà al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla cooperazione dei paesi dei Balcani occidentali con il Tribunale.
A tutt’oggi il Procuratore capo ha sempre affermato con chiarezza che la Repubblica Srpska non sta affatto cooperando.
E’ davvero deplorevole che nessuno degli accusati sia stato consegnato dalla Repubblica Srpska all’Aia, anche se le notizie di oggi riferiscono che alcune persone sospettate di crimini di guerra sono state arrestate dalla Repubblica Srpska e saranno lì processate.
E’ una buona notizia, ma la Repubblica Srpska sarà giudicata dalla comunità internazionale sulla base della sua cooperazione con il Tribunale in merito ai casi che rientrano nella giurisdizione di quest’ultimo.
Su questa materia Carla del Ponte riferirà al Consiglio di sicurezza.
Non ho motivo di presumere che il suo rapporto sulla Repubblica Srpska sarà positivo.
Se invece lo fosse, Lord Ashdown dovrà valutare la sua risposta.
Certamente è intollerabile che la prospettiva che tutto il paese compia progressi verso l’adesione all’Unione europea e alla NATO sia compromessa in questo modo.
Invito i politici della Repubblica Srpska ad agire subito per ottemperare ai propri obblighi.
Se non lo faranno, si renderanno responsabili delle eventuali conseguenze di tale inadempienza.
<P>
Onorevoli parlamentari, gli abitanti della Bosnia-Erzegovina sono quelli che più hanno sofferto per le guerre dei Balcani degli anni ’90.
Ora sono riemersi da questo terribile periodo e hanno una chiara occasione di costruire un vero paese con una reale prospettiva di entrare a far parte della nostra famiglia europea.
Ora che lascio la Commissione auguro loro tanto successo e sono ansioso di sentire dei loro progressi nei prossimi mesi.
<SPEAKER ID="34" LANGUAGE="DE" NAME="von Wogau (PPE-DE )," AFFILIATION="">
<P>
   Signor Presidente, onorevoli colleghi, il passaggio della responsabilità per la sicurezza della Bosnia-Erzegovina dalla NATO all’Unione europea, è un passo molto importante sulla strada verso l’identità della difesa europea.
Quest’operazione segue quelle avviate in Macedonia e nel Congo. Si tratta del terzo intervento di questo tipo e anche del più grande – vi partecipano 7 000 unità – dunque è il maggiore della nostra esperienza fino ad oggi.
<P>
Quale deve essere il nostro ruolo come Parlamento europeo?
Ebbene, il nostro compito è esercitare il controllo democratico, anche se, in questa fase, preferirei parlare di orientamento parlamentare.
Tuttavia, non possiamo eludere alcuni interrogativi: questa catena di comando è quella giusta ed è in grado di eseguire il lavoro?
Reggerà anche nei momenti di crisi?
La strumentazione e gli armamenti dei soldati inviati laggiù in che stato sono e sono compatibili tra loro?
Sono conformi ai requisiti?
<P>
Sarà altrettanto importante verificare come funziona la cooperazione con la NATO dopo i negoziati “Berlino Plus” e in particolare – una specialità dell’Unione europea e della sua strategia di sicurezza – come si combinano la dimensione civile e militare di quest’operazione di gestione delle crisi.
<P>
Riteniamo estremamente importante anche il tipo di finanziamento previsto per quest’operazione.
Ancora una volta abbiamo motivo di preoccuparci per l’emergere di bilanci ombra che non possono essere controllati da nessuno dei 25 parlamenti nazionali né dal Parlamento europeo.
Per questo motivo la risoluzione che adotteremo include anche la richiesta che le spese sostenute per l’operazione – nella misura in cui ciò è possibile in questa fase dello sviluppo costituzionale – siano a carico del bilancio europeo.
<SPEAKER ID="35" LANGUAGE="NL" NAME="Wiersma (PSE )," AFFILIATION="test">
<P>
   Signor Presidente, vorrei cogliere l’occasione per congratularmi con il Commissario Patten, che si è trattenuto con noi oltre la durata naturale del suo mandato, per il ruolo che ha svolto negli anni scorsi nei Balcani e in particolare nell’ex Jugoslavia.
Nonostante il suo parere poco roseo sull’accordo di stabilizzazione e associazione con la Bosnia-Erzegovina, penso che, fondamentalmente, sia positivo che l’Unione europea, dopo tutti questi anni, abbia realizzato l’ambizione di organizzare una grande operazione e, per giunta, nell’ex Jugoslavia.
In seguito agli accordi di Dayton del 1995, è stata la NATO ad assumersi la responsabilità come potenza di stabilizzazione in Bosnia-Erzegovina.
Ora che la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione sta prendendo forma, è una logica conseguenza che l’Unione europea si faccia carico della stabilità nel cuore del suo continente.
Dunque è di buon auspicio che l’Unione europea, alla fine dell’anno, prenda il posto della NATO come potenza di stabilizzazione in Bosnia-Erzegovina.
Althea è un importante per le ambizioni dell’Unione nell’ambito della difesa.
Questa operazione, che nella fase iniziale dispone di 7 000 uomini, è manifestamente più grande rispetto alle precedenti operazioni europee, come “Concordia” in Macedonia e “Artemis” in Congo.
In termini operativi la missione è il proseguimento della SFOR.
Althea ha il medesimo solido mandato, che, dal nostro punto di vista, è la migliore garanzia possibile per la sicurezza dei nostri soldati.
Si può attingere all’esperienza della NATO in Bosnia-Erzegovina, ma la responsabilità politica rimane dell’Unione europea, così che essa possa dimostrare di essere in grado di svolgere un ruolo esterno generale su una scala maggiore rispetto al passato.
<P>
Secondo la mia esperienza, la popolazione bosniaca è generalmente favorevole a questa missione.
Tutti coloro con cui ho parlato nella mia recente visita in Bosnia-Erzegovina vedevano di buon occhio un maggiore coinvolgimento dell’Unione europea.
Tuttavia, continuano a esistere tensioni tra le varie entità che costituiscono il paese, com’è stato già ricordato.
Mentre la Federazione croato-bosniaca si sta chiaramente avvicinando all’Europa sulla strada dell’adesione, la Repubblica Srpska è ancora riluttante a cooperare con il Tribunale dell’Aia.
L’operazione deve concorrere all’ulteriore stabilizzazione della situazione in Bosnia-Erzegovina.
Althea deve contribuire nel miglior modo possibile a costruire lo Stato della Bosnia-Erzegovina, lo Stato di diritto, la polizia, l’esercito e strutture democratiche stabili che consentano al paese di integrarsi nelle strutture europee.
L’obiettivo ultimo deve essere la capacità della Bosnia-Erzegovina di camminare con le proprie gambe in quanto Stato completo e integrale, e credo che questa debba essere l’ambizione dell’Unione europea.
<P>
Non è ancora stata fissata alcuna data per la fine della missione UE, ma l’intenzione non può essere quella di lasciare un contingente militare fino a quando la Bosnia sarà pronta per entrare nell’Unione europea.
Per il momento non esiste un orizzonte temporale realistico, ma l’adesione all’Unione è, per così dire, un’operazione più civile che militare.
Soltanto uno Stato funzionante, capace di garantire la propria sicurezza, può credibilmente candidarsi all’Unione europea.
<P>
L’obiettivo, perciò, è la normalizzazione, e quindi è anche necessario che il Consiglio europeo, che ha deciso questa missione, individui altresì, quanto prima, una qualche strategia d’uscita che potrebbe tranquillamente essere collegata al processo di stabilizzazione e associazione.
Una tale strategia d’uscita richiederà inoltre che l’UE aumenti il proprio coinvolgimento negli sviluppi in Bosnia-Erzegovina.
Soltanto se lavoriamo per il ritiro, l’operazione Althea può contribuire in modo significativo al conseguimento dell’obiettivo ultimo, cioè preparare la Bosnia-Erzegovina alla stabilità, come parte della struttura europea.
<SPEAKER ID="36" LANGUAGE="FI" NAME="Jäätteenmäki (ALDE )," AFFILIATION="">
<P>
   Signor Presidente, onorevoli colleghi, la situazione della sicurezza in Bosnia-Erzegovina è migliorata, ma il paese continua a essere instabile ed è necessaria una presenza internazionale.
La prossima operazione farà molto per avvicinare la Bosnia-Erzegovina all’Unione europea e rafforzerà il ruolo dell’Unione nei Balcani occidentali.
La proposta presentata è eccellente e l’onorevole Wiersma ha svolto un lavoro magnifico.
In qualità di relatore ombra per Althea, ho formulato alcune osservazioni sulla proposta di base e sono lieta che siano state prese in considerazione in sede di redazione.
<P>
E’ importante che in Bosnia-Erzegovina si agisca per combattere la criminalità organizzata e la tratta delle donne.
Desidero sottolineare quanto sarà importante garantire una rappresentanza più equilibrata dei gruppi etnici al momento di costituire le forze di polizia.
Ciò contribuirà ad aumentare la fiducia di tutti i gruppi nella regione e il loro impegno a mantenere l’ordine.
<P>
I criminali di guerra a piede libero devono essere catturati.
Gli accordi di Dayton devono essere applicati.
E’ una questione di credibilità ed è un compito che spetta al personale NATO.
Questa sarà la prima grande operazione militare guidata dall’Unione e dobbiamo controllarne da vicino i progressi.
Sarà importante seguire gli aspetti operativi e considerare chiaramente come ripartire le responsabilità.
<P>
L’Unione deve garantire che i soldati di Althea rispettino i diritti umani in tutte le loro sfaccettature.
L’Unione è impegnata a rispettare i diritti umani e deve dare prova di coerenza in tutte le azioni collegate alla missione Althea, sia che riguardino il trattamento dei prigionieri o dei detenuti o che siano di qualunque altra natura.
Una delegazione parlamentare ispezionerà l’operato della missione Althea l’anno prossimo e, oltre a tutte le sue altre responsabilità, dovrà anche avere l’occasione di valutare il rispetto dei diritti umani.
<SPEAKER ID="37" LANGUAGE="DE" NAME="Beer (Verts/ALE )," AFFILIATION="status">
<P>
   Signor Presidente, a nome del mio gruppo desidero porre in rilievo la fortunata coincidenza che tutti siamo concordi su quanto sia importante aver assunto questo mandato, non soltanto per l’Unione europea, ma anche per la Bosnia.
Se davvero ciò dovesse rivelarsi la pietra miliare cui lei ha fatto riferimento, Ministro Nicolaï, vorrei che compissimo, politicamente parlando, un ulteriore passo avanti, invitando espressamente il governo bosniaco a sollecitare da noi questa missione.
<P>
Abbiamo tutte le basi giuridiche per farlo, tramite la SFOR, cioè l’intervento militare che ha reso possibile, dopo dieci anni, questo progresso, questa stabilizzazione.
Quando discutiamo di come vediamo le prospettive future della Bosnia in Europa, non dovremmo forse mirare a raggiungere quanto abbiamo realizzato in Macedonia, il cui governo ci ha chiesto di essere presenti in questa finestra di transizione?
Ritengo che sarebbe un trionfo.
Dopo aver concluso il SOFA – l’accordo sullo delle forze armate – con gli altri Stati che ci hanno chiesto aiuto, perché non dovremmo concluderne uno anche con la Bosnia-Erzegovina?
<P>
Secondo, abbiamo bisogno di queste relazioni periodiche e spero che domani ne faremo un requisito vincolante.
Il Parlamento è impegnato in tal senso, perché tutti lo siamo da anni.
Non parliamo soltanto di intervento militare: l’anno prossimo cade il decimo anniversario dell’attacco contro Srebrenica e si celebrerà l’anniversario degli accordi di pace di Dayton e penso che questo chiarimento sia dovuto da parte nostra.
Spero che seguiremo gli auspici del Commissario Patten, e che presteremo maggiore attenzione al futuro della Bosnia.
<SPEAKER ID="38" LANGUAGE="NL" NAME="Belder (IND/DEM )," AFFILIATION="">
<P>
   Signor Presidente, alla luce di quanto sta accadendo oggi è difficile affermare che l’intervento europeo nei Balcani occidentali sia stato un successo strepitoso.
Per portare stabilità a quelli che una pubblicazione tedesca ha eloquentemente definito “i Balcani senza pace”, è stato necessario l’aiuto d’oltre Atlantico.
La conclusione è che la NATO non è lì per nulla.
Il fatto che la NATO sia ancora presente e coinvolta nella missione europea Althea in Bosnia-Erzegovina in qualche modo continua a rassicurarmi.
In realtà, tutta quest’operazione, che noi definiamo “europea”, si fonda sulla cooperazione transatlantica alla base dell’accordo “Berlino Plus” tra l’Unione europea e la NATO.
Ciò che mi porta a questa conclusione è la lettera del 9 novembre della Presidenza olandese al parlamento olandese.
L’Europa ha poco da vantarsi della missione Althea.
Inoltre, sono convinto che essa aggiunga un altro grande punto interrogativo sull’utilità e l’opportunità di una politica di sicurezza e di difesa europea.
Una simile ambizione di potere può finire per indebolire e minare la NATO e poi, Ministro Nicolaï, per utilizzare un modo di dire olandese, in Europa siamo tutti lontani da casa.
<SPEAKER ID="39" LANGUAGE="" NAME="Poli Bortone (UEN )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, nel ringraziare il collega Wiersma per la completezza e la qualità della sua relazione, voglio sottolineare a nome del gruppo UEN l’importanza che questa missione militare di pace dell’Unione europea riveste nella delicatissima area della Bosnia Erzegovina.
<P>
Si tratta della prima volta per l’Unione, al di là del fatto simbolico che permetterà ai 7 000 militari già operativi sotto l’egida della NATO di fregiarsi ora del simbolo a dodici stelle sulle maniche della loro divisa, la missione vuol comunque significare più Europa, quindi una maggiore visibilità dell’Unione nei Balcani.
<P>
Se negli anni novanta, quando sono scoppiati l’uno dopo l’altro i sanguinosi conflitti etnici nella regione, ci si domandava dove fosse l’Europa e se c’è stata una dolorosa assenza da parte nostra, oggi siamo testimoni di una presenza e di una attenzione adeguata alle circostanze da parte delle nostre istituzioni.
<P>
I 7 000 militari arriveranno in Bosnia forti, prima ancora che delle armi, soprattutto delle loro competenze, della loro umanità, della loro disponibilità verso le popolazioni locali.
Queste ultime sono consapevoli della necessità di una presenza militare sul territorio, in questa delicata fase di stabilizzazione del paese, e sono quindi pronte ad accoglierli con grande favore.
Questi militari non arrivano soli in un territorio sconosciuto.
Con loro, in Bosnia, ci sono le Istituzioni, la Commissione, l’Alto rappresentante dell’Unione – che da due anni e mezzo lavora come vero governatore illuminato in Bosnia, nel tentativo non facile di assicurare la costruzione di uno Stato di diritto in un quadro rinnovato di pacifica convivenza fra le tre maggiori etnie del paese.
<P>
C’è infine questo Parlamento, che con la sua delegazione guidata dall’infaticabile presidente Pack, segue da vicino gli avvenimenti in Bosnia, come dimostra fra le altre cose la recente visita effettuata in questo paese.
Tale visita è servita per ribadire ai membri del Parlamento della Bosnia Erzegovina princìpi e percorsi di avvicinamento all’Unione europea.
Oggi nell’ottica dell’accordo di associazione e di stabilizzazione e un domani, non ancora prevedibile nel tempo, in prospettiva della futura adesione .
<P>
Tutto questo, comunque, non deve illudere.
Passi importanti sono stati compiuti in Bosnia sulla via della stabilizzazione.
Il desiderio di normalizzazione è palpabile in molte zone del paese e la voglia di dimenticare il passato e pensare al futuro appartiene a tutti i suoi abitanti.
Dei sedici punti previsti nello studio di fattibilità, molti sono stati già tradotti in norma.
<P>
E’ giusto ed è confortante notarlo, ma resta ancora molto da fare.
La missione militare di pace dal 2 dicembre sotto l’egida dell’Unione è lì per questo.
<SPEAKER ID="40" LANGUAGE="DE" NAME="Stenzel (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, vorrei cogliere quest’occasione per accomiatarmi da lei e per ringraziarla sentitamente per la sua cooperazione nel corso di tutti questi anni.
Lei si è dedicato in particolare ai Balcani occidentali e avrei preferito che, a dieci anni dalle guerre dei Balcani, l’Unione europea non avesse la necessità di organizzare altre operazioni di sostegno militare.
Come l’Alto rappresentante Solana ebbe modo di affermare una volta, anche se tanti anni fa, questo è un fronte di cui dovremo occuparci per qualche tempo ancora, un fronte in Europa, sulla nostra soglia di casa, più vicino di qualunque altra regione di crisi, che si tratti del Sudan o della Costa d’Avorio, per quanto possa dispiacerci di queste crisi e a prescindere dalla nostra responsabilità al riguardo.
<P>
Althea, però, è qualcosa di più: è il banco di prova per un ruolo visibile dell’Unione in Bosnia-Erzegovina, ora che per la prima volta rileva i compiti svolti dalla NATO.
Questa missione è parte di un approccio coordinato e coerente che comprende anche il processo di stabilizzazione e associazione che, spero, avanzerà, considerato il fatto preoccupante che sedici punti sono ancora in sospeso.
<P>
Anche se la Bosnia-Erzegovina ha bisogno della prospettiva europea, che è ciò che Althea deve contribuire a garantire, l’elemento essenziale rimane l’esistenza di una chiara catena di comando che prevenga inutili doppioni tra NATO e Althea e chiarisca il più possibile chi impartisce gli ordini e chi li riceve.
Quindi anche la cooperazione tra Althea e NATO è sotto esame.
E’ deplorevole che il finanziamento sia previsto al di fuori del bilancio ordinario dell’Unione, e che dunque il Parlamento europeo non sia coinvolto come dovrebbe.
Alla luce di tutti questi aspetti, accolgo con favore la relazione e posso assicurare a nome del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei che voteremo a favore.
<SPEAKER ID="41" LANGUAGE="EN" NAME="Ludford (ALDE )." AFFILIATION="in loco">
<P>
   – Signor Presidente, mi rallegro del passaggio a un’operazione militare europea in Bosnia-Erzegovina e plaudo altresì al fatto che Lord Ashdown promuoverà il coordinamento politico dell’Unione europea in generale e, nello specifico, sarà il consulente politico della forza europea.
<P>
Il contingente SFOR della NATO è stato criticato da a causa delle violazioni dei diritti umani.
Lord Ashdown avrà un ruolo importante nel garantire che la missione Althea EUFOR non proceda ad arresti arbitrari e non pratichi maltrattamenti a danno dei detenuti.
Vorrei sollecitare l’attribuzione della giurisdizione sul suo operato al mediatore dei diritti umani in Bosnia-Erzegovina.
Spero altresì che l’assunzione di responsabilità militare da parte dell’Unione europea porterà a compiere un energico sforzo al fine di ricercare i criminali di guerra e consegnarli all’Aia.
<P>
Infine, vorrei una garanzia di tolleranza zero nei confronti degli abusi sessuali, dello sfruttamento e dell’uso di prostitute che sono vittime della tratta.
<P>
E’ giunto, alla fine, il momento di salutare il Commissario Patten, ma sono ansiosa di lavorare con lui nella campagna per il “sì” alla Costituzione nel Regno Unito.
<SPEAKER ID="42" LANGUAGE="DE" NAME="Kallenbach (Verts/ALE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, se vogliamo un futuro migliore, è buona cosa tenere sempre a mente il passato.
Fino a non molto tempo fa, non si parlava d’altro che delle espulsioni, degli omicidi e della pulizia etnica nei Balcani occidentali, nel cuore dell’Europa, mentre l’Unione europea, come paralizzata, era incapace di avviare qualunque azione per prevenire simili accadimenti.
Per quanto sia dolorosa la memoria di Srebrenica, Mostar o Banja Luka, è giusto ricordare. L’ex presenza militare sotto la guida della NATO avrà forse portato una certa stabilità in Bosnia-Erzegovina, ma dobbiamo essere consapevoli di quanto è fragile questa stabilità.
<P>
E’ positivo che con questa prima importante missione militare congiunta con un mandato esteso l’Unione si assuma una maggiore responsabilità in questa parte dell’Europa, con l’obiettivo di lungo periodo di garantire che la Bosnia-Erzegovina possa essere stabile, pacificata, multietnica e capace di cooperare a livello regionale e internazionale.
Sarà un ulteriore banco di prova per l’Europa, e anche per le decisioni che molto probabilmente dovranno essere prese l’anno prossimo in quest’ambito e riguarderanno anche il Kosovo.
<P>
Desidero però anche lanciare un appello a quest’Aula perché includa nelle prospettive finanziarie un sostegno di questo tipo, oltre a prevedere misure per lo sviluppo economico e le spese.
<SPEAKER ID="43" LANGUAGE="DE" NAME="Pack (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, avrei soltanto qualche commento da formulare sulla questione centrale.
Il primo è che, in qualità di presidente della delegazione per le relazioni con l’Albania, la Bosnia-Erzegovina e la Serbia e Montenegro (incluso il Kosovo), sono lieta che la missione militare – che è ancora necessaria – ora sia a guida europea e sostenga il grande impegno finanziario e civile profuso dell’Unione sotto la conduzione del Commissario Patten.
<P>
La seconda osservazione è che il passaggio dalla missione SFOR ad EUFOR è benaccetto anche in Bosnia-Erzegovina.
Ciò evidenzia davvero quanto siano strettamente intrecciati il destino della Bosnia-Erzegovina e il nostro.
Il successo della nostra missione – politico, economico e militare – è una cartina di tornasole per la nostra politica estera e di sicurezza.
<P>
Terzo, i compiti di EUFOR dovrebbero essere chiaramente definiti.
La forza europea non dovrebbe intromettersi, se non è necessario, nei procedimenti giudiziari interni.
In questi paesi, la polizia e il sistema giudiziario sono ormai in grado di perseguire gli autori dei reati comuni e di assicurarli alla giustizia.
L’arresto di criminali di guerra quali Mladic e Karadzic dovrebbe altresì continuare a essere compito del residuo contingente NATO, e specialmente dei serbi della Repubblica Srpska.
Anche se né gli uni né gli altri hanno dimostrato finora tanto entusiasmo in tal senso, e la Repubblica Srpska ha addirittura fatto ostruzionismo, EUFOR dovrebbe avere altre mansioni da svolgere.
<P>
Quarto, come sarà organizzata la cooperazione tra la missione di polizia ed EUFOR?
<P>
Il quinto punto che vorrei rilevare riguarda una questione che ha cominciato a preoccuparmi negli ultimi anni, e cioè se i militari del contingente EUFOR sono informati in merito ai problemi legati alla tratta delle donne e alla prostituzione forzata.
Esiste un contesto etico? Quando, dove e chi punirà gli illeciti?
La Bosnia-Erzegovina non è soltanto un paese di transito ma anche di destinazione, non da ultimo a causa della presenza internazionale.
<P>
La mia sesta osservazione è che il nome corretto della missione è EUFOR.
Perché allora denominarla Althea, come la donna mitologica associata al sangue, alla ritorsione e alla vendetta, e che alla fine si toglie la vita?
Che cosa aveva in mente la persona che ha pensato a questo nome?
Un pizzico di sensibilità sarebbe stato appropriato.
In una regione dove stiamo lavorando per contrastare la vendetta e la rivalsa c’era da aspettarsi di meglio.
Inoltre EUFOR è il nome con cui la missione viene già accolta con grandi cartelloni a Sarajevo, quindi atteniamoci a questo e cestiniamo la denominazione Althea.
<SPEAKER ID="44" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Vicepresidente">
<SPEAKER ID="45" LANGUAGE="EN" NAME="Nicolaï," AFFILIATION="(Applausi)">
<P>
   Signor Presidente, ringrazio gli onorevoli parlamentari per le osservazioni.
Trattandosi di riflessioni, più che di domande, sarò breve.
<P>
La maggior parte degli onorevoli parlamentari intervenuti ha convenuto che l’iniziativa che vogliamo intraprendere in Bosnia-Erzegovina è un passo importante per la politica di sicurezza e difesa dell’Unione europea.
Concordiamo anche sull’importanza che tale azione riveste sia per la Bosnia-Erzegovina che per l’Unione, in virtù della prospettiva europea di questo paese.
Gli onorevoli von Wogau e Wiersma sono stati molto eloquenti in proposito.
<P>
Alcuni, in particolare l’onorevole von Wogau, si sono interrogati sulla catena di comando, che vado a illustrare.
Il Vicecomandante supremo delle forze alleate in Europa (DSACEUR) è il comandante delle operazioni; egli è supportato da un’operazione UE, il cui quartier generale è sito a Mons, presso quello della NATO, come dicevo prima.
Sotto il Vicecomandante supremo delle forze alleate in Europa abbiamo un elemento di comando UE a Napoli, presso il quartier generale regionale NATO, che è incaricato dell’operazione regionale nei Balcani.
<P>
Il comandante di campo fa capo direttamente a quest’elemento di comando e perciò si tratta di una struttura militare molto completa.
Come per tutte le operazioni dell’Unione europea, il comitato politico e di sicurezza esercita il controllo politico e assicura la direzione strategica.
Quanto agli armamenti, come ho già detto si tratta degli stessi militari con gli stessi armamenti.
<P>
Concordo con l’onorevole Poli Bortone e altri che sono stati compiuti dei progressi, ma molto rimane da fare.
Oltre alla cooperazione con il Tribunale per l’ex Jugoslavia (ICTY), che ho già menzionato, e le riforme interne, spero davvero che la Bosnia-Erzegovina diventi anche più attiva nella cooperazione regionale.
<P>
La Croazia ha compiuto grandi passi avanti e potrebbe essere un esempio in diversi ambiti – ad eccezione forse dell’ICTY, come sentiremo dal Procuratore capo, Carla Del Ponte, il 23 novembre.
<P>
Concludo con una breve ma significativa nota: a nome della Presidenza desidero davvero ringraziare il Commissario Patten per il ruolo importante che ha svolto nei Balcani.
Come egli ha affermato, tutti siamo ansiosi di vedere insediata una nuova Commissione e un nuovo Commissario, su cui il Parlamento deciderà giovedì, ma sentiremo la mancanza del Commissario Patten.
<SPEAKER ID="46" LANGUAGE="DE" NAME="Pack (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente in carica del Consiglio, non ho soltanto pronunciato un discorso, le ho anche rivolto due domande.
Le ho chiesto in che misura i soldati sono preparati a questo compito difficile, in particolare per quanto riguarda la tratta delle donne e la prostituzione forzata, e le ho chiesto come e dove i soldati saranno giudicati o chiamati a rispondere, se ciò si renderà necessario.
Secondo, le ho chiesto se state vagliando la possibilità di eliminare il nome Althea, che è orribile e ha causato problemi nella regione.
Sono due domande importanti e mi piacerebbe avere una risposta.
<SPEAKER ID="47" LANGUAGE="EN" NAME="Nicolaï," AFFILIATION="">
<P>
   Non posso aggiungere molto.
Ho cercato di fornire spiegazioni in merito alla prima domanda e anche a quella posta dall’onorevole von Wogau.
Quanto alla seconda domanda, è una tradizione scegliere figure greche, romane o latine come nomi per le operazioni e le attività.
Immagino che la scelta sia dovuta a questa ragione.
<SPEAKER ID="48" LANGUAGE="EN" NAME="Ludford (ALDE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, come l’onorevole Pack anch’io ho formulato alcune domande specifiche, una delle quali era simile a quella della collega e mirava a ottenere garanzie sul non utilizzo delle prostitute che sono vittime del traffico.
Non si tratta di una questione banale, ma di un punto davvero importante.
<P>
Secondo, ho chiesto se il mediatore per i diritti umani della Bosnia-Erzegovina avrà giurisdizione sulle attività EUFOR, allo scopo di evitare il tipo di critiche rivolte alla SFOR in materia di arresti arbitrari e maltrattamenti a danno dei detenuti.
Sono domande molto puntuali e sarei grata alla Presidenza se volesse rispondere.
<SPEAKER ID="49" LANGUAGE="EN" NAME="Nicolaï," AFFILIATION="Consiglio">
<P>
   . – Signor Presidente, sfortunatamente non posso rispondere alla seconda domanda in modo sufficientemente preciso.
<P>
In merito alla prima, sono perfettamente d’accordo con la rilevanza della riflessione e con il problema in sé.
<SPEAKER ID="50" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – La discussione termina dopo la presentazione di una proposta di risoluzione della commissione per gli affari esteri.
<P>
La votazione si svolgerà mercoledì, alle 12.30.
<SPEAKER ID="51" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – L’ordine del giorno reca, in discussione congiunta:
<P>
– la relazione (A6-0031/2004), presentata dall’onorevole Anders Samuelsen a nome della commissione per gli affari esteri, sulla proposta di regolamento del Consiglio che modifica il regolamento (CE) n. 2667/2000 del Consiglio relativo all’Agenzia europea per la ricostruzione
<P>
e
<P>
– la relazione (A6-0032/2004), presentata dall’onorevole Mechtild Rothe a nome della commissione per gli affari esteri, sulla proposta di regolamento del Consiglio che istituisce uno strumento di sostegno finanziario per promuovere lo sviluppo economico della comunità turcocipriota.
<SPEAKER ID="52" LANGUAGE="EL" NAME="Dimitrakopoulos (PPE-DE )." AFFILIATION="Tabling Office">
<P>
   – Signor Presidente, mi scuso se mi intrometto prima che si inizi a discutere l’importante relazione dell’onorevole Rothe, ma chiedo la parola adesso perché la mozione di procedura che intendo presentare è pertinente.
<P>
Secondo alcune mie informazioni, che vi sarei oltremodo grato se poteste verificare, il servizio della plenaria noto come ha presentato, o intende farlo, un ordine arbitrario degli emendamenti riguardanti la relazione dell’onorevole Rothe.
Quando l’ho scoperto, ho urlato con quanto fiato avevo in gola e, siccome qui i muri hanno orecchie, il servizio dovrebbe già esserne al corrente e aver quindi apportato la necessaria modifica.
In caso contrario chiedo, sempre – come dicevo – che la modifica non sia già stata apportata, che si comunichi al Segretario generale aggiunto, signor Rømer, di procedere in tal senso, rammentandogli che, quando abbiamo votato per l’istituzione del sotto la precedente Presidenza, abbiamo chiarito che il servizio in questione non avrebbe avuto alcuna giurisdizione politica.
Se avete visto l’ordine degli emendamenti che ho qui sotto gli occhi, sono certo che giungerete alla conclusione che la scelta del cela un espediente politico che intendo denunciare.
Per concludere, ripeto che, se il servizio non ha ancora apportato la modifica e non intende farlo, solleverò la questione in sede di Conferenza dei presidenti dei gruppi politici.
<SPEAKER ID="53" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – La ringrazio per la sua mozione di procedura.
Le assicuro che verificheremo la questione.
<SPEAKER ID="54" LANGUAGE="EL" NAME="Matsis (PPE-DE )." AFFILIATION="(Il Presidente interrompe l’oratore)">
<P>
   – Signor Presidente, per quanto riguarda il sostegno alla comunità turcocipriota, che si batte da tempo, desideriamo che la questione si appiani senza incontrare ulteriori problemi.
<P>
La commissione per i bilanci del Parlamento ha deciso, a mio avviso alquanto a ragion veduta, che il sostegno finanziario alla comunità turcocipriota dovrebbe essere erogato a titolo della rubrica 3, in altre parole nel quadro della rubrica per gli aiuti destinati agli Stati membri dell’Unione europea.
Ora vengo a sapere che la Commissione europea ha raccomandato di finanziare il sostegno a titolo della rubrica 7, ossia nell’ambito della rubrica degli aiuti di preadesione…
<SPEAKER ID="55" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – Mi dispiace, ma non si tratta di un richiamo al Regolamento.
<SPEAKER ID="56" LANGUAGE="EN" NAME="Patten," AFFILIATION="Commissione.">
<P>
   – Signor Presidente, nel corso della mia esposizione sarà mia cura cercare di rispondere in modo estremamente concreto a nome della Commissione al richiamo al Regolamento sollevato dall’onorevole deputato e di illustrare con chiarezza il motivo per cui l’Esecutivo ritiene che la rubrica 7 sia la scelta adeguata per quanto riguarda l’imputazione del sostegno in oggetto.
Se l’onorevole deputato può attendere un attimo e prestare orecchio a quanto ho da dire, potrà rivelarsi utile per lui ricevere le informazioni necessarie per qualsiasi successivo richiamo al Regolamento intenda sollevare.
<P>
Affronterò congiuntamente la questione relativa alla proroga del mandato dell’Agenzia europea per la ricostruzione fino al termine del 2006 e le proposte avanzate dalla Commissione in merito al sostegno a Cipro del Nord.
C’è un nesso tra i due argomenti e tenterò di spiegarlo nel corso di questo intervento.
<P>
Desidero iniziare congratulandomi con l’Agenzia e con Richard Zink per l’encomiabile lavoro svolto a partire dal 2000, che li ha visti impegnati nello sforzo di prestare aiuto alla Serbia e Montenegro, compresi il Kosovo e l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia.
L’Agenzia era stata istituita con l’obiettivo di fornire sostegno in tempi rapidi e con strumenti efficaci a quelle comunità che ne avevano urgente necessità, ed è esattamente ciò che è avvenuto.
Da una valutazione esterna condotta da esperti indipendenti è emerso che l’Agenzia per la ricostruzione ha operato in modo eccellente nel rispetto di quanto previsto dal suo mandato originario.
Se i presenti in Aula si ricordano, a gettare le basi per la creazione dell’Agenzia, che risale al febbraio 2000, è stata una della Commissione preposta ai programmi per il Kosovo, istituita nel luglio 1999 proprio a ridosso della fine del conflitto.
Da allora le posizioni chiave di tale organismo sono state affidate a funzionari della Commissione distaccati che vantavano una lunga esperienza nel campo della gestione degli aiuti.
I risultati estremamente positivi ottenuti dall’Agenzia hanno indotto la Commissione a proporre di mantenerla così com’è stata ideata fino alla fine del 2006, data di scadenza anche dell’attuale programma di assistenza per i Balcani occidentali, ossia il programma CARDS.
<P>
Sulla base di questo esame positivo, la Commissione non ha proposto alcuna modifica sostanziale all’attuale regolamento dell’Agenzia.
L’Esecutivo ha tuttavia prestato molta attenzione agli emendamenti avanzati dalla commissione per gli affari esteri, e in particolar modo all’idea che suggerisce che la Commissione presenti entro il giugno 2005 una relazione sul futuro dell’Agenzia.
<P>
Sono certo che l’Aula apprezzerà il fatto che l’importante dibattito sulle nuove prospettive finanziarie comunitarie per il periodo 2007-2013 inciderà sulle modalità di erogazione degli aiuti ai Balcani occidentali.
Riteniamo pertanto che sia realistico fissare come scadenza la fine del 2005 anziché la metà del 2005.
Inoltre, per rispondere a quanto chiesto dalla commissione e per eliminare qualsiasi dubbio riguardo al futuro dell’Agenzia, faremo in modo che la Commissione presenti una proposta in merito alla proroga del mandato oltre il 2006 al più tardi il 31 marzo 2006.
<P>
Per ragioni formali, non abbiamo ritenuto valida da un punto di vista giuridico la richiesta che imponeva la stesura di una relazione che indicasse la ripartizione dei compiti tra le nostre delegazioni e i centri operativi dell’Agenzia europea per la ricostruzione.
Il fatto che nello stesso paese siano presenti sia l’Agenzia che le delegazioni richiede una stretta cooperazione affinché vi sia la certezza che l’assistenza da noi prestata non si disperda in alcun modo.
Ci siamo impegnati a fondo per far sì che nessuna difficoltà venga trascurata, ma affrontata, e abbiamo modificato le procedure amministrative di conseguenza.
Tuttavia, non verrà meno la nostra disponibilità a confrontarci con la commissione per gli affari esteri in merito a qualsiasi aspetto concreto che secondo la commissione potrebbe ostacolare l’operato dell’Agenzia.
<P>
Vorrei sottolineare ancora una volta il lavoro di estrema importanza svolto dall’Agenzia.
Quando nell’autunno del 1999 ho assunto il mandato di Commissario, ci chiedevamo se saremmo stati in grado di prestare assistenza nei Balcani occidentali con sufficiente rapidità, un interrogativo che suscitava non poca preoccupazione.
L’Agenzia ha esaurito il compito con grande competenza e desidero rinnovare le mie congratulazioni a tutti coloro che sono si sono impegnati al riguardo.
<P>
Onde non pregiudicare l’esecuzione effettiva e l’operato dell’Agenzia nei Balcani occidentali, abbiamo altresì ritenuto saggio portare avanti la proposta originale di prolungarne il mandato e di non attendere il risultato definitivo delle discussioni del Consiglio in merito al pacchetto di aiuti finanziari per la comunità di Cipro del Nord e sull’ampliamento della portata geografica dell’organismo in parola.
<P>
Poiché l’attuale mandato dell’Agenzia scade alla fine del prossimo mese, oggi è fondamentale che il Parlamento esprima un parere positivo, perché tale risultato ci consentirebbe di proseguire il programma di assistenza nell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia e in Serbia e Montenegro, compreso il Kosovo.
<P>
Vorrei ora tornare ad affrontare la questione delle proposte della Commissione relative agli aiuti da erogare a Cipro del Nord, nel tentativo di rispondere al richiamo al Regolamento sollevato poc’anzi dall’onorevole deputato.
Come l’Aula ben sa, a seguito dell’insuccesso del del mese di aprile sulla riunificazione di Cipro, a proposito del quale condivido appieno quanto affermato dal mio collega, il Commissario Verheugen, il Consiglio aveva invitato la Commissione ad avanzare una serie di proposte globali intese a porre fine all’isolamento della comunità turcocipriota.
Il 7 luglio la Commissione ha adottato di conseguenza un pacchetto globale di misure commerciali e di aiuto, volto a dar seguito alla richiesta del Consiglio.
Sebbene oggi il nostro dibattito si limiti allo strumento finanziario oggetto della relazione Rothe, vorrei ribadire nuovamente l’importanza del pacchetto sotto il profilo politico, che mira ad agevolare la riunificazione di Cipro grazie al sostegno finanziario e a scambi commerciali a condizioni preferenziali.
<P>
L’Esecutivo ha proposto un regolamento del Consiglio che istituisce uno specifico strumento giuridico di sostegno finanziario per promuovere lo sviluppo economico della comunità turcocipriota per un importo pari a 259 milioni di euro da erogare nel periodo 2004-2009.
<P>
Premesso ciò, vorrei spiegare all’onorevole deputato il motivo per cui reputiamo che sia corretto finanziare questo genere di assistenza a titolo della rubrica 7.
Lo strumento finanziario mira ad agevolare la riunificazione di Cipro incoraggiando lo sviluppo economico, con un particolare accento sull’integrazione economica dell’isola grazie all’avvicinamento e all’allineamento con l’ comunitario, soprattutto tramite TAIEX, nonché al miglioramento dei contatti tra le due comunità e con l’Unione europea.
La maggior parte delle attività sarà pertanto analoga a quelle di preadesione finanziate nel quadro della rubrica 7, che riteniamo sia la più adeguata sotto il profilo finanziario per questo specifico genere di assistenza.
<P>
Si attribuirà priorità agli investimenti nei settori delle infrastrutture, dei trasporti, compresi i collegamenti tra le due comunità, e a progetti ambientali quali lo smaltimento dei rifiuti, il trattamento delle acque reflue e il miglioramento della fornitura idrica, la qualità dell’acqua e il sistema di erogazione.
Un altro aspetto prioritario sarà lo sviluppo rurale, al pari delle misure da adottare a favore delle piccole e medie imprese.
Tra gli altri obiettivi si annoverano la politica sociale, i piani programmatici per il mercato del lavoro, la formazione professionale e il trattamento dei lavoratori immigranti illegali, ma anche la riconciliazione, misure atte a creare un clima di fiducia e progetti bicomunali.
<P>
Per quanto attiene all’esecuzione dei fondi, la Commissione ha esaminato in modo approfondito i vari pareri espressi in merito.
Proponiamo pertanto che alla Commissione venga consentito di affidare all’Agenzia europea per la ricostruzione l’esecuzione dei grandi progetti di infrastrutture a titolo del presente regolamento e, al riguardo, la relazione Samuelsen, anch’essa oggetto dell’odierna discussione, prende in considerazione la modifica dello statuto dell’Agenzia.
<P>
E’ indubbio che la soluzione dell’Agenzia in quanto a economia, efficienza ed efficacia sia la più valida, in quanto permetterebbe alla Commissione di fornire assistenza in tempi rapidi alla comunità turcocipriota una volta adottato il regolamento.
<P>
La Commissione accoglie con favore il sostegno manifestato dal Parlamento allo strumento finanziario illustrato nella relazione Rothe sulla proposta di regolamento.
Passando agli emendamenti presentati, ritengo che l’Aula non ignori che sono già stati dibattuti a fondo in sede di commissione per gli affari esteri e di commissione per i bilanci.
L’Esecutivo ringrazia le commissioni in questione per le proposte avanzate e afferma di poter accogliere la sostanza della maggior parte di esse.
<P>
Nondimeno, gradirei cogliere questa opportunità per sottolineare che, a nostro avviso, è deplorevole che il Consiglio non sia ancora stato in grado, dopo quasi quattro mesi di discussione, di pervenire a un accordo sullo strumento finanziario.
L’erogazione degli aiuti potrebbe iniziare subito dopo l’adozione del regolamento e la Commissione ha già predisposto le necessarie azioni preparatorie.
<P>
Per quanto riguarda la soluzione del problema di Cipro, non esistono ancora le condizioni per intervenire a livello internazionale.
Ritengo che il piano Annan continui a essere la sola base realistica per giungere a una definizione globale della questione.
Quanto all’eventuale ruolo della Commissione in un nuovo processo volto a una soluzione, ribadiamo la nostra disponibilità a sostenere qualsiasi sforzo si compia per far sì che nell’Unione europea venga integrata appieno una Cipro riunificata.
<SPEAKER ID="57" LANGUAGE="EN" NAME="Nicolaï," AFFILIATION="Consiglio.">
<P>
   – Signor Presidente, in occasione della riunione tenutasi a Lussemburgo il 26 aprile 2004, il Consiglio “Affari generali e Relazioni esterne” ha sottolineato la propria determinazione a porre fine all’isolamento della comunità turcocipriota e ad agevolare la riunificazione di Cipro incoraggiando lo sviluppo economico di tale comunità.
Il Consiglio ha invitato la Commissione a presentare proposte globali a tal fine, ponendo l’accento soprattutto sull’integrazione economica dell’isola e sul miglioramento dei contatti tra le due comunità e con l’Unione europea.
<P>
Il Consiglio ha altresì raccomandato di rendere disponibili, nel caso in cui si pervenga a un accordo, i 259 milioni di euro già stanziati per la parte settentrionale di Cipro.
Alla luce di questi elementi, come ha poc’anzi affermato il Commissario Patten, nella prospettiva dell’integrazione economica dell’isola e del miglioramento dei contatti tra le comunità, nel mese di luglio di quest’anno la Commissione ha presentato un progetto di regolamento che istituisce uno strumento finanziario e che richiede il parere del Parlamento europeo.
Essa ha altresì presentato un progetto di regolamento sul commercio diretto tra la parte settentrionale di Cipro e il resto dell’UE.
<P>
In linea con il mandato affidatole dal Consiglio in data 26 aprile, la Presidenza olandese si è assunta l’impegno di avanzare una serie di proposte e di compiere notevoli sforzi a tal fine.
Le proposte sono state esaminate a fondo in sede di Comitato dei rappresentanti permanenti.
Nel corso dell’incontro determinate questioni, quali i diritti alla proprietà e di sovranità, hanno causato difficoltà e sono state fonte di preoccupazione.
<P>
Dopo intensi dibattiti, soprattutto sulla proposta di regolamento che istituisce uno strumento finanziario, si è riusciti a compiere un passo avanti.
Il punto rimasto in sospeso riguarda la definizione del ruolo dell’Agenzia europea per la ricostruzione e proseguono altresì le discussioni in merito al regolamento sul commercio diretto.
La proposta di regolamento pone ancora seri problemi e Commissione e Consiglio stanno lavorando senza sosta per risolvere la situazione.
La Presidenza olandese ha in progetto di affrontare l’argomento in occasione del prossimo Consiglio “Affari generali e Relazioni esterne”.
Desidero esprimere la nostra gratitudine per il lavoro costruttivo svolto dalle commissioni parlamentari coinvolte.
<P>
L’obiettivo della Presidenza olandese è offrire opportunità economiche concrete e valide alla comunità turcocipriota, promuovendo il commercio con l’Unione europea nel pieno rispetto dei diritti di sovranità della Repubblica di Cipro.
Confidiamo nel fatto che questo si rivelerà, in ultima analisi, un beneficio per l’intera popolazione dell’isola di Cipro.
<SPEAKER ID="58" LANGUAGE="EN" NAME="Samuelsen (ALDE )," AFFILIATION="relatore.">
<P>
   – Signor Presidente, il processo che ci ha portati a decidere di prolungare il mandato dell’Agenzia europea per la ricostruzione non merita alcun plauso per le sue doti artistiche.
La stessa richiesta della Commissione riguardo alla proroga della scadenza è giunta in una fase estremamente avanzata.
Gli onorevoli colleghi ricorderanno che, nella sua precedente risoluzione sull’Agenzia europea per la ricostruzione, il Parlamento aveva chiesto alla Commissione di presentare la relazione di valutazione sullo statuto dell’Agenzia entro il mese di giugno 2003, onde consentire a quest’Aula di discutere del suo futuro e della sua capacità di gestione dell’assistenza comunitaria esterna in alcuni paesi del Patto di stabilità e del processo di stabilizzazione e associazione.
La Commissione non ha seguito le raccomandazioni del Parlamento e ha presentato la propria relazione solo durante il periodo elettorale di quest’anno.
<P>
A causa della modifica apportata al regolamento riguardo all’area geografica di competenza dell’Agenzia, che avrebbe dovuto prestare assistenza al fine di promuovere lo sviluppo economico della comunità turcocipriota nell’ambito del proprio mandato, si sono accumulati ulteriori ritardi.
La commissione di cui faccio parte ha giustamente deciso di rinviare l’adozione della presente relazione e di quella concernente il sostegno a favore della parte settentrionale di Cipro fino a quando non avesse ricevuto la documentazione pertinente.
<P>
Ciononostante, queste carenze non dovrebbero sminuire l’importanza dell’incredibile lavoro svolto da parte dell’organico dell’Agenzia.
Sono sempre stato a favore della proroga del mandato dei suoi collaboratori.
Stanno lavorando bene e devono sapere che per il prossimo anno possono firmare contratti di locazione e pagare stipendi.
Ciò che destava in me preoccupazione era la mancanza di chiarezza e coordinamento nella ripartizione dei compiti tra i funzionari dell’Agenzia europea per la ricostruzione e le delegazioni decentralizzate della Commissione, un aspetto che ho affrontato nella relazione che ho presentato.
<P>
Occorre esaminare ulteriormente i progressi compiuti nello sviluppo di un sistema decentralizzato efficace per contratti e sistemi di gestione finanziaria nel quadro dell’assistenza prestata dall’Unione europea a titolo del programma pluriennale CARDS per il periodo 2005-2006 a favore dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia.
<P>
Gradirei avanzare una proposta che incorpora le idee delineate da due onorevoli colleghi e chiedo pertanto che la Commissione presenti entro il giugno 2005 una relazione sul futuro dell’Agenzia dopo il 31 dicembre 2006.
Questa scadenza offrirebbe il tempo necessario per affrontare la questione della proroga del mandato senza l’assillo della fretta come avvenuto in passato.
<P>
Sono d’accordo sul fatto di ampliare il mandato dell’Agenzia europea per la ricostruzione in modo che tra le sue competenze rientri l’esecuzione dell’assistenza finanziaria per la parte settentrionale di Cipro.
Proporrei di adottare il pertinente passaggio del testo della Commissione, associandomi a quanto espresso dal relatore sugli strumenti proposti, affinché si assicuri la coerenza tra le due relazioni.
Auspico che tutti i deputati si uniranno a me e si pronunceranno a favore della proroga del mandato dell’Agenzia europea per la ricostruzione per il periodo proposto.
<P>
Desidero informare l’Aula che ho chiesto di rinviare alla seduta di dicembre l’interrogazione orale e i dibattiti sul futuro dei Balcani occidentali che inizialmente dovevano coincidere con la votazione sulla relazione sull’Agenzia europea per la ricostruzione.
Sarebbe più utile affrontare il problema del futuro della regione nel momento in cui la nuova Commissione abbia assunto l’incarico, situazione, questa, che avrebbe già dovuto verificarsi a questo punto, come avevamo inizialmente pensato.
Un rinvio a dicembre eviterebbe inoltre che eventuali speculazioni sulla nuova compagine di Commissari abbiano il sopravvento e facciano insabbiare questo dibattito d’importanza cruciale.
<SPEAKER ID="59" LANGUAGE="DE" NAME="Rothe (PSE )," AFFILIATION="relatore.">
<P>
   – Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, il mio intervento sarà incentrato sulla proposta di regolamento del Consiglio che istituisce uno strumento di sostegno finanziario per promuovere lo sviluppo economico della comunità turcocipriota, proposta che, in veste di relatrice, accolgo con estremo favore.
<P>
Per promuovere lo sviluppo economico della comunità turcocipriota sono stati stanziati 259 milioni di euro, da erogare entro la fine del 2006.
Inizialmente questi fondi dovevano essere concessi solo dopo l’adozione del piano di Kofi Annan, allo scopo di ridurre il notevole svantaggio economico che grava sulla comunità turcocipriota.
Poiché nel mese di febbraio la stragrande maggioranza dei turcociprioti ha votato a favore del piano, mentre i grecociprioti si sono espressi in senso opposto, risultato che ha impedito l’adozione del piano stesso, il Consiglio ha raccomandato di attuare lo strumento di sostegno finanziario pur in assenza di un accordo nell’isola.
<P>
In veste di relatrice per la commissione per gli affari esteri posso dichiarare, a suo nome, che il nostro consenso riguardo al piano è unanime.
A tale proposito, desidero altresì esprimere i miei sinceri ringraziamenti per la splendida cooperazione che ha caratterizzato l’attività in seno alla commissione per gli affari esteri.
L’aiuto comunitario previsto dal presente regolamento può e deve costituire uno strumento per conformarsi sempre più all’ comunitario, onde predisporre le condizioni per la necessaria adozione cui si dovrà procedere una volta trovata una soluzione al problema di Cipro. Uno degli obiettivi primari di questo strumento di sostegno finanziario consiste proprio nel promuovere il conseguimento di tale soluzione.
Appoggiamo senz’altro il fatto che i quasi 260 milioni di euro siano stati destinati a progetti che riguardano l’ambiente, i trasporti, le telecomunicazioni, l’acqua e/o l’energia, nonché a misure di ristrutturazione, ad esempio nelle zone rurali, a misure volte a sostenere in particolare le piccole e medie imprese, e infine alla promozione di progetti bicomunali che facilitino la creazione di un clima di fiducia tra gruppi etnici.
E’ sottinteso che si possano e si debbano studiare provvedimenti a favore di Famagosta al fine di renderla nuovamente abitabile, e di certo saprete che nella città sono in corso importanti iniziative.
<P>
Nella mia relazione sottolineo che i progetti non devono infrangere i diritti alla proprietà dei cittadini dell’Unione europea.
Abbiamo ribadito questo aspetto, benché tutti noi sappiamo che è ovvio che l’attuazione di progetti europei sia subordinata al rispetto di tale principio.
Tutti i membri della commissione hanno appoggiato all’unanimità la proposta aggiuntiva della Commissione secondo cui la gestione dello strumento deve essere affidata all’Agenzia per la ricostruzione.
Desidero far presente all’onorevole Samuelsen che la proposta gode di ampio sostegno e ci trova tutti pienamente d’accordo.
<P>
Come affermato poc’anzi dal Commissario Patten e dal Consiglio, il sostegno finanziario rientra nel pacchetto proposto dalla Commissione nel mese di luglio.
Sebbene il Parlamento non vanti un diritto di consultazione ufficiale riguardo alla proposta sul commercio diretto, ritengo che quest’Aula domani si esprimerà a chiare lettere nei confronti del Consiglio affermando che ci attendiamo una decisione rapida sulla proposta in materia di relazioni commerciali, esattamente come ci aspettiamo una decisione altrettanto celere in merito allo strumento di sostegno finanziario.
<P>
Ritengo sia di fondamentale importanza che l’Unione europea invii un segnale chiaro alla comunità turcocipriota attuando la proposta di regolamento in oggetto e quella sul commercio diretto.
Il segnale sarebbe diretto in particolare alla grande maggioranza che ha votato a favore del piano Annan e che ha detto “sì” all’Unione europea, e farebbe capire in modo inequivocabile che, sebbene sia nostro desiderio pervenire a una rapida soluzione della questione di Cipro, i problemi che affliggono la società civile turcocipriota sono ancor oggi oggetto di profondo e serio impegno da parte nostra.
E’ negli interessi di tutti i ciprioti e di positivi sviluppi a Cipro fornire sostegno alle forze democratiche e proeuropee presenti all’interno della comunità turcocipriota e non abbandonare in alcun caso la loro lotta.
<P>
Auspico che, grazie alla presente relazione, il Parlamento possa contribuire a conseguire tale risultato e mi aspetto e auguro che il Consiglio segua l’esempio in tempi estremamente brevi.
<SPEAKER ID="60" LANGUAGE="PT" NAME="Silva Peneda (PPE-DE )," AFFILIATION="relatore per parere della commissione per i bilanci.">
<P>
   – Signor Presidente, l’Unione europea ha sempre dimostrato di essere favorevole all’adesione di una Cipro riunificata.
Nonostante gli sforzi diplomatici, tuttavia, questo non è stato possibile, considerato il risultato negativo del svoltosi nel mese di aprile di quest’anno.
<P>
Al fine di evitare un ulteriore isolamento del territorio turcocipriota e di rafforzare i contatti tra le due comunità, la Commissione europea ha presentato una proposta intesa a istituire uno strumento per promuovere lo sviluppo economico di questa comunità stanziando un importo complessivo di 259 milioni di euro per il periodo 2004-2006.
<P>
Poiché non è stato raggiunto alcun accordo politico sull’adesione all’Unione europea di una Cipro riunificata, la decisione in merito a tale sostegno finanziario ha sollevato una serie di questioni di natura giuridica e di bilancio.
Infatti, non esiste alcuna rubrica a titolo della quale la Comunità possa assegnare in modo diretto un finanziamento a uno Stato membro il cui governo non goda di un’autorità assoluta su parte del proprio territorio.
Mi permetto di rammentarvi che la Repubblica di Cipro del Nord non è stata riconosciuta a livello internazionale e che pertanto non può essere considerata uno Stato.
L’assenza di una base di bilancio implica che l’importo in questione possa essere valutato solo in parallelo con il progetto di bilancio rettificativo n. 10/2004.
<P>
Quale relatore per parere della commissione per i bilanci, ho analizzato la presente proposta della Commissione, secondo cui lo strumento in oggetto è destinato a finanziare attività analoghe alle azioni della strategia di preadesione e pertanto rientra nel campo di applicazione della rubrica 7 del bilancio.
Senza voler entrare nel merito degli aspetti politici del dibattito, mi sono comunque trovato d’accordo sulle implicazioni finanziarie di questa proposta sulle prospettive finanziarie, poiché è tutt’altro che chiaro quale rubrica finanzierà il sostegno in oggetto.
Lascio pertanto deliberatamente aperta la scelta della base di bilancio più adeguata, decisione che spetterà all’autorità di bilancio nel momento in cui il Consiglio abbia presentato un progetto di testo.
<P>
Non potrei concludere l’intervento, signor Presidente, senza attirare l’attenzione dell’Aula sulle difficoltà che ho dovuto affrontare per formulare un parere finanziario riguardo a un testo la cui parte di maggior importanza non è ancora stata oggetto di un accordo da parte del Consiglio.
Vi ringrazio molto.
<SPEAKER ID="61" LANGUAGE="DE" NAME="Stenzel (PPE-DE )," AFFILIATION="a nome del gruppo.">
<P>
   – Signor Presidente, l’attività dell’Agenzia europea per la ricostruzione – che avrebbe dovuto essere denominata Agenzia europea per la ricostruzione e lo sviluppo, ma che continua a chiamarsi solo Agenzia europea per la ricostruzione – si è concentrata finora soprattutto su Kosovo, Serbia e Montenegro.
A quest’organismo è stato ora assegnato un nuovo importante compito, vale a dire la gestione dello strumento finanziario per Cipro del Nord.
E’ indubbio che l’Agenzia abbia svolto con efficienza gli incarichi contemplati da suoi precedenti mandati, e sono certa che proseguirà su questa linea riguardo alle proprie attività nella parte settentrionale di Cipro.
<P>
Nondimeno, è importante che per quanto riguarda la parte settentrionale di Cipro la Commissione presenti al Parlamento europeo e al Consiglio entro il giugno 2005 una relazione sul futuro dell’Agenzia dopo il 31 dicembre 2006, esattamente come è avvenuto in passato per altri casi analoghi.
L’Europa sudorientale e i nuovi compiti dell’Agenzia rivestono un’importanza troppo grande per l’Unione europea per accettare che sull’Agenzia europea per la ricostruzione gravi un futuro incerto.
Anche le relazioni tra quest’organismo e quelle che sono state denominate le delegazioni “decentralizzate” della Commissione necessitano di una definizione chiara onde evitare carenze nell’attività o doppioni di carico di lavoro.
<P>
La relazione dovrebbe ovviamente anche valutare l’attuazione del programma pluriennale CARDS per il periodo 2005-2006 inteso al sostegno dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia, aspetto, questo, che non è ancora stato affrontato.
Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei appoggia pertanto la proposta di modificare il regolamento del Consiglio relativo all’Agenzia europea per la ricostruzione.
<SPEAKER ID="62" LANGUAGE="EL" NAME="Beglitis (PSE )," AFFILIATION="a nome del gruppo.">
<P>
   – Signor Presidente, innanzi tutto desidero ringraziare i due relatori, onorevoli Samuelsen e Rothe, per il lavoro estremamente responsabile svolto con i documenti che ci hanno presentato.
<P>
In primo luogo, per quanto riguarda l’Agenzia europea per la ricostruzione, è d’uopo sottolineare che, considerato il fatto che ha sede a Salonicco, ha svolto un ruolo decisivo nella ricostruzione dei Balcani nel loro complesso, nella definizione delle infrastrutture necessarie, nella costruzione delle istituzioni democratiche, nella promozione dello Stato di diritto e nella difesa dei diritti umani nella regione.
<P>
Questa strategia è l’unica via percorribile per la ricostruzione pacifica dei Balcani e per rafforzarne le prospettive europee.
Ecco perché è assolutamente imprescindibile prolungare l’attività dell’Agenzia fino alla fine di dicembre 2006 ed è essenziale adoperarsi al fine di esaminare l’eventualità di prorogarne il mandato anche oltre tale data, considerato che nel 2005 e nel periodo successivo i Balcani saranno protagonisti di importanti sviluppi e che i piani programmatici sono fondamentali per consolidare stabilità e sicurezza nella regione.
<P>
Per questo motivo mi rivolgo al Commissario Patten e chiedo che l’Esecutivo presenti al Consiglio e al Parlamento europeo una relazione in merito.
<P>
L’efficienza dell’operato, la trasparenza e la profonda conoscenza delle procedure di ricostruzione dell’intera zona sono elementi che caratterizzano l’Agenzia e che dimostrano l’opportunità di estenderne la giurisdizione all’attuazione del sostegno finanziario a favore della comunità turcocipriota.
<P>
Vorrei ora soffermarmi sulla relazione sul sostegno finanziario a favore della comunità turcocipriota.
E’ necessario erogare queste risorse a tale comunità, perché aiuteranno i cittadini turcociprioti e la rispettiva comunità, contribuiranno allo sviluppo economico, all’adozione dell’ comunitario, alla realizzazione delle infrastrutture necessarie e alla creazione di posti di lavoro.
In altre parole, contribuiranno a delineare le condizioni che consentiranno la riunificazione di Cipro grazie al miglioramento dei contatti, al dialogo e agli scambi tra le due comunità.
<P>
Dobbiamo ricorrere al sostegno finanziario per rafforzare le prospettive di risolvere il problema della divisione dell’isola anziché consolidarlo.
Questo è il motivo per cui i messaggi che inviamo alla comunità turcocipriota devono essere chiari e inequivocabili.
Il nostro obiettivo non è finanziare l’intransigenza.
Noi sosteniamo e finanziamo il dialogo e questo è il contesto in cui la Commissione europea e l’Agenzia per la ricostruzione devono muoversi con particolare cautela e agire in collaborazione con la Repubblica di Cipro e nel rispetto dei principi del diritto europeo.
<P>
Infine, desidero chiedere alla Presidenza di prendere posizione riguardo alla questione della rubrica a titolo della quale stanziare il finanziamento alla comunità turcocipriota.
Il Ministro Nicolaï deve assumere una posizione netta a nome della Presidenza olandese e dichiarare se il sostegno sarà finanziato a titolo della rubrica 7 o della 3.
<SPEAKER ID="63" LANGUAGE="EN" NAME="Duff (ALDE )," AFFILIATION="a nome del gruppo.">
<P>
   – Signor Presidente, si tratta della prima dimostrazione tangibile con cui l’Unione europea manifesta di aver apprezzato il voto dei turcociprioti nettamente a favore del piano Annan.
E’ la prima azione concreta, ma che giunge in ritardo e offre un importo esiguo, una somma di proporzioni eccessivamente ridotte se si pensa all’elenco della Commissione ricco di attraenti progetti prioritari che il Commissario Patten, che mi fa piacere vedere ancora presente in quest’Aula, ha poc’anzi evocato.
<P>
A causa della scarsa generosità, per l’impiego del denaro si disporrà di un margine d’azione ristretto che interesserà solo il 15 per cento del territorio della parte settentrionale di Cipro ed escluderà molti villaggi che si sono espressi in blocco a favore del piano Annan.
Ritengo deplorevole che in seno al Consiglio la questione proceda a un ritmo così lento.
L’aspetto peggiore di tutta la faccenda è che il regolamento finanziario è stato stralciato dal regolamento sulle relazioni commerciali, che è di gran lunga la parte più importante del pacchetto.
Intende il signor Ministro invitare la Presidenza a impegnarsi affinché produca entro tre mesi un risultato riguardo al problema del commercio?
<SPEAKER ID="64" LANGUAGE="NL" NAME="Lagendijk (Verts/ALE )," AFFILIATION="a nome del gruppo.">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, non si sottolineerà mai a sufficienza che l’Agenzia europea per la ricostruzione ha reso un contributo notevole all’immagine positiva dell’Unione europea nei Balcani.
Infatti, prima del 2000 l’Unione europea era innanzi tutto un mostro burocratico che o manteneva qualsiasi genere di promessa con un ritardo incredibile o non lo faceva del tutto.
Dopo il 2000 l’Unione europea, grazie all’Agenzia, ha dimostrato una competenza molto maggiore nel fornire aiuti con efficienza e rapidità, non di rado in circostanze tutt’altro che agevoli.
Non era mai accaduto in precedenza che una percentuale tanto elevata di finanziamenti stanziati ai fini di sostegno fosse effettivamente spesa.
Ancora una volta, di questo va dato atto.
<P>
Fatta questa premessa, rimane da sviscerare una questione che in quest’Aula abbiamo affrontato in varie occasioni con il Commissario, ossia su quale precisa idea si sia basata la Commissione per decidere di affidare un determinato compito all’Agenzia, ai diversi servizi dell’Agenzia o alle delegazioni decentralizzate, vale a dire le ambasciate dell’Unione europea.
Sebbene la Commissione non possa ammettere ciò a chiare lettere, le attuali circostanze ci suggeriscono vieppiù che il Parlamento sta insistendo alla nausea per ottenere una risposta al riguardo.
Il motivo è da ricercare nel fatto che vogliamo evitare qualsiasi ulteriore ambiguità.
Vorrei fornire un esempio che illustri quanto sto affermando.
E’ una possibilità tutt’altro che remota che all’Unione europea vengano assegnati altri compiti nel corso del 2005 e del 2006, in altre parole meno Nazioni Unite, meno UNMIC e più Unione europea.
Questo implica un ruolo di maggior peso per l’Agenzia o significa che possiamo attenderci una delegazione tuttofare e più grande e un’ambasciata potenziata?
Per il Parlamento è importante saperlo, perché è quest’Aula che deve prendere decisioni difficili e scomode, di carattere politico e finanziario.
<P>
Non nasconderò che mi pesa sul cuore anche una certa tristezza.
Il dibattito di oggi è l’ultimo di una lunga serie che ci ha visti a confronto con il Commissario.
Ritengo che uno dei motivi per cui il Commissario abbia incontrato i favori e la simpatia di quest’Aula sia da attribuire al fatto che egli ha dato un volto e una voce alla politica comunitaria per i Balcani, e che abbia lavorato con trasparenza in questo ambito.
Desidero cogliere l’occasione per ringraziarlo per il suo impegno.
Spero che ai Balcani spetti un suo degno successore e, soprattutto, auguro al Commissario un ottimo lavoro alla guida della e come autore di preziosi testi.
<SPEAKER ID="65" LANGUAGE="EL" NAME="Adamou (GUE/NGL )," AFFILIATION="a nome del gruppo.">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la segregazione finanziaria e le difficoltà che gravano sui nostri compatrioti turcociprioti non si sono mai annoverati tra gli obiettivi del partito progressista dei lavoratori di Cipro e del gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica.
Alla base di questo isolamento non vi è il cosiddetto della comunità grecocipriota, bensì l’occupazione ad opera dei turchi, l’azione di separazione da parte del regime d’occupazione e il fatto che l’economia delle aree occupate sia indissolubilmente legata all’andamento dell’economia turca, tant’è che la lira turca è stata introdotta come valuta delle zone occupate.
<P>
A seguito dell’invasione e dell’occupazione da parte della Turchia nel 1974, la Repubblica di Cipro aveva annunciato che avrebbe chiuso i porti e gli aeroporti occupati in quanto era impossibilitata a esercitare qualsiasi tipo di controllo su di essi.
Si trattava altresì di un atto di autodifesa, che faceva sì che noi non fossimo indotti a riconoscere lo pseudostato.
Le risoluzioni del Consiglio di sicurezza nn. 541 e 550, insieme a una serie di sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, hanno accolto la decisione in oggetto.
Lo stesso è avvenuto con il recente parere formulato dalla divisione giuridica del Consiglio, che ha espressamente riconosciuto il diritto della Repubblica di Cipro di mantenere chiusi tali porti e aeroporti.
<P>
Il nostro gruppo sostiene il regolamento finanziario previsto per i turcociprioti, a condizione che, ovviamente, non venga meno il rispetto nei confronti della Repubblica di Cipro e che il regime d’occupazione non goda di alcun beneficio o vantaggio politico.
Auspichiamo che riguardo a questi punti si sia pervenuti a comprensione e a un ampio consenso.
<P>
Per quanto riguarda la relazione sull’Agenzia europea per la ricostruzione su cui ci stiamo confrontando, il partito progressista dei lavoratori di Cipro si chiede il motivo per cui ci sia stata presentata oggi per essere messa ai voti, in un momento in cui a livello di COREPER non vi è alcun accordo, né da parte della Commissione né da parte del Consiglio.
Desidero ricordare all’Aula che il COREPER è dell’avviso che l’argomento dovrebbe essere affrontato sotto la prossima Presidenza, ossia quella del Lussemburgo.
<P>
Proprio perché la Repubblica di Cipro non è un paese terzo e le zone occupate non costituiscono un territorio indipendente, esse sono, secondo quanto afferma espressamente il trattato di adesione, un territorio dell’Unione europea nei cui confronti è stata sospesa l’applicazione dell’ comunitario, e quindi il partito progressista dei lavoratori di Cipro non può votare a favore del regolamento sull’Agenzia europea per la ricostruzione.
Va da sé che il nostro voto contrario non significa che bocciamo l’assistenza ai paesi balcanici.
<P>
Infine, ciò che vogliamo è votare il protocollo senza definire la rubrica a titolo della quale verrà eseguito il finanziamento.
E’ stato affermato che la soluzione del problema dipenderà dalla fonte da cui attingere le risorse finanziarie.
Tuttavia, la rubrica relativa all’assistenza interna non dispone di alcun fondo.
<SPEAKER ID="66" LANGUAGE="EL" NAME="Karatzaferis (IND/DEM )," AFFILIATION="a nome del gruppo.">
<P>
   – Signor Presidente, ho ascoltato molto attentamente il Commissario Patten e le opinioni che ha espresso.
<P>
Innanzi tutto, presento un richiamo al Regolamento, in quanto non sono sicuro che il Commissario Patten sia autorizzato a essere presente in quest’Aula, dal momento che il mandato del Presidente Prodi è scaduto il 31 ottobre.
A prescindere da questo, tutti gli atti della Commissione Prodi devono essere esaminati per verificarne la legittimità, ma ritengo che la questione verrà risolta dinanzi alla Corte di Lussemburgo.
<P>
A chi si deve attribuire la colpa se la parte settentrionale di Cipro e quella meridionale non si sono sviluppate allo stesso modo, quando la prima è più fertile e più accogliente per i turisti?
La colpa è delle forze di occupazione.
Per quanto denaro l’Europa possa erogare, esso andrà sprecato, perché le truppe di occupazione hanno creato un ambiente pieno di ostacoli che impedisce qualsiasi sviluppo.
Occorre pertanto analizzare che cosa si può fare, come afferma il Commissario.
Le forze di occupazione devono lasciare l’isola e Cipro deve riappropriarsi del suo ottenuto con i Trattati di Zurigo e Londra, firmati anche dall’Inghilterra di cui il Commissario è, logicamente, l’illustre rappresentante.
Le forze di occupazione devono lasciare l’isola, deve tornare a regnare un clima di serenità, la costituzione del 1960 deve trovare applicazione e il logico risultato di tutto ciò sarà la prosperità economica della parte settentrionale di Cipro.
Fino a quando sull’isola saranno presenti le forze di occupazione, non vi sarà alcuna prosperità.
Il denaro andrà sprecato.
Dobbiamo pertanto aver il coraggio di trovare una soluzione percorribile.
<P>
Se non avessimo buttato fuori dal Kuwait Saddam Hussein, oggi offriremmo un sostegno finanziario a un Kuwait occupato?
Se non avessimo scacciato Milosevic dalla Bosnia, oggi lo finanzieremmo?
Allora, perché non ci comportiamo allo stesso modo con la Turchia?
Diciamo alla Turchia di lasciare l’isola affinché la parte settentrionale di Cipro possa svilupparsi.
Nessuno desidera avere vicini poveri.
Soprattutto i grecociprioti non vogliono vicini poveri.
Se avete il coraggio di buttare fuori a calci le forze di occupazione, unico esempio di questo genere in un paese europeo, lo sviluppo sarà una conseguenza automatica.
<SPEAKER ID="67" LANGUAGE="DA" NAME="Camre (UEN )," AFFILIATION="a nome del gruppo.">
<P>
   – Signor Presidente, anche noi desideriamo esprimere la nostra fiducia nei confronti dell’Agenzia per la ricostruzione e della sua capacità di contribuire alla promozione della situazione economica e sociale nel territorio occupato dai turchi nella parte settentrionale di Cipro.
E’ importante ricordare l’antefatto che ha portato all’attuale situazione in cui si trova il nord dell’isola.
Si tratta dell’invasione avvenuta nel 1974 a opera della Turchia, il che significa che la popolazione del nord dell’isola versa ora in condizioni socioeconomiche nettamente peggiori di quelle antecedenti il luglio 1974.
<P>
A tale proposito, devo far presente, al pari di altri oratori che mi hanno preceduto, che i nostri interventi per promuovere lo sviluppo non devono prescindere dalla collaborazione con il governo della Repubblica di Cipro.
Ciò che non deve verificarsi è che l’Unione europea si rechi sul posto e porti aiuto per ringraziare coloro che hanno votato a favore del piano di Kofi Annan lasciando nel dimenticatoio quelli che invece hanno espresso un voto contrario. Ci sono motivi che, secondo me, questo Parlamento ha trascurato di esaminare in modo accurato.
Mi ricordo il confronto avuto con il Commissario Verheugen in occasione della scorsa seduta riguardo all’intero piano Annan, che si è chiaramente rivelato iniquo e inaccettabile per la comunità grecocipriota e che pertanto è stato bocciato da una maggioranza schiacciante.
<P>
E’ senz’altro vero che è desiderio di tutti vedere migliorare la situazione, e requisito essenziale perché ciò avvenga è, ovviamente, porre fine all’occupazione militare di Cipro del Nord.
Fino a quando la Turchia occuperà parte di un territorio di un altro paese europeo, non possiamo avviare con il governo turco alcun negoziato in merito all’adesione del suo paese all’Unione europea, azione che potrebbe decidere quest’Aula nel mese di dicembre.
Tutti i negoziati devono essere condotti senza estromettere la comunità grecocipriota e valutandone gli interessi.
E’ dal 1974 che i grecociprioti sono gli sconfitti.
Sono loro le vittime e non devono subire altre punizioni per colpa degli sforzi che l’Unione europea sta compiendo per riportare la situazione alla normalità.
<SPEAKER ID="68" LANGUAGE="NL" NAME="Claeys (NI )." AFFILIATION="referendum">
<P>
   – Signor Presidente, sono rimasto piuttosto sorpreso nel sentire il Commissario Patten dichiarare che il piano Annan si conferma una base valida per un’eventuale riunificazione di Cipro.
Non dobbiamo sottovalutare il fatto che nel mese di aprile di quest’anno è stato indetto un su questo piano e che una vasta maggioranza di grecociprioti non si è espressa a favore.
Quando ha luogo una consultazione referendaria se ne dovrebbe rispettare il risultato.
La concessione del sostegno finanziario a quella parte dell’isola occupata dai turchi era subordinata all’approvazione del piano Annan decretata dal , cosa che non si è verificata.
Promettere 259 milioni di euro alla parte settentrionale di Cipro equivale di fatto a riconoscerne l’occupazione militare da parte di oltre 35 000 soldati turchi.
Sembrerebbe che all’Unione europea non crei alcun problema una situazione in cui un paese candidato occupa parte del territorio di uno Stato membro effettivo.
Non solo siamo in procinto di avviare negoziati di adesione con la Turchia, ma siamo perfino arrivati al punto di riconoscere un contributo finanziario a Cipro del Nord, il che è davvero assurdo.
<SPEAKER ID="69" LANGUAGE="EL" NAME="Dimitrakopoulos (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, vorrei innanzi tutto congratularmi con l’onorevole Rothe e, naturalmente, con l’onorevole Samuelsen per le relazioni presentateci.
Io, com’è ovvio, mi concentrerò in particolare sul testo dell’onorevole Rothe.
<P>
E’ un dato di fatto che la relazione, nella formula in cui ci viene presentata a seguito delle discussioni e del voto espresso in sede di commissione per gli affari esteri, sia un documento eccellente e pertanto la relazione sul sostegno finanziario per promuovere lo sviluppo della comunità turcocipriota non può che produrre una decisione altrettanto eccellente, che tutti noi sosterremo.
In altre parole, riteniamo che questo strumento contribuirà allo sviluppo generale della comunità turcocipriota, il che significa che nel momento in cui, lo voglia il cielo, il problema di Cipro sarà superato grazie alla riunificazione dell’isola, cosa che auspichiamo accada in tempi rapidi, i cittadini turcociprioti avranno raggiunto un tenore di vita elevato come quello dei greci.
<P>
Desidero tuttavia aggiungere, dal momento che anche il Consiglio ha preso posizione in merito, che il regolamento sul sostegno finanziario è una cosa, mentre il regolamento sulle relazioni commerciali è tutta un’altra.
Sebbene possa sembraci logico collegare i due testi, mi permetto di suggerire di muoversi con molta cautela riguardo al documento sulle relazioni commerciali dirette.
Sono sicuro che il Consiglio agirà all’insegna della prudenza e che la soluzione – se la si troverà – sarà equa e sarà soprattutto giusta.
<P>
Per concludere, vorrei spendere due parole sul ruolo positivo svolto dall’Agenzia europea per la ricostruzione che ha sede a Salonicco, nel mio paese; desidero esprimere dinanzi a quest’Aula l’auspicio che le venga affidata la gestione del sostegno finanziario destinato alla comunità turcocipriota, scelta che peraltro mi trova d’accordo, e naturalmente mi auguro che tale attività di gestione sia disciplinata dai regolamenti dell’Unione europea.
<SPEAKER ID="70" LANGUAGE="EN" NAME="Öger (PSE )." AFFILIATION="Ostpolitik">
<P>
   – Signor Presidente, dobbiamo votare la relazione presentata dalla mia collega, onorevole Rothe, concernente il sostegno finanziario alla parte settentrionale di Cipro.
E’ una splendida notizia: Cipro del Nord ha bisogno di questo aiuto.
<P>
Negli ultimi decenni si sono susseguiti eventi che hanno separato l’isola dal punto di vista politico ed economico.
Gli abitanti di Cipro hanno subito un durissimo colpo dalla divisione della loro terra.
Tutti coloro che sono coinvolti devono fare il loro meglio per risolvere tale problema.
Era obiettivo esplicito delle Nazioni Unite e dell’Unione europea che il 1° maggio 2004 aderisse all’Unione europea una Cipro unita.
<P>
I governi di Cipro del Nord e della Turchia hanno seguito le azioni delineate dalle Nazioni Unite e dall’UE.
Gli abitanti della parte settentrionale di Cipro si sono schierati nettamente a favore dell’unificazione dell’isola e dell’adesione all’UE.
Oggi avrebbe potuto annoverarsi tra i nostri membri una Cipro unita, ma, purtroppo, questa non è ancora una realtà.
E’ nostro preciso dovere incoraggiare entrambe le parti dell’isola a cooperare.
<P>
Il regolamento sul sostegno finanziario all’ordine del giorno costituisce il primo passo.
Il secondo sarà il regolamento sulle condizioni speciali per il commercio.
Il Consiglio dovrebbe pronunciarsi sul testo in questione senza indugio, in primo luogo, per consentire a Cipro del Nord di migliorare le proprie condizioni economiche e, in secondo luogo, per agevolare l’avvicinamento delle due parti attraverso le relazioni commerciali, un avvicinamento che può contribuire a cambiare l’intera isola.
All’epoca della tedesca chiamavamo questo concetto .
<P>
Devono seguire al più presto altri passi.
L’obiettivo ultimo deve essere la riunificazione di Cipro.
<SPEAKER ID="71" LANGUAGE="EN" NAME="Matsakis (ALDE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, fino al 1974 la città di Famagosta è stata il fulcro della prosperità economica, sociale e culturale per i ciprioti di entrambe le etnie, sia greca che turca.
Con l’invasione da parte della Turchia, avvenuta trent’anni fa, le truppe turche hanno condannato all’isolamento la città che è diventata inaccessibile agli abitanti del luogo, trasformandosi progressivamente in una città fantasma, con strade vuote ed edifici fatiscenti.
<P>
L’emendamento n. 11 è inteso a ridare vitalità a questa città morta affinché ne beneficino le varie migliaia di abitanti locali.
La rinascita della città di Famagosta fungerebbe altresì da catalizzatore contribuendo a creare relazioni più solide e strette tra le due comunità di Cipro, aumentando inoltre enormemente le probabilità di pervenire a una riunificazione pacifica in tempi rapidi.
<SPEAKER ID="72" LANGUAGE="DE" NAME="Özdemir (Verts/ALE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, anch’io desidero aggiungermi alla schiera di oratori che mi hanno preceduto ed estendere un ringraziamento particolare ai due relatori, onorevoli Rothe e Samuelsen, nonché al Commissario Patten e al Ministro Nicolaï per gli interventi di oggi.
Ritengo che sia di fondamentale importanza convincere il governo della parte meridionale di Cipro che l’Unione europea deve mantenere le promesse fatte al nord dell’isola.
L’obiettivo da perseguire deve pertanto essere quello di autorizzare congiuntamente relazioni commerciali e sostegno finanziario. Se necessario, comunque, e nel caso in cui non vi sia alternativa, i due aspetti potrebbero essere trattati separatamente, in modo da porre termine all’isolamento che grava sul nord dell’isola.
<P>
Desidero altresì cogliere questa occasione per invitare il governo della parte meridionale di Cipro e i deputati ciprioti di quest’Assemblea a dichiarare con franchezza, una volta per tutte, se intendono effettivamente aiutare il nord dell’isola o se non si lasceranno sfuggire la benché minima possibilità di mettere il bastone tra le ruote.
Mi fa molto piacere che il Primo Ministro greco Karamanlis abbia di recente dichiarato di essere definitivamente a favore del piano proposto da Kofi Annan per Cipro.
<P>
Le battute finali della discussione odierna mi hanno fatto capire una cosa.
Non credo che coloro che nel sud dell’isola hanno espresso il proprio consenso per il piano Annan siano rappresentati in quest’Aula.
Ho di conseguenza deciso di assumermi il compito di rappresentare, nell’ambito del presente dibattito, la gente della parte greca di Cipro che ha votato a favore del piano Annan.
E’ soprattutto in considerazione delle mie origini turche che dovrei fungere da voce di questi abitanti.
Spero che coglieremo questa opportunità per fare tutto quanto è in nostro potere per portare a compimento la riunificazione.
<SPEAKER ID="73" LANGUAGE="" NAME="Speroni (IND/DEM )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, al limite può essere accettabile considerare gli aiuti finanziari alla parte nord di Cipro come un’elemosina.
Tuttavia se li consideriamo come un investimento per lo sviluppo, sono soldi buttati dalla finestra.
Sono soldi sprecati perché finché perdurerà l’occupazione turca di una parte dell’isola, che ormai è parte dell’Unione europea, finché appunto ci saranno le truppe turche nella parte nord di Cipro non ci sarà sviluppo.
E’ dimostrato dai fatti, è dimostrato dalla storia: non ci sarà miglioramento delle condizioni economiche.
Pertanto ritengo che sarebbe meglio prima far ritirare le truppe turche e dopo intervenire con aiuti finanziari.
<SPEAKER ID="74" LANGUAGE="NL" NAME="Dillen (NI )." AFFILIATION="embargo">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, il senso di frustrazione per il rifiuto del piano Annan da parte dei grecociprioti si sta diffondendo senza tregua.
Dopo tutto, oggi ogni europeo può vedere con i propri occhi in quale modo l’Unione calpesti i propri principi offrendo a un paese terzo, nel caso specifico la Turchia, la prospettiva di aderire all’Unione europea, mentre le forze armate di quello stesso paese occupano parte del territorio di un attuale Stato membro, ossia Cipro.
Questo è il motivo per cui era fondamentale che, volente o nolente, il piano Annan venisse approvato, e sui grecociprioti sono piovute minacce da ogni parte affinché accettassero questa proposta poco entusiasmante.
Questo è altresì il motivo per cui i protagonisti della politica europea sono così indulgenti oggi con i turcociprioti.
Comunque, questo getta il mondo nello scompiglio.
<P>
Senza volermi addentrare troppo nei dettagli, vorrei riassumervi brevemente le ragioni che hanno indotto i grecociprioti a rifiutare il piano.
Il piano Annan autorizzava in realtà l’invasione turca del 1974 nonché gli annessi crimini di guerra.
In base al piano in questione, alle forze di occupazione turche verrebbe concesso di rimanere a Cipro nonché riconosciuto il diritto di effettuare esercitazioni militari sul territorio dell’isola.
Il confine militare non sarebbe abolito come non lo sarebbe il controllo dei passaporti ai posti di frontiera armati.
I turcociprioti continuerebbero a vivere sotto l’occupazione turca.
La colpa delle misere condizioni economiche in cui versano è più imputabile alla corruzione del sistema economico turco sul posto che a un da parte della popolazione greca.
Se il piano Annan fosse stato ratificato, sull’isola sarebbero rimasti oltre centomila coloni turchi che, sulla scia dell’operazione “Attila”, erano stati costretti dal governo di Ankara ad andare a Cipro per proseguire la pulizia etnica.
<P>
Il sostegno finanziario alla comunità turcocipriota, che, mi auguro di tutto cuore, si riunirà quanto prima a quella grecocipriota in una Cipro indipendente e libera dall’occupazione straniera, non deve pertanto prescindere dal rispetto di condizioni rigorose, prima fra tutte la fine dell’occupazione militare turca.
Questo strumento di aiuto non dovrebbe in alcun modo essere visto come una ricompensa per un voto politicamente corretto espresso attraverso un .
<SPEAKER ID="75" LANGUAGE="EN" NAME="Kasoulides (PPE-DE )." AFFILIATION="status">
<P>
   – Signor Presidente, il messaggio che dovrebbe scaturire dal presente dibattito è che, non solo il Parlamento, ma anche i deputati grecociprioti desiderano lo sviluppo economico della comunità turcocipriota tramite un sostegno economico e grazie a relazioni commerciali senza ostacoli a livello mondiale.
Siamo soddisfatti che il relatore abbia introdotto un emendamento di importanza capitale che garantisce un impiego dei fondi erogati dall’UE che non lede i diritti alla proprietà dei singoli, in linea con le pertinenti decisioni pronunciate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
<P>
Accolgo altresì con favore il fatto che il Consiglio sembri disposto a raggiungere un consenso sul regolamento.
Mi permetto di sottolineare l’importanza di pervenire a un accordo sulla questione delle relazioni commerciali, senza limiti temporali e con una base giuridica corretta, come raccomandato dal servizio giuridico del Consiglio.
Gli elementi necessari sono la creatività e la conformità allo giuridico internazionale della Repubblica di Cipro, uno Stato membro dell’Unione.
<P>
Nel corso del dibattito odierno mi sono accorto che alcuni colleghi, nel tentativo, peraltro in buonafede, di aiutare la comunità turcocipriota, sottovalutano il valore del messaggio che indica che anche i grecociprioti sono a favore dello sviluppo economico dei turcociprioti.
Non si tratta di un gioco a somma zero.
Dopo l’ultimo , e nel pieno rispetto della decisione del popolo sovrano, né la Turchia né Cipro sono dispensati dalla responsabilità di proseguire nella ricerca costruttiva di una soluzione che goda del consenso reciproco.
I messaggi che scaturiscono dal presente dibattito gettano ponti tra le due comunità e non creano inutili dispute e confronti tra loro, e si dovrebbe prestare la debita attenzione a ciò.
<SPEAKER ID="76" LANGUAGE="EL" NAME="Demetriou (PPE-DE )." AFFILIATION="referendum">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi grecociprioti siamo a favore del sostegno finanziario e dell’assistenza per i turcociprioti.
Sono nostri compatrioti.
Il governo della Repubblica di Cipro ha appoggiato sin dall’inizio la decisione di stanziare uno strumento di aiuto finanziario a favore dei turcociprioti.
Nondimeno, vorrei far presente che la triste situazione economica dei nostri compatrioti non è imputabile a un isolamento voluto da noi, bensì all’isolamento imposto da trent’anni di occupazione militare turca di Cipro.
<P>
Devo aggiungere che si tratta di un intervento di secondaria importanza, perché l’obiettivo fondamentale dell’Unione europea deve essere risolvere il problema di Cipro, creare le condizioni per un’uguaglianza totale tra grecociprioti e turcociprioti, un’uguaglianza non solo politica ma anche in altre forme, e in tutti i settori.
Questo è il nostro obiettivo.
<P>
Ora vorrei soffermarmi sul piano Annan, lodato da molti.
E’ stato bocciato al grecocipriota perché, innanzi tutto, perpetuava l’occupazione turca, la presenza militare turca a Cipro.
Poi, creava un clima di incertezza riguardo al futuro; infine, il piano era carente dal punto di vista dei diritti umani e sotto il profilo pratico.
Non dobbiamo dimenticarlo.
Ci sono alcuni che criticano i grecociprioti per la posizione assunta: perché per trent’anni non hanno mosso alcuna critica e per quale motivo oggi non criticano quello che sta facendo la Turchia a Cipro?
Mi riferisco all’occupazione turca, all’evacuazione dei grecociprioti dalle loro case e all’attuale situazione.
Queste persone dovrebbero dimostrare la stessa sensibilità.
<P>
In conclusione, desidero sottolineare che la riunificazione di Cipro deve essere l’obiettivo di noi tutti.
Non siamo in contrasto con i turcociprioti, lo siamo con la Turchia, che occupa parte del territorio della Repubblica di Cipro, parte del territorio europeo, perché la Repubblica di Cipro è un membro a tutti gli effetti dell’Unione europea.
<SPEAKER ID="77" LANGUAGE="EL" NAME="Matsis (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, desidero sottolineare che i grecociprioti sono a favore del sostegno finanziario ai turcociprioti e che auspichiamo che il loro tenore di vita si allinei al nostro nel più breve tempo possibile.
Vorrei tuttavia soffermarmi sulle modalità di erogazione del sostegno in oggetto ed entrare nel merito della questione.
Sono anni, e pertanto non solo di recente, che mi batto su questo fronte.
Questo è il motivo per cui la relazione presentata dal Commissario Patten è un insulto alla mia intelligenza, del momento che egli sembra non sapere quale rubrica finanzierà il sostegno, se la rubrica 3, che riguarda i paesi dell’Unione europea, o la 7, che interessa i paesi candidati.
C’è una notevole differenza: non sono i progetti che saranno realizzati nella Cipro occupata a essere importanti, è Cipro stessa.
Il Commissario tuttavia si ostina a non comprendere questo stato di cose, che per noi è perfettamente chiaro, e mi spiace che operi questa distinzione.
<SPEAKER ID="78" LANGUAGE="EN" NAME="Patten," AFFILIATION="Commissione.">
<P>
   – Signor Presidente, nel corso della discussione sono emersi un paio di punti che vorrei affrontare brevemente.
Mi auguro che, quando in futuro in quest’Aula si terranno dibattiti di questo genere senza la mia presenza, le opinioni espresse poggino su una base quanto più ampia possibile, se mi è concesso dirlo.
<P>
Desidero far presente all’onorevole Samuelsen che la Commissione sarebbe più che disposta a confrontarsi in un dibattito sui Balcani occidentali nel mese di dicembre.
L’onorevole Duff ha affermato che il regolamento sulle relazioni commerciali dovrebbe essere presentato entro tre mesi.
Anche in questo caso – parlo per me – la Commissione sarebbe ben lieta di soddisfare tale richiesta, peraltro ragionevole.
Altri due deputati ci hanno suggerito di destinare il nostro sostegno a un posto in particolare, ossia Famagosta, ma non sarebbe una scelta sensata, in quanto la nostra assistenza deve essere diffusa in maniera più generale.
<P>
Vorrei soffermarmi su altri tre punti.
Il primo riguarda l’Agenzia con sede a Salonicco: desidero ringraziare di cuore il governo greco per l’ospitalità offerta.
Ha fornito le strutture di cui abbiamo usufruito a Salonicco.
Si trattata di una proposta geniale del governo precedente cui quello attuale ha dato seguito.
Ci è stata messa a disposizione una sede magnifica.
Chiunque abbia lavorato presso l’Agenzia è grato per ciò e di certo, a nome della Commissione, lo sono molto anch’io.
<P>
Secondo: l’onorevole Lagendijk ha affermato – sebbene fosse troppo gentile per esprimersi in questi termini – che vi è un certo grado di incoerenza intellettuale, che accetto, tra la strategia che ho tenacemente perseguito nel mondo, volta a decentralizzare la gestione dei nostri aiuti, e la scelta che abbiamo operato nei Balcani occidentali, vale a dire decidere di istituire un’agenzia piuttosto che semplicemente decentralizzare le nostre delegazioni.
Devo aggiungere a giustificazione della decisione adottata che la mia preoccupazione maggiore, soprattutto se si considera la situazione nei Balcani occidentali, nonché in Kosovo, in Serbia e Montenegro e nella ex Repubblica jugoslava di Macedonia, una situazione oltremodo difficile, era riuscire a fornire assistenza, che mi sembrava la cosa più importante da fare.
Poiché l’Agenzia si è rivelata di una tale efficienza non sussisteva alcun motivo per smantellarla e ho ritenuto sensato che continuasse a essere il nostro strumento principale per gestire gli aiuti.
Pertanto, mi dichiaro colpevole di una certa incoerenza intellettuale, ma il risultato conseguito dall’Agenzia l’ha giustificata.
<P>
Infine, non intendo scatenare una disputa con le ultime parole che pronuncerò in quest’Aula.
Tuttavia, vorrei rivolgermi all’onorevole deputato che ha dichiarato che avrebbe desiderato che il Commissario Verheugen, mio stimato collega, fosse stato più incisivo nell’illustrare i vantaggi del piano Annan, per fargli presente che il Commissario Verheugen avrebbe anch’egli desiderato agire in questo senso, ma, quando a Cipro ha tentato di farlo, è stato bloccato.
E’ uno dei fatti della vicenda e non è stato l’episodio più felice dell’intera storia.
Sarebbe stato meglio in generale se durante la campagna referendaria avesse avuto la possibilità di spiegare a Cipro quali erano secondo lui gli aspetti positivi del piano Annan.
Forse avrebbe fornito una visione più equilibrata di quella che è emersa da alcune lettere inviate dal governo.
Mi auguro di tutto cuore che sia possibile confrontarci al riguardo nel modo più sereno possibile.
Auspico altresì che tutti gli aspetti della questione vengano ascoltati con attenzione.
<P>
Vorrei aggiungere una riflessione, ossia che ammetto, come ha affermato l’onorevole Kasoulides, che molti onorevoli deputati dimostrano un sincero impegno nello sforzo di apportare un miglioramento nella vita di ciascun abitante dell’isola.
Non nutro il benché minimo dubbio riguardo all’impegno dell’onorevole deputato e spero che in futuro avremo la possibilità di vedere questo popolo vivere un’esistenza più prospera, stabile e pacifica su quella terra gloriosa.
<SPEAKER ID="79" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="(La seduta, sospesa alle 18.25, riprende alle 21.00)">
<P>
   – La discussione congiunta è chiusa.
<P>
La votazione si svolgerà domani, alle 12.30.
<SPEAKER ID="80" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Vicepresidente">
<SPEAKER ID="81" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – L’ordine del giorno reca la discussione congiunta sulle dichiarazioni del Consiglio e della Commissione relative al cambiamento climatico.
<SPEAKER ID="82" LANGUAGE="EN" NAME="Nicolaï," AFFILIATION="Consiglio">
<P>
   . – Signor Presidente, l’Unione europea sta svolgendo un ruolo chiave in due importanti questioni relative al cambiamento climatico.
La prima è l’applicazione e l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto.
Gli Stati membri e la Commissione stanno attualmente mettendo a punto il sistema dello scambio delle quote di emissione, il cui avvio è previsto per il 1° gennaio 2005.
<P>
Il secondo punto nodale è la politica climatica a lungo termine.
A dicembre di quest’anno è prevista a Buenos Aires la decima sessione della Conferenza delle parti aderenti alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico.
Uno dei compiti di tale Conferenza sarà quello di valutare i risultati ottenuti dalla Convenzione negli ultimi 10 anni e le tendenze future.
Finora è stato ottenuto l’importantissimo risultato del Protocollo di Kyoto.
Tale documento, tuttavia, è solo un primo passo e le emissioni di CO2 dovranno essere ulteriormente ridotte dopo il 2012.
<P>
Esprimo i ringraziamenti del Consiglio per gli sforzi profusi dal Parlamento al fine di persuadere la Russia ad aderire al Protocollo di Kyoto.
L’Unione europea ha accolto favorevolmente la buona notizia in cui si annunciava che il 5 novembre il Presidente Putin ha firmato un documento che sancisce la ratifica del Protocollo di Kyoto da parte della Federazione Russa.
Tale ratifica dà il via libera all’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto il prossimo anno.
Una volta entrato in vigore il Protocollo, gli Stati saranno giuridicamente tenuti, in virtù di obiettivi vincolanti, a ridurre le emissioni di gas a effetto serra onde soddisfare entro il 2012 i requisiti fissati.
<P>
Il Protocollo di Kyoto è il principale strumento della lotta globale contro il cambiamento climatico ed è un buon esempio dell’efficacia della cooperazione globale.
L’Unione europea, dando l’esempio, ha permesso di far approvare la legislazione.
L’Unione europea ha già reso queste misure giuridicamente vincolanti sul suo territorio.
L’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto dimostra che l’UE aveva ragione a procedere all’adempimento degli obblighi prima che fossero vincolanti.
<P>
Nella primavera del 2005, il Consiglio europeo prenderà posizione sulla futura politica climatica dell’UE.
I capi di governo valuteranno le strategie a medio e lungo termine per la riduzione delle emissioni e i relativi obiettivi.
L’obiettivo fondamentale della politica climatica a lungo termine dell’UE è quello di limitare l’aumento della temperatura a un massimo di due gradi centigradi sopra i livelli preindustriali.
In vista di tale riunione, la Commissione europea sta attualmente elaborando un’analisi dei rapporti costi-benefici che tenga conto sia dei fattori ambientali che della competitività.
<P>
Le azioni in materia di cambiamento climatico richiedono una coalizione mondiale che sia il più ampia possibile.
Credo che sarà possibile costruire una simile coalizione solo attraverso il dialogo tra l’Unione europea e altri paesi.
La Presidenza dell’Unione europea, nell’ambito della , sta mettendo a punto azioni con i paesi strategici a livello mondiale in vista della prossima Conferenza delle parti aderenti alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico e in vista di discussioni preventive sulle opzioni relative al sistema da adottare dopo il 2012.
<P>
I deputati al Parlamento Europeo possono inoltre svolgere un ruolo significativo in questo processo discutendo una politica climatica a lungo termine con i parlamentari dei paesi al di fuori dell’Unione europea, ad esempio in seno all’imminente decima Conferenza delle parti aderenti alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico.
<SPEAKER ID="83" LANGUAGE="EN" NAME="Wallström," AFFILIATION="Commissione.">
<P>
   – Signor Presidente, finora sono 189 i paesi aderenti alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico e mi auguro che parteciperanno tutti alla decima Conferenza delle parti a Buenos Aires.
Tale evento segnerà inoltre il decimo anniversario dell’entrata in vigore della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico.
<P>
La decisione della Russia di ratificare il Protocollo di Kyoto ne permetterà l’entrata in vigore e imprimerà rinnovato slancio alle discussioni che si terranno durante la Conferenza delle parti a Buenos Aires.
La Commissione ha quattro principali obiettivi per la cosiddetta COP 10.
Primo, tirare le somme del lavoro svolto finora.
Secondo, spiegare quello che l’Unione europea sta facendo per affrontare il cambiamento climatico.
Terzo, proseguire le discussioni sulle prospettive del dopo 2012.
Quarto, contribuire alla ricerca di soluzioni ai problemi tecnici inseriti nell’ordine del giorno.
<P>
La prima cosa da fare è tirare le somme delle azioni già intraprese da molti paesi aderenti per affrontare il cambiamento climatico.
Si tratta inoltre di un’opportunità, in particolare per i paesi in via di sviluppo, di spiegare le azioni già intraprese da molti di loro e di illustrare gli effetti del cambiamento climatico di cui hanno fatto esperienza per primi.
Tale occasione è un contributo importante per il dibattito politico generale.
<P>
Il secondo obiettivo è spiegare quanto l’Unione europea sta facendo mediante il programma europeo sul cambiamento climatico, nonché mediante il sistema di scambio delle quote che entrerà in vigore a partire da gennaio 2005.
Tale sistema sarà inoltre ufficialmente presentato a tutti i ministri nel corso di un evento che stiamo organizzando in stretta collaborazione con la Presidenza olandese e con il governo argentino.
<P>
Il terzo obiettivo consisterà nell’iniziare a pensare al futuro, ovvero al sistema globale che vigerà dopo il 2012, e avere uno scambio di pareri sul quadro del dopo 2012.
Anche quest’iniziativa sarà di capitale importanza al fine di coinvolgere i paesi in via di sviluppo e dimostrare che vi sarà equilibrio nelle azioni in discussione per il dopo 2012.
<P>
Il quarto e ultimo obiettivo è la risoluzione di alcune importanti questioni tecniche che figurano ancora nell’agenda della COP.
Si tratta in particolare di questioni relative ai paesi in via di sviluppo nonché dell’equilibrio tra adeguamento e ammorbidimento.
Credo che, in occasione della COP 10, verranno organizzate numerose tavole rotonde.
<P>
La Commissione è ansiosa di lavorare a stretto contatto con i deputati al Parlamento europeo che faranno parte della delegazione a Buenos Aires.
Forniremo i ragguagli completi ai deputati al Parlamento europeo e trasmetteremo loro con celerità le informazioni necessarie. Auspichiamo che possiate partecipare a numerose attività di ampio respiro nel corso della COP 10.
La presenza in seno alla COP 10 di una forte delegazione dell’UE, composta dai rappresentanti di tutte le Istituzioni europee, offrirà all’Unione l’importante opportunità di incoraggiare il resto del mondo a intraprendere maggiori azioni in risposta alla minaccia del cambiamento climatico.
Il fatto di avere alle spalle l’esperienza degli scorsi cinque anni di lavoro con i deputati al Parlamento europeo è uno dei nostri incontestabili elementi di forza, e le conferenze stampa congiunte che abbiamo tenuto e altre iniziative sono un segno di forza e di buona collaborazione.
Mi auguro che questa atmosfera positiva e questa stretta collaborazione tra noi continuino sia in seno alla COP 10 che in futuro.
<SPEAKER ID="84" LANGUAGE="EN" NAME="Doyle (PPE-DE )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – Signor Presidente, vorrei augurare al Commissario Wallström ogni successo per il nuovo portafoglio che le è stato assegnato.
Abbiamo apprezzato la possibilità di lavorare con lei sull’ambiente nei cinque anni trascorsi.
Vorrei ringraziarla per il suo particolare contributo.
I miei migliori auguri vanno anche alla Presidenza olandese il cui mandato volge al termine.
<P>
Alcuni affermano che il Protocollo di Kyoto alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico è destinato a fallire in quanto il resto del mondo aspetta solo che gli Stati aderenti vengano meno agli obblighi sottoscritti fornendo così loro un alibi perfetto alla decisione di non partecipare per primi.
A metà del primo periodo di impegni da conseguire entro il 2012 in conformità del Protocollo di Kyoto, il mondo sta attuando una razionalizzazione , infliggendo il colpo di grazia ai tentativi di ridurre le emissioni di gas a effetto serra prima che entri in vigore la seconda fase di attuazione.
A mio avviso non possiamo permetterci la mentalità del “te lo avevo detto”.
<P>
Il fallimento è relativo.
Il mancato rispetto degli obiettivi provvisori – e il mio paese, l’Irlanda, è sotto del 16 per cento rispetto all’obiettivo stabilito – è molto negativo.
Tuttavia, non agire per nulla sarebbe assolutamente catastrofico.
<P>
Il intergovernativo sul cambiamento climatico, l’IPCC, che è un internazionale di esperti incaricati di valutare gli aspetti scientifici, tecnici, sociali ed economici del cambiamento climatico, ritiene necessario diminuire le emissioni di gas a effetto serra del 60-80 per cento rispetto ai livelli del 1990 perché i nostri sforzi possano avere un impatto apprezzabile sull’aumento delle temperature globali.
So che vi è un dibattito all’interno della comunità scientifica sulla validità dei modelli utilizzati dall’IPCC e che tale dibattito è destinato a continuare. Tuttavia, la maggioranza delle persone accetta i modelli proposti dall’IPCC e le proiezioni che ne derivano.
<P>
I detrattori menzionano spesso il fatto che Kyoto permetterebbe di abbassare la temperatura della terra solo di 0,15 gradi centigradi rispetto al valore che raggiungerebbe se non facessimo niente.
Lo scetticismo e il cambiamento climatico sono diventati due fenomeni così strettamente interconnessi nel dibattito globale sul futuro del nostro pianeta da rischiare di farci perdere di vista gli effettivi passi concreti già intrapresi in virtù dei meccanismi del Protocollo di Kyoto al fine di definire un quadro per l’azione futura intesa al controllo dell’impatto delle attività umane sulla terra.
<P>
Soffermarsi eccessivamente sulla trascurabilità in termini quantitativi dell’effetto immediato di Kyoto sulla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra equivale, tuttavia, a perdere di vista il nocciolo del problema.
Kyoto è solo il primo passo da compiere per affrontare il riscaldamento globale, ma fornisce una base essenziale sui cui dobbiamo costruire in futuro politiche e accordi più esaustivi ed efficaci.
E’ il prototipo di accordi di ben maggiore respiro di quello attuale.
Il pregio del Protocollo di Kyoto sta nella definizione di meccanismi di mercato che traducono la tutela ambientale in termini economici.
Il Protocollo fissa un prezzo di mercato per il riscaldamento globale.
<P>
Kyoto, una volta attuato adeguatamente ed esteso a tutti gli altri settori, fornirà un meccanismo flessibile fondato sulla logica commerciale per ripartire l’onere del costo del riscaldamento globale in modo equo tra tutti i settori.
Il Protocollo fornirà un incentivo finanziario allo sviluppo di tecnologie pulite che salvaguarderanno il patrimonio ambientale delle generazioni future.
<P>
In conclusione, il principale ostacolo in questa fase è di natura diplomatica.
Dobbiamo avviare un costante e vigoroso dialogo con i nostri transatlantici americani e con la Russia, dove è discreditato persino il nome di questo Protocollo.
E’ vero, Kyoto ha delle lacune, ma solo lavorando insieme possiamo superarle a beneficio di tutti.
<P>
A livello europeo ritengo positiva la recente consultazione degli aderenti alla Convenzione sul cambiamento climatico promossa della Commissione e mi auguro che potremo far sentire la nostra voce in seno alla prossima Conferenza COP 10, cui sarò lieta di partecipare.
E’ tempo di sbarazzarsi dell’idea che il futuro della politica sul cambiamento climatico si esaurisca nel Protocollo di Kyoto.
Il problema, ed è fondamentale, è chiedersi che cosa succederà dopo Kyoto.
<SPEAKER ID="85" LANGUAGE="NL" NAME="Corbey (PSE )," AFFILIATION="a nome del gruppo.">
<P>
   – Signor Presidente, signora Commissario, per un soffio questa discussione si è svolta con lei invece che con il suo successore.
In tutta sincerità sono davvero lieta di poter parlare con lei oggi della politica dell’Unione europea sul cambiamento climatico e del contributo alla Conferenza sul clima che si terrà a Buenos Aires a dicembre.
Trovo notevole che il passaggio del testimone al suo successore sulla questione climatica sia coronato dal sicuro lieto fine dell’imminente entrata in vigore del Protocollo di Kyoto che farà seguito alle ratifiche del parlamento russo e del consiglio della Federazione russa, avvenute rispettivamente il 22 e il 27 ottobre.
Nel frattempo il Presidente Putin ha firmato l’atto di ratifica e siamo in attesa che tale documento venga depositato alla presenza del Segretario generale delle Nazioni Unite.
Il Protocollo di Kyoto entrerà in vigore 90 giorni dopo l’espletamento di tale formalità.
<P>
Il mio gruppo si rallegra per la decisione del Presidente Putin di unirsi all’Unione europea e agli altri paesi per affrontare il problema dell’effetto serra.
L’Europa e la Commissione europea hanno svolto un ruolo importante nel raggiungimento di tale risultato e doverose congratulazioni vanno senz’altro anche a lei.
La politica climatica può contare su un immenso sostegno in Europa.
Il nostro gruppo si compiace per l’ambiziosa politica climatica volta a contrastare l’effetto serra portata avanti dal Parlamento europeo e dal Consiglio dei ministri.
<P>
L’Europa ha confermato il suo ruolo di punta nella Conferenza sul clima di Buenos Aires.
Esprimo apprezzamento per il fatto che l’Europa abbia ribadito l’imprescindibile necessità di sostenere i paesi in via di sviluppo nel contrastare gli effetti del cambiamento climatico.
Non basta dire che verranno adottate misure strutturali che si riveleranno efficaci a lungo termine.
Alcuni paesi, in particolare quelli in via di sviluppo o di piccole dimensioni, subiscono già le conseguenze dell’effetto serra e hanno bisogno di aiuto.
<P>
Sebbene il mio gruppo sia soddisfatto, resta naturalmente critico.
Per quanto possa essere positivo vedere il Parlamento e i ministri per l’Ambiente sostenere un’ambiziosa politica climatica, non dovremmo rimanere impastoiati nella bella retorica e nelle buone intenzioni.
Dovremmo adottare anche misure concrete intese a ridurre le emissioni di gas a effetto serra.
In quanto Presidenza in carica dell’Unione, i Paesi Bassi hanno una particolare responsabilità nel presentare risultati concreti.
Le idee della Presidenza in materia di ambiente sembrano positive, ma devono tradursi in risultati.
Questo sarà il parametro in base al quale verrà giudicata la Presidenza olandese alla fine dell’anno.
Resta da vedere se a Buenos Aires le nostre belle parole verranno ribadite e concretizzate anche a livello internazionale.
Comunque sia, mi auguro che la Presidenza olandese e la Commissione europea collaboreranno in modo eccellente durante la Conferenza di Buenos Aires.
<SPEAKER ID="86" LANGUAGE="EN" NAME="Davies (ALDE )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – Signor Presidente, circa due giorni dopo le elezioni presidenziali statunitensi ho acceso la radio mentre ero a casa.
Ho sentito uno dei consiglieri di Bush sul cambiamento climatico dire, primo, che il cambiamento climatico è un mito; secondo, che gli scienziati europei sono tutti finanziati dai governi nazionali e dunque nessuno di loro è affidabile, mentre solo gli scienziati americani sarebbero indipendenti; e, terzo, che il Commissario Wallström ha ammesso che tutto il programma sul cambiamento climatico è volto a permettere la ripresa dell’industria europea e a imporre ulteriori oneri all’industria americana per ristabilire condizioni paritarie.
E io per tutto questo tempo avevo creduto che il Commissario per l’ambiente fosse venuta qui per salvare il mondo!
<P>
Sul di ieri ho letto che uno dei consiglieri di Putin, che abbiamo già avuto modo di ascoltare, continua ad affermare che tale problema è tutto un mito e che il riscaldamento globale sarà positivo!
E’ come se i guerrieri della vecchia Guerra Fredda si riunissero di nuovo insieme per cercare di lottare in un’arena globalmente più riscaldata.
<P>
Siamo giunti così lontano grazie alla credibilità di cui gode il Commissario, ma abbiamo ancora molta, molta strada da percorrere.
Dobbiamo assicurare l’applicazione di Kyoto, che, come sappiamo, non contrasterà affatto il cambiamento climatico, ma rallenterà semplicemente il processo. Dobbiamo però anche coinvolgere i paesi in via di sviluppo, fissare obiettivi più elevati, trovare modi per rendere la politica pubblica politicamente accettabile e coinvolgere gli Stati Uniti.
Non so quanto sarà lunga la strada da percorrere.
Mi auguro perlomeno che il Commissario, nell’adempiere al suo nuovo incarico, nei prossimi cinque anni possa trasmetterci un messaggio di successo.
<SPEAKER ID="87" LANGUAGE="FI" NAME="Hassi (Verts/ALE )," AFFILIATION="a nome del gruppo.">
<P>
   – Onorevoli colleghi, la Conferenza sul clima che si svolgerà a dicembre sarà di importanza storica, in quanto è ormai assodato che il Protocollo di Kyoto entrerà in vigore.
Occorre tuttavia capire che Kyoto è solo la prima tappa di un lungo percorso e ora è il momento di preparare il nuovo ciclo di negoziati per la riduzione delle emissioni.
Dobbiamo coinvolgere nuovi paesi, come la Cina e l’India.
L’UE dovrebbe presentare senza indugio innanzi tutto una proposta in cui si assume obiettivi a lungo termine per la riduzione delle emissioni e, in secondo luogo, proporre un modello per la riduzione delle emissioni a livello internazionale.
<P>
Per riuscire a evitare che il cambiamento climatico si volga in catastrofe, le emissioni globali devono avviarsi verso una diminuzione tendenziale entro non più di vent’anni. I paesi industrializzati, inoltre, devono ridurre le loro emissioni almeno del 60 per cento in circa 50 anni.
Tali cifre possono sembrare drastiche, ma saranno realizzabili mediante un cambiamento graduale, se agiamo in modo coerente.
Una riduzione annua delle emissioni solo del 2 per cento permetterà una diminuzione del 60 per cento nell’arco di cinquant’anni.
Le moderne tecnologie sostenibili renderanno possibile conseguire tale risultato.
<P>
Occorrono meccanismi di mercato che favoriscano le tecnologie pulite, come la tassazione sull’energia e lo scambio delle quote di emissione; si rendono però necessarie anche altre misure, come la possibilità di ridurre l’IVA sulle attrezzature in commercio con un rendimento energetico efficiente.
Potremo dunque ottenere riduzioni delle emissioni sorprendentemente cospicue, se i consumatori, all’atto dell’acquisto, saranno sempre indotti a scegliere l’opzione più efficiente dal punto di vista energetico.
In altre parole, siamo ancora in tempo per scongiurare un cambiamento catastrofico mediante una serie di misure graduali, purché vi sia determinazione e coerenza e purché l’UE mantenga la sua posizione guida nella politica internazionale sul clima.
<SPEAKER ID="88" LANGUAGE="SV" NAME="Sjöstedt (GUE/NGL )," AFFILIATION="a nome del gruppo.">
<P>
   – Alla luce dell’imminente entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, è importante vagliare quali azioni possiamo intraprendere in materia di politica climatica dopo il 2012.
Come ben sappiamo, gli impegni contenuti nel Protocollo di Kyoto sono del tutto inadeguati sul lungo termine.
<P>
E’ di particolare importanza avviare discussioni con i grandi paesi in via di sviluppo come India e Cina, in merito alla necessità che si assumano anch’essi in futuro impegni vincolanti per la riduzione delle loro emissioni, che sono ora in rapidissimo aumento.
Perché ciò avvenga, credo che sia importante parlare di utilizzo a lungo termine, equo e sostenibile delle risorse e affermare che l’unica equa ripartizione a lungo termine dei diritti di emissione si calcola su base a livello mondiale.
Questo è l’obiettivo equo davvero a lungo termine.
<P>
Le elezioni presidenziali americane comportano naturalmente un forte rallentamento del lavoro internazionale per l’ambiente. Gli Stati Uniti probabilmente si comporteranno in materia di ambiente come una forza anarchica globale anche per i prossimi quattro anni.
Non possiamo permetterci di aspettare gli americani, ma verrà il giorno in cui sia per motivi economici che ecologici saranno costretti a partecipare a questo lavoro.
E’ pertanto di capitale importanza che siano ben avviate le iniziative per cui è auspicata l’adesione degli Stati Uniti.
<P>
Vorrei spendere gli ultimi secondi a mia disposizione per ringraziarla, Margot, per il lavoro da lei svolto in materia ambientale in questi cinque anni.
Non è compito facile essere Commissario dell’Unione europea per l’ambiente.
So che lei ha dei detrattori al di fuori della Commissione europea e forse talvolta anche al suo interno; sono però persuaso che lei abbia lavorato nel modo migliore per quanto umanamente possibile e merita quindi sinceri ringraziamenti.
<SPEAKER ID="89" LANGUAGE="NL" NAME="Blokland (IND/DEM )," AFFILIATION="a nome del gruppo.">
<P>
   – Signor Presidente, il Protocollo rinnovato è stato elaborato quasi sette anni fa a Kyoto e, grazie alle ratifiche della Russia, alla fine dovrà entrare in vigore molto presto.
E’ una buona notizia, non solo per coloro che, come lei, signora Wallström, si sono battuti per questo Protocollo, ma anche per quanti sperimentano quotidianamente gli effetti del cambiamento climatico.
Comunque sia, tale successo merita vive congratulazioni.
Kyoto è un passo nella giusta direzione verso un ambiente migliore, anche se resta ancora molta strada da percorrere.
Esorto pertanto il Consiglio e la Commissione, unitamente al Parlamento europeo, a dimostrare che l’Unione europea vuole avere non solo un’economia forte, ma anche una politica ambientale forte.
Il Protocollo presenta ancora molte carenze; per esempio, occorrerebbe aggiungervi le emissioni aeree e sarebbe altresì opportuno un ulteriore aumento del numero degli aderenti.
Signora Wallström, il suo nuovo portafoglio potrebbe rivelarsi utile al riguardo.
L’UE può impegnarsi anche in tal senso.
Far aderire più paesi a questo Protocollo significa anche controllare meglio le emissioni a livello mondiale.
Attualmente il Protocollo comprende il 55 per cento delle emissioni dei paesi dell’allegato 1.
Dobbiamo lavorare sodo sul restante 45 per cento.
<SPEAKER ID="90" LANGUAGE="ES" NAME="Gutiérrez-Cortines (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, vorrei parlare del cambiamento climatico, ma soprattutto della relazione dell’Agenzia europea per l’ambiente. Questa Agenzia due mesi fa ha pubblicato una prognosi per il futuro in cui sottolinea che l’area maggiormente a rischio, che soffrirà di più a causa del cambiamento climatico, è quella mediterranea.
<P>
Mi sembra molto grave che finora questo allarme non sia stato lanciato con chiarezza.
Reputo essenziale mettere in rilievo che saranno le regioni mediterranee a risentire maggiormente dell’aumento della temperatura, con i gravissimi rischi per la salute che questo comporta; tali aree subiranno più di tutte la carenza di acqua e di precipitazioni, l’aggravarsi e l’estendersi della desertificazione, nonché la diminuzione della produttività.
Inoltre queste aree sono meta di un’immigrazione indotta dalla sofferenza, dalla povertà e dalla fame.
E’ nostro dovere aiutare questi paesi.
<P>
Chiedo all’Europa di scegliere con decisione strategie volte a combattere la desertificazione e una politica di adeguamento al cambiamento climatico, come raccomandato dall’Agenzia.
Dobbiamo elaborare politiche flessibili, come richiesto dallo sviluppo sostenibile.
Abbiamo bisogno di strategie integrate e di ricerche e studi molto più approfonditi sui problemi che ci troviamo ad affrontare.
<P>
L’Organizzazione delle Nazioni Unite, che ha attuato un processo volto a combattere la desertificazione dell’Europa, non ha detto quasi niente al riguardo.
Invoco pertanto una politica mediterranea volta essenzialmente a perseguire un equilibrio sociale e che in futuro sia più attiva.
<SPEAKER ID="91" LANGUAGE="ES" NAME="Sornosa Martínez (PSE )." AFFILIATION="leadership">
<P>
   – Signor Presidente, signora Commissario, nel congratularmi con lei per il suo nuovo incarico, mi rallegro per la sua presenza stasera alla discussione sul cambiamento climatico.
<P>
La strategia che l’Unione europea adotterà alla Conferenza di Buenos Aires sul cambiamento climatico è davvero di capitale importanza.
L’Unione europea deve mantenere la sua e farla pesare nei negoziati volti ad aumentare il numero dei paesi che aderiranno al Protocollo di Kyoto.
Mi sembra essenziale lavorare al fine di tenere conto delle discussioni avviate a Milano sul secondo periodo di impegni in vista dell’inserimento delle emissioni dei trasporti marittimi e aerei nonché al fine di ottenere progressi negli impegni globali volti a ridurre le emissioni dei trasporti su strada di merci e passeggeri, che rappresentano attualmente un notevole problema per l’inquinamento atmosferico.
<P>
La Commissione dovrebbe inoltre elaborare maggiori misure in materia di rendimento energetico e di incentivo all’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile perché, come lei ha affermato il 26 agosto, signora Wallström, se tutti gli enti pubblici dell’Unione europea si orientassero verso l’energia ecologica, la produzione di CO2 diminuirebbe di 62 milioni di tonnellate, cosa che ci permetterebbe di soddisfare il 18 per cento degli impegni di Kyoto in materia di riduzione delle emissioni.
Reputo inoltre che il mercato richieda segnali chiari e costanti volti a promuovere le energie rinnovabili e l’efficienza energetica.
<P>
Per tutti questi motivi, signora Commissario, ritengo positivo che la Commissione elabori proposte volte a migliorare le prestazioni energetiche e a incoraggiare l’utilizzo delle fonti di energia alternative per il secondo periodo. L’elaborazione di proposte è un altro modo con cui l’Unione europea può mantenere il suo ruolo guida.
<SPEAKER ID="92" LANGUAGE="SV" NAME="Schlyter (Verts/ALE )." AFFILIATION="pro capite">
<P>
   – Ormai ne vediamo già gli effetti.
I ghiacciai stanno scomparendo, i ghiacci artici si stanno sciogliendo, abbiamo inverni più brevi e aumentano gli uragani, le catastrofi naturali e i rifugiati ambientali.
Alla fine del secondo paragrafo della risoluzione si afferma l’intenzione di garantire sul lungo termine quote di emissione uguali a livello mondiale.
Tale affermazione ci interroga in modo radicale sulle drastiche misure che dovremo adottare per ridurre le nostre emissioni.
Stiamo sottraendo le riserve petrolifere non solo alle generazioni future, ma anche al mondo povero.
<P>
Adesso, mentre discutiamo della questione climatica, rischiamo di non adottare decisioni difficili in considerazione delle elezioni che ci saranno fra cinque anni; tuttavia, l’UE – Parlamento, Commissione e Consiglio – deve distogliere lo sguardo dalla prospettiva delle prossime elezioni e osare adottare decisioni atte a ridurre in modo radicale le emissioni.
Altrimenti, ci renderemo colpevoli di crimini contro l’umanità e la terra e rischieremo di ritrovarci, negli ultimi anni della nostra vita, dinanzi al Tribunale penale internazionale dell’Aia, bollati dall’eterna condanna delle generazioni future.
Ammesso e non concesso, naturalmente, che allora l’Aia non sia già stata sommersa dalle acque.
<SPEAKER ID="93" LANGUAGE="FR" NAME="Verges (GUE/NGL )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, il cambiamento climatico mette l’umanità dinanzi a una sfida di civiltà, in quanto è in gioco la salvaguardia delle specie e un maggiore equilibrio naturale.
E’ necessario considerare il nostro concetto di progresso e di sviluppo secondo una prospettiva nuova.
<P>
Tale problema sarà sempre più dominante nell’esistenza comune della gente con il passare del secolo.
Il moltiplicarsi di fenomeni climatici estremi dimostra che gli effetti del riscaldamento globale si stanno già facendo sentire.
Sono ormai inevitabili profondi cambiamenti.
<P>
Anche se l’UE sembra determinata a soddisfare gli obiettivi del Protocollo di Kyoto, rimane ancora però moltissimo da fare per preparare le popolazioni ad affrontare i cambiamenti che sono già in corso.
Occorre elaborare e attuare con la massima priorità una vera e propria politica di adeguamento.
<P>
Occorre trarre conclusioni politiche dal lavoro degli scienziati, e in particolare dalla relazione dell’Agenzia europea per l’ambiente, che descrive i molteplici effetti del riscaldamento globale in Europa.
Non dobbiamo dimenticare che il nostro continente, pur essendo il più piccolo al mondo, è anche quello che ha una maggiore estensione litoranea.
Su iniziativa dell’Osservatorio nazionale francese sugli effetti del riscaldamento globale di cui sono presidente, le 155 regioni costiere europee e mediterranee hanno già deciso di incontrarsi a Marsiglia nel 2005 per discutere la questione dell’adattamento al cambiamento climatico.
<P>
Confidiamo sul sostegno della Commissione per tale iniziativa, che potrà contribuire all’elaborazione di una vera e propria strategia europea per l’adattamento al cambiamento climatico in corso.
Tale questione, che è divenuta parte integrante del programma d’azione comunitario sul cambiamento climatico, deve ora essere ampliata.
<SPEAKER ID="94" LANGUAGE="EN" NAME="De Rossa (PSE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, abbiamo bisogno di energia più pulita e di tecnologie più efficaci, e, a tal fine, occorrono incentivi, a carattere negativo, se volete, come una tassa sul carbone.
<P>
L’Irlanda attualmente ha superato del 25 per cento i suoi obiettivi, eppure due mesi fa l’allora ministro delle Finanze aveva annunciato la decisione di lasciar cadere l’impegno di introdurre una tassa sul carbone.
Dopodomani l’ex ministro delle Finanze, Charlie McCreevy, siederà su questi scanni a fianco a lei, signora Wallström, quale responsabile del mercato interno.
Come possiamo credere nell’impegno della Commissione a fare in modo che tutti gli Stati membri adempiano e rispettino gli impegni assunti per la riduzione dei consumi di carbone?
E’ stato stimato che tra il 2005 e il 2007, 100 delle maggiori imprese irlandesi supereranno i valori limite vigenti per le emissioni.
L’Irlanda sta perdendo terreno nella battaglia per contrastare il cambiamento climatico.
<P>
Saranno i contribuenti irlandesi a farne le spese!
Le imprese che lamentano il rischio di non essere più competitive, se dovessero investire per creare energia pulita e tecnologie più efficienti, la passeranno liscia!
Esorto la Commissione e il Consiglio a sollecitare il governo irlandese a rivedere la sua decisione di non applicare la tassa sul carbone.
<SPEAKER ID="95" LANGUAGE="EN" NAME="Nicolaï," AFFILIATION="Consiglio.">
<P>
   – Signor Presidente, sarò molto breve.
Ringrazio i deputati al Parlamento per i loro contributi e concordo con la maggior parte delle osservazioni espresse.
E’ importante sapere che Parlamento, Commissione e Consiglio condividono pressoché le medesime opinioni su tale importante questione.
Dobbiamo davvero lottare contro lo scetticismo e guardare oltre il 2012 anche se, forse, non tutti sono d’accordo con noi a livello mondiale.
Almeno, però, c’è consenso sulle grandi linee della discussione generale tenutasi in Parlamento alla presenza della Commissione e del Consiglio.
E’ molto importante che i passi già intrapresi vengano portati avanti.
<SPEAKER ID="96" LANGUAGE="EN" NAME="Wallström," AFFILIATION="Commissione.">
<P>
   – Signor Presidente, desidero iniziare ringraziando i deputati per le gentili parole che mi hanno rivolto e per la loro collaborazione nell’arco di questi anni.
Mi auguro di continuare a seguire questa discussione poiché essa non riguarda solo l’ambiente, ma anche la nostra sopravvivenza su questo pianeta e le conseguenze economiche e sociali che ci riguardano tutti.
Nei prossimi anni mi auguro pertanto di poter sostenere le iniziative sul cambiamento climatico intraprese dalla Commissione Barroso e di esservi coinvolta.
<P>
Ricordo che riceviamo molto di rado relazioni dall’Oceano Pacifico – la vasta estensione di acqua che copre un terzo del pianeta – dove però gli effetti del cambiamento climatico si stanno già facendo sentire sugli abitanti dei piccoli Stati insulari.
Va detto che in tutte le discussioni sul cambiamento climatico tenutesi negli scorsi cinque anni gli interventi dei rappresentanti dei piccoli Stati insulari sono stati quelli più sconcertanti in quanto hanno raccontato come questo fenomeno influisce sulle loro vicende personali mettendo a rischio la possibilità di continuare ad abitare tali piccole isole.
<P>
Molti potrebbero dire che il Protocollo di Kyoto non ha funzionato, che ha fallito, e menzionarne gli aspetti negativi.
Kyoto non è la perfezione, ma qual è l’alternativa a questo quadro internazionale unico negoziato 10 anni fa?
Dovremmo cercare di avviare contatti bilaterali tra uno Stato e l’altro?
Per risolvere un problema globale occorrono una soluzione e un quadro effettivamente globali.
Ho cercato di presentare la questione da un’altra angolatura dicendo che è un Protocollo ingegnoso, poiché concilia scienza e rispetto dell’ambiente; inoltre, il modo in cui le Nazioni Unite hanno messo insieme il intergovernativo sul cambiamento climatico non ha precedenti.
Naturalmente singoli scienziati metteranno in discussione tutto, è il loro lavoro!
Resta tuttavia il fatto che possediamo una conoscenza approfondita del problema.
Una scienza rispettosa dell’ambiente comporta responsabilità comuni ma differenziate che vengono in parte attribuite ai paesi ricchi, le cui emissioni superano da 8 a 80 volte quelle dei paesi poveri.
Coinvolgiamo però tutti i paesi.
India e Cina siedono allo stesso tavolo dei paesi ricchi, cosicché possa esserci un dialogo e si possa discutere delle prospettive per il dopo 2012.
In tal modo inoltre avremo accesso ai cosiddetti meccanismi flessibili in virtù dei quali si terrà conto dei costi effettivi nelle azioni da intraprendere.
Coinvolgeremo e mobiliteremo diverse figure e utilizzeremo le forze di mercato per il bene dell’ambiente.
Ecco perché il Protocollo è ingegnoso.
Dovremo rivederlo, lavorarci su e cambiarlo nei prossimi anni, ma è l’unica possibilità esistente sulla piazza per contrastare il cambiamento climatico.
Sono dunque orgogliosa per il ruolo svolto negli anni dall’Unione europea e mi auguro che si continuerà in tal senso.
E’ della massima importanza.
Per una volta possiamo dimostrare al resto del mondo che lo sviluppo sostenibile è possibile, che possiamo trovare strumenti e misure efficaci in termini di costi e che abbiamo la volontà di instaurare una collaborazione reciproca.
<P>
Grazie al Parlamento europeo disponiamo di una politica sul cambiamento climatico davvero ambiziosa.
Mi auguro che, con il vostro aiuto, tale politica prosegua.
Rivolgo i migliori auguri alla vostra delegazione e alla delegazione UE alla COP 10 a Buenos Aires.
<SPEAKER ID="97" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="DICHIARAZIONE SCRITTA (ARTICOLO 142 DEL REGOLAMENTO)">
<P>
   – In conclusione del dibattito ho ricevuto una proposta di risoluzione della Commissione per l’ambiente e la sanità pubblica e la sicurezza alimentare(1).
<P>
Dichiaro quindi chiusa la discussione.
<P>
La votazione si svolgerà domani, mercoledì, alle ore 12.30.
<SPEAKER ID="98" LANGUAGE="EN" NAME="Aylward (UEN )" AFFILIATION="per iscritto.">
<P>
   – Desidero complimentarmi con il Presidente Putin.
Il Protocollo di Kyoto è fuori pericolo grazie alla ratifica della Federazione russa.
Il paese con i più alti livelli di inquinamento – gli Stati Uniti – rifiuta di prendere atto del fatto che la ratifica statunitense del Protocollo di Kyoto è una necessità globale.
Sono profondamente preoccupato dal fatto che gli Stati Uniti abbiano deciso di affrontare la questione del cambiamento climatico mediante iniziative unilaterali.
Il cambiamento climatico va affrontato come problema globale.
<P>
Se non vi sarà una riduzione dei livelli di anidride carbonica, i ghiacci che ricoprono l’Artide scompariranno.
Tale fenomeno colpirà in modo particolare la qualità di vita degli abitanti delle regioni costiere e insulari.
Si tratta di un fatto scientifico, non di un’affermazione pronunciata sull’onda della passione politica.
<P>
L’Irlanda è molto più efficiente dal punto di vista energetico rispetto a dieci anni fa.
Esorto gli altri Stati membri a seguirne l’esempio.
Non è mai stato detto che affrontare il cambiamento climatico sia semplice.
Affrontare la questione con indulgenza, però, è peggio.
<P>
In veste di deputato al Parlamento europeo ho il dovere di mettere in rilievo la necessità di tutelare dagli effetti del cambiamento climatico le persone da me rappresentate, le controparti dell’Unione europea e i nostri internazionali.
Esorto i paesi che non lo hanno ancora fatto ad assumersi il proprio impegno globale al fine di contrastare il cambiamento climatico mediante il Protocollo di Kyoto.
<SPEAKER ID="99" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Proposta di risoluzione:"/>
<SPEAKER ID="100" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – L’ordine del giorno reca la relazione Corbey (A6-0027/2004) sulla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 94/62/CE sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggi.
<SPEAKER ID="101" LANGUAGE="EN" NAME="Wallström," AFFILIATION="Commissione.">
<P>
   – Signor Presidente, nel 2001 i 15 vecchi Stati membri dell’Unione europea hanno prodotto un totale di 65 milioni di tonnellate di rifiuti da imballaggio.
Tale importo corrisponde circa al 17 per cento dei rifiuti solidi municipali e al 3 per cento della produzione totale di rifiuti in termini di peso.
Di questi 65 milioni di tonnellate, 34 milioni, vale a dire il 53 per cento, sono stati riciclati, mentre il 60 per cento è stato recuperato o incenerito con recupero di energia.
<P>
Sulla base delle informazioni a nostra disposizione abbiamo buone ragioni di presumere che nel 2002 siano stati raggiunti tutti i 75 diversi obiettivi richiesti agli Stati membri.
E’ un successo cui molti non avrebbero creduto fino a pochi anni fa.
La Comunità ha pertanto fatto tesoro di questo successo e approvato nuovi e più severi obiettivi all’inizio di quest’anno.
<P>
I nuovi Stati membri hanno iniziato più tardi a organizzare i propri sistemi di riciclaggio.
Cionondimeno, hanno compiuto significativi progressi nell’adempimento degli obiettivi previsti dalla vecchia direttiva sugli imballaggi alla fine dei periodi di transizione concordati nel Trattato di adesione.
Per ragioni di natura procedurale, non è stato possibile fissare una scadenza per gli obiettivi della versione modificata della direttiva sugli imballaggi nella direttiva stessa.
Si è pertanto resa necessaria questa proposta. La Commissione ritiene che il Parlamento debba essere pienamente coinvolto nel decidere la scadenza per i nuovi Stati membri.
Riteniamo pertanto appropriato applicare la procedura giuridica della codecisione ai sensi dell’articolo 95.
<P>
Reputiamo peraltro comprensibile che i nuovi Stati membri vogliano poter contare quanto prima sulla certezza giuridica.
Tali Stati dovrebbero essere in grado di rispettare al contempo gli obiettivi previsti dalla direttiva modificata e la scadenza fissata dalla presente proposta.
Occorre pertanto concordare una data entro agosto 2005, termine previsto per l’attuazione degli obiettivi. Mi auguro che gli sforzi profusi per il raggiungimento di un accordo in prima lettura siano coronati da successo.
<P>
La Commissione ha proposto la data del 2012 per tutti i nuovi Stati membri.
Tale data dovrebbe permettere di avviare le discussioni con Parlamento e Consiglio su un piede di parità.
Posso tuttavia accettare un limitato rinvio per alcuni dei paesi interessati.
<P>
Sono altresì consapevole che molti deputati al Parlamento europeo vorrebbero incentivare maggiormente gli Stati membri a promuovere i sistemi di riutilizzo.
Si tratta di un argomento importante su cui la Commissione si è impegnata a vagliare delle ipotesi nell’ultima revisione della direttiva sugli imballaggi.
Non è tuttavia facile trovare il giusto equilibrio tra gli incentivi al riutilizzo e la tutela del mercato interno.
Ritengo pertanto necessario attendere i risultati dei due studi in corso e discutere la questione alla luce della relazione che la Commissione presenterà al Parlamento e al Consiglio nel 2005.
Tuttavia, la Commissione può accogliere l’intenzione del Parlamento di sottolineare l’importanza del riutilizzo in un considerando, come proposto dall’emendamento n. 4.
<P>
La Commissione può accettare gli emendamenti nn. 1, 2 e 3 e in linea di principio l’emendamento n.
4.
<SPEAKER ID="102" LANGUAGE="NL" NAME="Corbey (PSE )," AFFILIATION="relatore.">
<P>
   – Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli deputati, stasera discutiamo di nuovo di imballaggi.
Commissario Wallström, poiché questa è la sua ultima discussione in veste di Commissario per l’ambiente, desidero congratularmi con lei per il valido lavoro degli scorsi cinque anni, per il suo personale e significativo impegno e coinvolgimento, nonché ringraziarla per la positiva collaborazione che ha intrattenuto con il Parlamento.
Lei è stata un eccellente Commissario per l’ambiente.
<P>
Stasera discutiamo le ultime parti della revisione della direttiva sugli imballaggi.
I dieci nuovi paesi hanno bisogno di obiettivi chiari.
Bruxelles e i governi non possono pretendere di punto in bianco il riciclaggio e il riutilizzo.
Occorre tempo per persuadere le persone a organizzare dei sistemi al riguardo.
Per tale motivo mi sembra meglio mantenere le date proposte dai nuovi Stati membri stessi.
Inutile dire che dalle consultazioni avute con i deputati dei nuovi Stati membri non sono emersi in merito pareri diversi.
Di qui la mia proposta contenuta nell’emendamento n. 3.
<P>
Sono d’accordo con il Commissario sulla necessità di concludere il più rapidamente possibile la questione e di cercare quanto prima di fare chiarezza politica per i nuovi Stati membri.
<P>
Signor Presidente, signora Commissario, la direttiva sugli imballaggi necessita di un’accurata revisione.
Uno dei punti cruciali è la costante tensione tra, da un lato, il mantenimento del mercato interno e, dall’altro, la tutela dell’ambiente.
In vari casi tale tensione è stata all’origine di ambiguità e di procedure lunghe e farraginose.
Occorre fare chiarezza sia a beneficio dei produttori che dei consumatori.
Sulla base della direttiva imballaggi che interessa anche l’ambiente, la Commissione europea ha messo in discussione vari sistemi di riutilizzo europei.
Signora Commissario, reputo alquanto deludente tale condotta e ho quindi deciso di concentrarmi su questa revisione.
<P>
Nell’emendamento n. 4 che ho presentato a nome del mio gruppo ho proposto di inserire nella direttiva la possibilità di incoraggiare gli Stati membri a introdurre il riutilizzo degli imballaggi.
Gli Stati membri hanno facoltà di introdurre nuovi sistemi per il riutilizzo dei materiali da imballaggio o in alternativa di mantenere quelli esistenti, laddove tali sistemi apportino un beneficio ambientale rispetto al riciclaggio o al recupero degli imballaggi.
L’emendamento in questione, che modifica un considerando, non afferma che gli Stati membri devono promuovere il riutilizzo, ma che hanno facoltà di promuoverlo, purché – e questa è una condizione importante – ciò avvenga conformemente al Trattato e senza perturbare il mercato interno.
<P>
Signora Commissario, lei ha detto di poter eventualmente accogliere questo emendamento e mi sembra che non vi siano grandi resistenze ad accettarlo neppure da parte del Consiglio.
Non riesco pertanto a capire perché tale emendamento abbia suscitato obiezioni tra i membri del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei e all’interno dell’industria europea degli imballaggi.
La reazione del PPE-DE e dell’industria interessata è semplicemente sconcertante se ci fermiamo a considerare le condizioni dell’ambiente e della natura.
<P>
La relazione di seguito alla relazione recentemente pubblicata dal Club di Roma conclude che i limiti dello sviluppo sostenibile sono lampanti.
Se non usiamo con attenzione le risorse naturali, come l’acqua e l’energia, i due mondi, quello della natura e quello della civiltà umana, entreranno in collisione.
Non siamo riusciti a integrare abbastanza lo sviluppo sostenibile nella produzione e nei modelli di consumo.
Dobbiamo con ogni evidenza operare un cambiamento radicale.
Il riutilizzo dei materiali e l’attenzione alle risorse naturali sono di vitale importanza.
Alla base dell’emendamento n. 4 vi sono anche queste considerazioni.
<P>
Un’industria degli imballaggi che si preclude la possibilità di promuovere il riutilizzo all’interno dei confini del mercato interno non affronta il futuro.
Entro il 2010 l’industria europea deve diventare l’economia più competitiva del mondo.
Tale obiettivo implica la capacità delle imprese di valutare la realtà sociale, di fare della sostenibilità un segno distintivo, di capire le preoccupazioni dei cittadini e dei consumatori per il futuro del pianeta e la loro disponibilità a dare il proprio contributo.
<P>
L’industria naturalmente ha ragione a dire che il riutilizzo non deve dare origine al protezionismo.
Il riutilizzo non deve diventare un alibi per penalizzare i fornitori stranieri.
Del pari il riutilizzo non sempre è la soluzione migliore per l’ambiente e non vi è motivo per renderlo vincolante.
Il riutilizzo riveste peraltro una funzione importante, in quanto sensibilizza la gente alla necessità di prestare attenzione alla natura e ai materiali.
<P>
L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è tornare a essere una società degli sprechi, anche se, peraltro, la gente non sempre se ne rende conto, perché molte persone ritengono che disfarsi di tutto non sia uno spreco, che si tratti di una bottiglia, una lattina o di altri materiali.
Domani il Parlamento discuterà anche la relazione Kok sull’attuazione della strategia di Lisbona.
Nella relazione Wim Kok conclude che il perseguimento di una società sostenibile in cui uomo, ambiente e mercato siano in armonia, nonostante la validità dell’obiettivo, non ha avuto il debito rilievo a causa della mancanza di volontà politica.
Egli, tuttavia, non afferma che dovremmo buttare via la strategia di Lisbona, e concordo con lui al riguardo.
Dobbiamo porvi mano e dare prova di volontà politica.
<P>
L’umile questione degli imballaggi vi fornirà l’opportunità di dare prova di volontà politica domani.
Non solo possiamo affermare a chiare lettere nella risoluzione quello che resta da fare, ma possiamo anche perorare la causa di un ampliamento concreto e realistico della direttiva sugli imballaggi.
<P>
Onorevoli colleghi, esorto tutti voi a schierarvi in modo chiaro domani.
La scelta sta a voi: dare voce a un’Europa che si batte per una società sostenibile e agisce di conseguenza o sostenere un’Europa che si riempie la bocca di belle parole sullo sviluppo sostenibile e sulla strategia di Lisbona, ma manca dell’energia e della tempra morale per sostenere con vigore tali obiettivi.
<P>
Commissario Wallström, la comunicazione è il suo nuovo strategico compito in seno alla Commissione europea.
Lei ha espresso l’intenzione di continuare a diffondere e promuovere il messaggio dello sviluppo sostenibile.
Lei ha il mio pieno sostegno in proposito e le auguro di avere molto successo.
Spero che dopo la votazione di domani sulla direttiva imballaggi, lei potrà far presente alla stampa che l’Europa non si limita a parlare di sostenibilità, ma la mette anche in pratica.
<SPEAKER ID="103" LANGUAGE="ES" NAME="Ayuso González (PPE-DE )," AFFILIATION="a nome del gruppo.">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli deputati, signora Commissario, la proposta presentataci dalla Commissione è semplicemente intesa a fissare i termini per il conseguimento da parte dei nuovi Stati membri degli obiettivi contenuti nella direttiva da noi approvata lo scorso anno.
<P>
Nei negoziati sulla revisione della direttiva sugli imballaggi per cui l’onorevole Corbey è stata anche relatrice, si è presentato il problema di decidere che cosa fare per i nuovi Stati membri non compresi negli obiettivi della direttiva.
<P>
I nuovi Stati membri hanno negoziato con la Commissione periodi transitori di durata variabile a seconda delle loro capacità di rispettare tali requisiti. Per molti paesi infatti si tratta di obiettivi davvero ambizioni e per nulla facili da raggiungere.
Le scadenze proposte sono contenute nel considerando 6 della direttiva modificata elaborata lo scorso anno.
<P>
Condivido la relazione approvata dalla commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare. Nell’emendamento n.
3 la relatrice ha sostituito la data proposta dalla Commissione, un’unica data per tutti i paesi, che è stata concordata dagli Stati membri e che, come ben sapete, è il 2012. Qualche Stato potrebbe non essere d’accordo, ma in realtà ogni Stato membro presenta peculiarità e difficoltà sue proprie e ha piena coscienza dei tempi che gli occorrono per conseguire tali obiettivi.
Non vi è alcuna utilità a emanare una legislazione impossibile da rispettare.
La presente proposta intende inserire gli Stati membri negli obiettivi della direttiva sugli imballaggi.
<P>
Sono dunque contraria al nuovo emendamento n. 4 poiché introduce un nuovo considerando sul sistema di riutilizzo, che sembra inteso a trarre vantaggio da una cosa per imporne un’altra.
Non è il momento.
Non sono contraria ai sistemi di riutilizzo in sé e nessuno può esserlo.
Non è però né il momento né il luogo adatto per presentare questo emendamento.
Tale emendamento è fuori tempo e fuori luogo, soprattutto perché l’articolo 5 della direttiva consente già agli Stati membri di promuovere metodi per il riutilizzo, purché conformi ai Trattati.
<P>
Mi sembra prematuro aprire questa discussione visto che a giugno la Commissione dovrà presentare al Parlamento e al Consiglio una relazione sull’applicazione della direttiva, sul suo impatto sull’ambiente e sul funzionamento del mercato esterno.
La relazione dovrà occuparsi della promozione del riutilizzo e, in particolare, operare un confronto dei costi e dei benefici comportati dal riutilizzo e dal riciclaggio.
<P>
Finora non si è trovato alcun motivo economico o ambientale a favore di un tipo di imballaggio rispetto a un altro.
L’essenziale di quanto volevo dire è la mia opposizione all’emendamento n. 4.
<SPEAKER ID="104" LANGUAGE="SL" NAME="Drčar Murko (ALDE )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, gli obiettivi in materia di trattamento dei rifiuti sottoscritti dai nuovi Stati membri stessi nel corso dei negoziati di adesione sono problematici per la maggior parte di essi.
Tale considerazione è valida anche per i vari tipi di rifiuti da imballaggio oggetto della direttiva dell’Unione europea del 1994.
<P>
Tutti i nuovi Stati membri hanno chiesto la concessione di periodi transitori.
Come è noto, mentre erano in corso i negoziati di adesione, la direttiva è stata rivista e sono stati introdotti requisiti più elevati per il trattamento dei rifiuti.
<P>
Perché gli obiettivi richiesti agli Stati membri rimanessero nella sfera del realisticamente fattibile, era logico concedere nuovi e più lunghi periodi di transizione.
Oggi discutiamo appunto di tali periodi di transizione.
<P>
Al momento attuale i nuovi Stati membri stanno creando sistemi per il trattamento dei rifiuti da imballaggio e al riguardo saranno decisivi i prossimi tre anni.
Tali sistemi devono rispettare requisiti elevati in termini ecologici, ma devono anche essere realistici e accettabili dal punto di vista economico.
<P>
Al riguardo i nuovi Stati membri stanno mettendo insieme le loro precedenti esperienze e prestando attenzione a quelle degli altri paesi in materia legislativa.
Tale approccio comporta il ricorso agli “esempi delle migliori prassi” da imitare nonché a quello degli esperimenti falliti da evitare.
<P>
Comunque sia i nuovi Stati membri cercheranno di introdurre vari metodi e di indurre i produttori a rendere gli imballaggi funzionali e al contempo sicuri e accettabili per i consumatori.
<P>
Desideriamo prendere in considerazione tra gli altri il metodo di riciclaggio degli imballaggi di cui all’articolo 5 della direttiva originaria.
Il mio paese, la Slovenia, promuove il riciclaggio in quanto si tratta di una pratica razionale sia in termini ambientali che economici.
<P>
Non si può tuttavia tacere il fatto che l’interpretazione dell’articolo 5 della direttiva originaria ha dato adito a numerose doglianze e procedimenti legali.
<P>
Parlamento e Consiglio hanno pertanto invitato la Commissione a preparare il documento di cui si è parlato oggi, documento, questo, in cui verranno esaminati i vari aspetti dell’impatto sull’ambiente e sul mercato interno.
<P>
Il nostro gruppo politico si compiace per il fatto che la raccomandazione sulla direttiva rivista abbia ripristinato la posticipazione delle scadenze per i nuovi Stati membri.
<P>
Tutto considerato abbiamo ottenuto una decisione ragionevole, purché la formulazione sia limitata al suo scopo originario e non venga incluso alcun aspetto attinente al processo di sviluppo o che sia oggetto dell’analisi degli esperti o attualmente all’esame della Corte di giustizia.
Grazie.
<SPEAKER ID="105" LANGUAGE="EN" NAME="Lucas (Verts/ALE )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – Signor Presidente, vorrei unirmi ai ringraziamenti rivolti alla signora Wallström per il lavoro svolto in veste di Commissario per l’ambiente.
So che sentiremo la sua mancanza e desidero estenderle i nostri ringraziamenti.
Vorrei inoltre ringraziare l’onorevole Corbey per la relazione elaborata.
Si tratta di un argomento di capitale importanza, che fa la differenza per l’ambiente e che è fortemente sentito dagli elettori.
<P>
Vi sono due punti nodali nella relazione dell’onorevole Corbey.
In primo luogo le date.
Capisco perfettamente il motivo per cui la relatrice propone di posticipare leggermente le date indicate dalla Commissione.
Il gruppo Verts/ALE può essere senz’altro d’accordo su tale proposta, purché vi sia consapevolezza che occorre vigilare con estrema attenzione affinché la prassi di fissare scadenze differenziate tra vecchi e nuovi Stati membri per l’adempimento degli obiettivi stia per finire.
Come abbiamo constatato in precedenza, tali deroghe in alcuni casi si sono di fatto prolungate oltre i termini previsti. Dobbiamo quindi fare in modo che i ritardi abbiano fine.
Tutto sommato, possiamo però accogliere l’emendamento.
<P>
L’altro punto cruciale è l’emendamento n. 4, cui hanno fatto riferimento molti altri oratori.
Condividiamo fortemente gli obiettivi che l’onorevole Corbey cerca di raggiungere con questo emendamento.
La relatrice cerca di preservare le disposizioni nazionali olandesi sugli imballaggi riutilizzabili.
Desidero mettere in rilievo che, in prima lettura, gli emendamenti presentati dai Verdi erano specificatamente volti a garantire il mantenimento dei sistemi nazionali di riutilizzo. Purtroppo, però, in questo caso non abbiamo ottenuto una maggioranza sufficiente a far passare tali emendamenti.
<P>
I Verdi sostengono con forza il riutilizzo, quale importante mezzo per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi. Condividiamo tuttavia le riserve espresse da altri in merito all’opportunità di affrontare questo problema nella presente direttiva tramite la modifica di un considerando.
Approviamo la motivazione alla base di tale richiesta, ma ci sembra che non sia stata avanzata nel contesto giusto.
Ci chiediamo comunque in quale modo un emendamento potrà sostenere la situazione olandese, visto che non modifica la legislazione vigente.
Dubitiamo che questo considerando avrà un impatto sui Paesi Bassi, in quanto la legislazione in questione sembra più applicabile ai nuovi Stati membri che ai “vecchi”.
Anche se fosse applicabile, mi chiedo quali ulteriori progressi ci permetterebbe di compiere.
La principale differenza tra quanto già previsto dalla direttiva 94/62/CE sul riutilizzo e quanto proposto dalla relatrice è un accento lievemente maggiore sulla promozione del riutilizzo.
Poiché però si tratta di un emendamento a un considerando, non vedo come possa realmente rafforzare le possibilità giuridiche esistenti.
<P>
Esorto con forza a profondere ogni sforzo onde promuovere il riutilizzo piuttosto che il riciclaggio e il recupero nel corso della revisione completa della direttiva sugli imballaggi prevista per il prossimo anno.
Aspetto con ansia una proposta forte da parte della Commissione entro la prossima estate.
Sarà quello il momento opportuno per far sì che il riutilizzo abbia la priorità che merita.
<SPEAKER ID="106" LANGUAGE="" NAME="De Brún (GUE/NGL )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – ... La direttiva modificata sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio segna un altro importante passo avanti verso strategie e politiche incentrate sulla riduzione dei rifiuti, nonché sul loro recupero, riutilizzo e riciclaggio.
Sia nel nord che nel sud dell’Irlanda simili direttive stanno avendo un impatto positivo a livello di prassi di governo e di mentalità dei cittadini nel cambiare il modo di gestire i rifiuti domestici e commerciali.
Resta molto lavoro da fare, ma ora disponiamo di molti buoni esempi da cui imparare, tra cui idee innovative sul riutilizzo.
<P>
Vorrei inoltre sottolineare l’importanza delle scadenze al fine di assicurare che gli Stati membri conseguano gli obiettivi stabiliti dall’Unione europea, e mi riferisco anche alle scadenze fissate per i nuovi Stati membri.
A livello di amministrazioni locali, in Irlanda abbiamo direttive che dimostrano che il riciclaggio si sposa bene con gli enti locali, che da Belfast a Dublino ricercano attivamente nuove forme di gestione dei rifiuti, mentre parallelamente i dipartimenti governativi sono riusciti a far convergere i propri sforzi a seguito di queste direttive.
<P>
E’ tuttavia importante trattare con equità i paesi che hanno aderito all’Unione europea nel giugno 2004.
Sostengo pertanto gli emendamenti al riguardo presentati dalla relatrice e dalla commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare.
Non si tratta di una proroga: è una questione di chiarezza, efficacia ed equità.
Occorrono scadenze, ma anche chiarezza ed equità per tutti.
Su questa base l’accordo iniziale sulle date dovrebbe reggere.
E’ altresì di estrema importanza mettere gli Stati in condizione di perseguire politiche per il riutilizzo e non precludere alcuna possibilità al riguardo.
<SPEAKER ID="107" LANGUAGE="EN" NAME="Allister (NI )." AFFILIATION=",">
<P>
   – Signor Presidente, nel constatare la proroga dell’attuazione della direttiva sui rifiuti da imballaggio concessa ai paesi aderenti, e sulla scorta dell’esperienza maturata in Irlanda del Nord, desidero dire che i nuovi Stati sono fortunati a scampare all’obbligo di applicare tali requisiti per diversi anni.
In forza della direttiva in questione sono state imposte all’Irlanda del Nord normative draconiane.
Attualmente abbiamo l’assurda norma per cui per esempio, un venditore al dettaglio di articoli da che acquisti prodotti imballati e li rivenda, è tenuto a compilare un rendiconto che specifichi il peso netto degli imballaggi di tutte le merci del genere passate attraverso la sua impresa, anche se non ha né aperto né dissigillato gli imballaggi.
Il rivenditore deve quindi sostenere il costo di una tassa sui rifiuti semplicemente per il fatto di aver maneggiato le merci e inoltre deve sprecare tempo ed energie per cercare di individuare il peso degli imballaggi.
Sono pertanto lieto che una simile follia venga risparmiata agli Stati candidati.
<P>
Constato con sorpresa che è stata concessa una deroga al pieno adempimento degli obiettivi fino al 2012 alla Repubblica irlandese, sebbene sia uno Stato membro dell’UE da lunga data.
Purtroppo il Regno Unito non ha chiesto una deroga analoga, dunque ci troviamo assediati dai folli regolamenti che ho descritto.
<P>
Sono inoltre sorpreso dal fatto che, a quanto sembra, l’ultima oratrice ignora l’esistenza di misure differenti nella Repubblica irlandese, nonché la concessione della proroga e del differimento della scadenza fino al termine del 2011.
Forse, se anziché di parlare in una lingua che nessuno è interessato a comprendere, l’onorevole collega si fosse concentrata maggiormente sui documenti, non avrebbe commesso un errore così madornale.
<SPEAKER ID="108" LANGUAGE="EN" NAME="Jackson (PPE-DE )." AFFILIATION="modus operandi">
<P>
   – Signor Presidente, facendo seguito a quanto appena detto dai miei due colleghi, ho preso parte all’adozione di questa direttiva con l’onorevole Corbey e altri.
Abbiamo senz’altro avuto l’impressione che le date menzionate nel preambolo della direttiva, nella forma un cui è stata alla fine approvata, si applicassero ai paesi aderenti.
Ho dunque alcune domande da rivolgere al Commissario.
E’ un piacere vederla presente a quella che deve essere una delle sue ultime discussioni in veste di Commissario per l’ambiente.
<P>
Primo, sono i paesi aderenti ad aver chiesto queste date anticipate?
Tali date sono vicine in modo imbarazzante a quelle irlandesi.
L’Irlanda, come sappiamo, ha preso in esame questa legislazione per molti anni, senza adottare la benché minima iniziativa.
Queste date anticipate che la Commissione propone sono state effettivamente proposte dai nuovi Stati membri?
In caso negativo, su quale base sono state decise?
<P>
Secondo, tali date si fondano su una qualche valutazione dell’impatto dei costi?
Devono esserci costi aggiuntivi tra le scadenze auspicate dagli Stati membri e le date proposte dalla Commissione.
<P>
Mi sembra che queste scadenze rivelino il della Commissione.
La Commissione considera buona parte di questa normativa alla stregua di .
Come ha detto il collega, onorevole Allister, per noi si tratta di testi legislativi da attuare.
Se non vigileremo attentamente, per sfuggire a questa situazione assisteremo all’esportazione di grandi quantità di imballaggi usati dall’Unione europea verso la Cina e altri paesi.
La Commissione potrebbe dunque cortesemente rispondere a queste domande?
<SPEAKER ID="109" LANGUAGE="EN" NAME="Doyle (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, le provocazioni rivoltemi da vari oratori non mi fanno desistere dal dire quello che mi ero proposta.
<P>
Il segreto per conseguire le nostre ambizioni nel settore del riciclaggio e del recupero dei rifiuti da imballaggio sta nella definizione di obiettivi raggiungibili fondati su aspettative realistiche.
E’ assolutamente inutile fissare scadenze impossibili da rispettare e poi avviare le inevitabili procedure di infrazione.
Come ha giustamente rilevato l’onorevole Corbey nella sua relazione, e la ringrazio per il lavoro svolto, è per ragioni di semplice giustizia ed equità che occorre adottare lo stesso approccio verso i nostri colleghi dei nuovi Stati membri, come promesso durante i negoziati di adesione.
<P>
Spostare il termine finale e imporre onerose scadenze vincolanti a questo punto sarebbe indice di mala fede da parte nostra, in quanto vanificherebbe il risultato ottenuto a caro prezzo all’inizio dell’anno dal trilogo finale sulla direttiva rivista, il cui contenuto è espresso nel considerando 6 della direttiva, che mi sembra elencare per ogni nuovo Stato membro la scadenza delle deroghe.
<P>
La nostra discussione non dovrebbe incentrarsi sulla definizione del calendario, ma sulla riduzione del livello complessivo di imballaggi e di rifiuti da imballaggio per mezzo del riciclaggio e del recupero.
Vorrei far presente che le deroghe in questione si riferiscono ai tempi e non agli obiettivi sostanziali.
Si tratta di una distinzione importante a riprova che non sosteniamo l’elusione delle responsabilità.
<P>
Anticipando la relazione della Commissione sull’attuazione della direttiva originaria prevista per il prossimo giugno, posso riferire che una politica ragionevole di deroghe realistiche si è già dimostrata un successo nel mio paese, e mi auguro che l’onorevole Jackson prenda buona nota di quanto sto per dire.
Abbiamo un problema specifico di natura demografica, geografica e legato alla mancanza di infrastrutture e all’assenza di un’industria nazionale degli imballaggi, per cui importiamo l’80 per cento delle merci imballate.
L’Irlanda non possiede strutture per il recupero di energia o per l’incenerimento, quindi dobbiamo raggiungere gli obiettivi fissati solo tramite il riciclaggio.
La quantità dei rifiuti da imballaggio riciclati è tuttavia cresciuta costantemente da 93 000 tonnellate nel 1998 fino a oltre 414 000 tonnellate nel 2003.
Tale dato rappresenta più del 45 per cento dei rifiuti da imballaggio presenti sul mercato irlandese, che in precedenza sarebbero stati interrati.
Abbiamo raggiunto l’obiettivo del 2001 di riciclare il 25 per cento degli imballaggi e siamo sulla buona strada per conseguire l’obiettivo del 2005 che prevede una percentuale di riciclaggio del 50 per cento grazie a scadenze e deroghe adeguate e ragionevoli.
<P>
In Irlanda si è verificato un chiaro cambiamento nell’approccio dei cittadini verso il riciclaggio.
Il 61 per cento della popolazione adulta si reca nei centri di raccolta locali almeno una volta al mese, contro il 25 per cento del 1998.
La realizzazione di tale cambiamento ha comportato, e continuerà a comportare, dispendio di tempo, sforzi e investimenti, fatto che si è riflesso nelle scadenze 2011-2012 fissate nella direttiva rivista sugli imballaggi per Grecia, Portogallo e Irlanda.
Sono stata autrice di questo specifico emendamento e ringrazio i colleghi per avermi appoggiata.
Un’analoga deroga per motivazioni affini dovrebbe essere concessa ai colleghi dei nuovi Stati membri.
<P>
La nostra ricerca di un regolamento migliore, in quanto Parlamento, deve cominciare da una legislazione applicabile.
Se stabiliamo obiettivi irragionevoli per il riciclaggio e il recupero dei rifiuti da imballaggio, senza tenere conto dei limiti imposti dalle capacità effettive, potremo farla finita sin d’ora e prenotarci in anticipo un posto alla Corte di giustizia per inadempimento risparmiando così alla Commissione lo spreco di buste per le lettere di messa in mora e di parere motivato previste dalla procedura di infrazione di cui all’articolo 226 del Trattato.
<P>
Vorrei che fosse messa agli atti la mia delusione per l’affermazione in cui l’onorevole Allister ha detto che l’onorevole de Brún si è espressa in una lingua che “nessuno è interessato a comprendere”.
Forse non è né il momento né il luogo per parlare in irlandese, ma ritengo che in questo Parlamento siano del tutto fuori luogo osservazioni dispregiative e denigratorie sulla lingua di chicchessia, per quanto minoritaria, ed esprimo la mia contrarietà al riguardo.
<SPEAKER ID="110" LANGUAGE="FI" NAME="Korhola (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, innanzi tutto vorrei ringraziare la relatrice per il valido lavoro svolto sull’importante e combattuta direttiva sui rifiuti da imballaggio.
A seguito dell’allargamento dell’Unione gli obiettivi comuni fissati in vista dell’armonizzazione legislativa si sono rivelati particolarmente rigidi per i nuovi Stati membri, e forse più di quanto fosse mai successo prima.
In tal senso la proposta di direttiva sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio non fa eccezione.
<P>
L’entrata in vigore della presente direttiva deve fondarsi sulla possibilità di garantire un mercato interno più autonomo possibile e libero da rischi di distorsioni, la qual cosa è più facile a dirsi che a farsi.
L’estensione del mercato interno è aumentata e forse le differenze tra i livelli di partenza dei vari Stati membri sono maggiori di quelle finora esistite.
La proposta della Commissione di fissare per i nuovi Stati membri la scadenza comune del 2012 per gli obiettivi in materia di recupero e riciclaggio, previsti dalla direttiva sui rifiuti da imballaggio, ha la sua ragion d’essere nella necessità di attuare quanto prima una convergenza dei mercati.
<P>
La proposta non è tuttavia esente da problemi.
Di conseguenza sarebbe bene essere prudenti nel fissare obiettivi ambiziosi e tenere invece meglio presenti i livelli di partenza dei nuovi paesi nel decidere le scadenze.
In tal modo eviteremo le imbarazzanti ripercussioni conseguenti alla violazione delle condizioni fissate e allo stesso tempo daremo priorità alla convergenza europea invece che all’armonizzazione del mercato di cui si sta parlando.
<P>
Vi sarebbe molto da discutere anche sulla lettura della direttiva sul riciclaggio e sul recupero dei rifiuti da imballaggio.
Il valore ecologico del riutilizzo è incontestabile.
Occorre però capire che non sempre il riutilizzo degli imballaggi è automaticamente vantaggioso in termini di rispetto dell’ambiente.
Per trasporti su brevi tratte è senz’altro preferibile, ma sorgono problemi quando ogni produttore ha i suoi imballaggi e visto che per di più le distanze interne nel mercato europeo sono lunghe.
Un esempio calzante è il trasporto di frutta dai paesi del sud a quelli del nord; in tal caso trasportare di nuovo gli imballaggi riutilizzati non promuoverebbe affatto lo sviluppo sostenibile.
Le scatole di cartone e i cartoni vengono ad esempio spesso raccolti e riciclati a livello locale, evitando numerosi e inutili viaggi.
Promuovere il riutilizzo degli imballaggi a prescindere dalle considerazioni ambientali sarebbe ipocrita dal punto di vista ecologico.
La relazione in discussione auspica che l’obiettivo di attuare un adeguamento coerente non venga inutilmente inficiato a livello nazionale da inefficienti sistemi di riutilizzo degli imballaggi.
<SPEAKER ID="111" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="unitas in diveritas">
<P>
   – Prima di dare la parola al Commissario Wallström, ricordo ai colleghi che hanno inteso avvalersi di lingue non ufficiali dell’Unione che questa istituzione rispetta profondamente la loro decisione, fa nel contempo presente per decisione dell’Ufficio di presidenza dello scorso 27 ottobre che gli interventi resi in queste lingue non possono essere tradotti e conseguentemente non possono essere verbalizzati.
Quindi è una libera scelta da parte dei deputati di avvalersi di lingue minoritarie dell’Unione e nello stesso tempo ricordiamo che nella Costituzione abbiamo scritto , l’unità nella diversità.
<SPEAKER ID="112" LANGUAGE="EN" NAME="Wallström," AFFILIATION="Commissione.">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli deputati, sono certa che apprezzerete il fatto che mi astenga dal parlare nello svedese nordico, supposto che esista qualcosa di simile.
<P>
Primo, onorevole Jackson, come lei sa, la nostra proposta indica la scadenza del 31 dicembre 2012 per tutti i nuovi Stati membri.
L’emendamento conferma la scadenza per 7 nuovi Stati membri, ma concede il termine del 2013 per Malta, del 2014 per la Polonia e del 2015 per la Lettonia.
Alla sua domanda risponderò che tale decisione riflette gli auspici espressi dai nuovi Stati membri nel corso del giro di consultazioni effettuato dalla Commissione nella primavera del 2003.
Un considerando della direttiva rivista afferma che le scadenze da concordare non possono essere successive a tali date.
Mi sembra inoltre che non sia stato raggiunto un accordo in fase di conciliazione su una data particolare.
Il considerando specifica che la decisione deve essere adottata sulla base delle deroghe richieste dagli Stati aderenti, le quali in linea di principio non dovrebbero essere successive alle date indicate.
Dunque niente impedisce che tali date siano anticipate.
La Commissione ritiene che la questione vada discussa in modo aperto, trattando tutti i paesi allo stesso modo.
Non abbiamo difficoltà ad accettare date diversificate, se questo è quanto vogliono il Parlamento e il Consiglio.
<P>
Per quanto riguarda i costi non viene anticipato alcun cambiamento significativo.
La modifica delle date non determinerà alcun drastico cambiamento dei costi.
<P>
Vi ringrazio per la significativa discussione e per la vostra preziosa collaborazione sulle questioni ambientali.
Spero che ci rincontreremo presto.
<SPEAKER ID="113" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – Dichiaro chiusa la discussione.
<P>
La votazione si svolgerà mercoledì alle ore 12.30.
<SPEAKER ID="114" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
<P>
   – L’ordine del giorno reca la dichiarazione della Commissione sulla situazione a Cuba.
<SPEAKER ID="115" LANGUAGE="EN" NAME="Nielson," AFFILIATION="Commissione">
<P>
   . – Signor Presidente, le relazioni dell’Unione europea con Cuba sono ispirate dalla posizione comune originariamente adottata dal Consiglio nel 1996, che è stata regolarmente aggiornata e rinnovata.
La posizione comune sostiene una politica di impegno costruttivo con Cuba attraverso il miglioramento del dialogo con il governo e la società civile con l’obiettivo di incoraggiare “il processo di transizione verso una democrazia pluralistica e il rispetto dei diritti all’uomo e delle libertà fondamentali, nonché un ricupero e un miglioramento sostenibile per quanto riguarda le condizioni di vita del popolo cubano”.
Questo impegno costruttivo continua a rappresentare la nostra posizione.
<P>
A seguito dei massicci arresti di dissidenti nel 2003, l’Unione ha adottato una serie di misure politiche.
Nel mese di giugno 2003, l’Unione europea ha deciso di limitare le visite bilaterali ad alto livello per ridurre il profilo della partecipazione degli Stati membri agli eventi culturali, di invitare i rappresentanti cubani dell’opposizione pacifica alle celebrazioni delle feste nazionali, insieme ai rappresentanti governativi, e di rivalutare la posizione comune con un certo anticipo sui tempi.
<P>
L’ultima rivalutazione della posizione comune, effettuata a giugno di quest’anno, ha riaffermato la politica di impegno costruttivo come base della politica comunitaria nei confronti di Cuba.
L’Unione europea ha ripetutamente sottolineato l’importanza del dialogo politico con le autorità cubane e ha manifestato la propria disponibilità a riavviare tale dialogo quando le condizioni lo consentiranno.
La Commissione europea deplora la decisione del governo cubano di congelare le relazioni con tutte le ambasciate degli Stati membri dell’Unione europea che hanno invitato dissidenti alle proprie feste nazionali e con la delegazione della Commissione all’Avana, nonché il rifiuto di aiuti diretti dall’Unione europea.
Nonostante le decisioni di Cuba che ostacolano le nostre attività nel settore della cooperazione allo sviluppo, la Commissione ha continuato a finanziare le azioni delle ONG e le azioni umanitarie gestite da ECHO.
<P>
Nell’ottobre 2004, la Commissione ha preso la decisione di stanziare 1 milione di euro in aiuti umanitari alle vittime più vulnerabili degli uragani e a Cuba.
Non dovremmo in realtà parlare di aiuti umanitari in questo contesto, poiché forniremmo aiuti umanitari in ogni caso, a prescindere dalle considerazioni di carattere politico.
<P>
La decisione del governo cubano di liberare certi dissidenti per motivi di salute è un gesto positivo verso il miglioramento della situazione, ma non è sufficiente a garantire la completa revoca delle misure stabilite dal Consiglio nel giugno dello scorso anno.
L’obiettivo continua a essere la liberazione di tutti i prigionieri politici a Cuba.
<P>
Le misure di giugno sono attualmente in corso di revisione da parte del Consiglio.
Il Consiglio europeo desidera sottolineare che il risultato di questo riesame deve essere coerente con gli obiettivi generali della posizione comune e della politica in materia di diritti umani dell’Unione europea.
Secondo la Commissione, questa potrebbe essere la base per una politica costruttiva e orientata al futuro dell’Unione nei confronti di Cuba, che potrebbe contribuire alla realizzazione degli obiettivi della posizione comune.
<P>
Alcuni hanno chiesto se la delegazione all’Avana può realmente funzionare in modo concreto nelle circostanze attuali.
Desidero precisare che la delegazione all’Avana è essenziale per svolgere i compiti che il Parlamento ha chiesto alla Commissione di intraprendere.
La nostra presenza a Cuba è oggi più importante che mai.
Tra i compiti principali della delegazione non c’è solo il contributo in vista dell’attuazione di otto programmi e progetti, ma anche la promozione di un dialogo politico con le autorità cubane e la società civile, per monitorare le problematiche inerenti i diritti umani e per proteggere il commercio e gli interessi in termini di investimenti degli Stati membri.
E’ un programma oneroso, importante e talvolta difficile da portare avanti, ma è essenziale se vogliamo promuovere i miglioramenti politici ed economici a Cuba.
<P>
Tutto sommato, direi che il 2003 è stato un anno triste per quanto riguarda le nostre relazioni con Cuba.
A mio parere, la mancata adesione all’accordo di Cotonou è stata un’occasione persa sia per Cuba che per l’Unione europea.
Spero che quanto è avvenuto nel 2003 non si riveli irreversibile.
Continuo a ritenere che l’adesione di Cuba all’accordo di Cotonou costituisca un quadro estremamente significativo per le nostre relazioni.
Rappresenta la struttura di base e il modello per l’organizzazione e la gestione delle relazioni nord-sud.
La partecipazione di Cuba a Cotonou implicherebbe anche che Cuba sarebbe soggetta alla pressione del gruppo in seno all’accordo di Cotonou.
<P>
Spero che sia ancora possibile seguire un approccio aperto, ma ci vuole apertura anche all’interno di Cuba.
<SPEAKER ID="116" LANGUAGE="ES" NAME="Salafranca Sánchez-Neyra (PPE-DE )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – Signor Presidente, credo che pochi deputati si siano impegnati per mantenere la nostra capacità di dialogo con le autorità del regime e la popolazione cubana quanto mi sono impegnato io durante il mio mandato di presidente della commissione parlamentare competente per le relazioni con questo paese.
Ma il dialogo che sosteniamo, nel quale crediamo e che realizziamo nella pratica, signor Presidente, non è stato demolito da alcun governo dell’Unione europea, né da Oswaldo Payá, né da Elisardo Sánchez, né da Marta Beatriz Roque, bensì dalla politica delle esecuzioni, dall’arresto di giornalisti indipendenti – come Raúl Rivero, che attualmente sta marcendo nelle carceri cubane, e altri – e dalla politica degli arresti di dissidenti pacifici e sostenitori dei diritti umani.
<P>
Dinanzi a questi eventi, il Parlamento europeo non può rimanere sordo, muto e cieco.
La posizione comune del Consiglio, che alcuni vogliono inutilmente modificare – e abbiamo i risultati del confronto di oggi, che evidenziano un vistoso fallimento per la linea favorevole alla modifica –, chiedendo una nuova relazione dagli ambasciatori all’Avana, è servita, come ha scritto Mario Vargas Llosa, in un articolo recentemente pubblicato dal quotidiano , per trasmettere un chiaro messaggio ai milioni di cubani che non possono protestare, votare o fuggire, un messaggio che fa capire loro che non sono soli, che non sono stati abbandonati e che le democrazie occidentali sono con loro.
<P>
Che cosa ci viene proposto da certi gruppi politici di questo Parlamento nella loro risoluzione, nella quale non si fa nemmeno cenno alla richiesta di liberazione dei prigionieri politici?
Di cooperare e parlare con i cattivi e ingannare le vittime?
Di essere compiacenti verso chi le opprime?
Di cercare una politica di pacificazione e di amicizia con la tirannia?
<P>
Signor Presidente, Andrei Sacharov, che ci ha lasciato un’eredità di integrità morale e un’importante lezione di coesistenza pacifica tra i popoli, diceva che le voci che contano sono spesso quelle che non si sentono.
Signor Presidente, l’assenza forzata alla cerimonia di consegna del Premio Sacharov lo scorso anno, di uno dei suoi più nobili vincitori, Oswaldo Payá, costituisce la migliore argomentazione possibile per parlare a nome di chi, a Cuba e fuori da Cuba, lotta per la propria libertà e dignità, e perché questo Parlamento, signor Presidente, sia molto energico nella sua richiesta di libertà, come è sempre stato.
<SPEAKER ID="117" LANGUAGE="ES" NAME="Martínez Martínez (PSE )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – Signor Presidente, nelle sue relazioni con Cuba, così come con qualsiasi altro paese del mondo, e in particolare con i paesi in via di sviluppo, l’Unione europea deve perseguire due obiettivi: da una parte, deve contribuire al miglioramento delle condizioni di vita del popolo cubano da tutti i punti di vista, anche in termini di libertà e di diritti umani, settori nei quali constatiamo gravi lacune, e, dall’altra, deve difendere gli interessi europei d’altro tipo a Cuba.
<P>
Due sono state le caratteristiche della politica dell’Unione europea nei confronti di Cuba negli ultimi anni che hanno fatto di questo paese un caso a parte, un’eccezione, in linea con un approccio ingiustificabile che i fondatori di questa politica non sono stati mai in grado di giustificare.
Il dialogo e la cooperazione dell’Unione europea con tutti i paesi del mondo includono un capitolo sulla situazione dei diritti umani.
E’ un capitolo estremamente importante, ma non è l’unico.
Solo nel caso di Cuba, il capitolo sui diritti umani è esclusivo e non ammette alcun altro capitolo, che invece dovrebbe esistere nelle nostre relazioni con questo paese.
<P>
Inoltre, con tutti i paesi del mondo, il dialogo e la cooperazione dell’Unione europea hanno la funzione di colmare le lacune in materia di diritti umani.
Solo nel caso di Cuba, queste lacune in materia di diritti umani diventano una condizione che ha la precedenza su tutte le altre e che impedisce il dialogo e la cooperazione.
<P>
A questo punto, dobbiamo condurre una valutazione obiettiva di tale politica, i cui risultati sono stati un completo fallimento.
E un’analisi di tale obiettività rivela che, attraverso questa politica, non è stato fatto il benché minimo progresso in materia di libertà o diritti umani a Cuba.
<P>
Oltre a tutto, questa politica è stata una catastrofe per gli interessi europei a Cuba ed è anche disapprovata dagli imprenditori, dalle organizzazioni non governative, dagli artisti, dai religiosi, eccetera.
Inoltre è stata disastrosa per il normale svolgimento delle attività dei nostri rappresentanti diplomatici in quel paese.
<P>
Inoltre, questa politica ha comunque dimostrato un distacco totale tra le nostre società europee e i rispettivi governi nazionali e l’Unione europea stessa, e non si è minimamente tenuto conto dei loro punti di vista.
Analogamente, varie iniziative ignorate o addirittura boicottate dagli organismi ufficiali hanno attirato la partecipazione di molti artisti, autori, imprenditori e cittadini dei nostri paesi.
Penso per esempio alla biennale dell’arte, alla fiera del libro, al del balletto o alla fiera campionaria dell’Avana.
<P>
Il vicepresidente del partito conservatore del Regno Unito, Michael Ancram, è stato nei giorni scorsi a Cuba nell’ambito di un programma teso a stabilire contatti al massimo livello.
E’ senza dubbio a lui che un esimio collega ha fatto riferimento quando lunedì ha parlato di chi si reca in visita nell’isola, e sono certo che il collega di partito abbia parlato di lui con particolare acredine.
<P>
Infine, crediamo che questa politica abbia danneggiato la credibilità dell’Europa a Cuba e in tutta l’America latina, creando l’impressione che stiamo sostenendo le strategie statunitensi nella regione.
<P>
A seguito di tale valutazione, la nostra conclusione è che la politica finora perseguita dall’Unione europea nei confronti di Cuba, che si basa sulla posizione comune e sulle misure adottate, deve essere riesaminata, razionalizzata e aggiornata.
Quello che diciamo è in linea con ciò che affermano molti governi degli Stati membri al Consiglio europeo.
Inoltre, desideriamo precisare con assoluta chiarezza che il cambiamento di politica che stiamo cercando di promuovere non deve solo comportare il mantenimento di tutti i nostri obiettivi – citati all’inizio del mio intervento –, ma anche confermarli e cercare di contribuire alla loro realizzazione più efficacemente di quanto non sia stato fatto finora.
<P>
Siamo convinti che il progresso che perseguiamo per i cubani e per gli interessi europei a Cuba possa essere realizzato più agevolmente attraverso un approccio ampio e rigoroso fatto di dialogo e cooperazione, eventualmente critico, ogniqualvolta ciò sia necessario, ma mai ostile, e scevro da qualsiasi preconcetto.
Inoltre, così facendo, adotteremo verso questo paese lo stesso approccio che abbiamo assunto nei confronti di Cina, Vietnam, Iran, Israele, Siria, Libia, Guinea equatoriale, Sudan e anche degli Stati Uniti e di decine di altri paesi nei quali osserviamo gravi lacune, che in parecchi casi sono molto più gravi di quelle di Cuba, in termini di libertà, diritti umani e Stato di diritto, ma con i quali dialoghiamo e cooperiamo proprio al fine di migliorare quello che non ci piace.
<P>
Signor Presidente, questo è l’obiettivo della risoluzione presentata dal nostro gruppo e appoggiata da altri settori del Parlamento.
<SPEAKER ID="118" LANGUAGE="SV" NAME="Malmström (ALDE )" AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – Grazie, signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, di essere presenti a un’ora così tarda.
Esattamente due anni fa, abbiamo conferito all’attivista democratico cubano, Oswaldo Payá, il nostro Premio Sacharov.
E’ stato il gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa a candidarlo a questo premio, che egli ha ricevuto per la sua coraggiosa battaglia per la democrazia e la giustizia a Cuba.
Lo ha ricevuto come rappresentante di tutti i cubani di vari gruppi politici: cristiano-democratici, liberali, socialdemocratici e altri che, con metodi pacifici, stanno cercando di preparare il terreno per una nuova Cuba senza Castro, che il suo nome sia Fidel o Raoul.
<P>
Payá e gli altri stanno lavorando per una Cuba in cui democrazia, diritti umani, pluralismo, libertà e giustizia esistano per tutti.
Non è stato facile portare qui Oswaldo Payá.
In varie occasioni, il regime cubano ha cercato di impedirgli di venire, ma alla fine ci siamo riusciti.
Purtroppo non siamo riusciti a farlo tornare.
<P>
Da quando è stato conferito il Premio Sacharov a Oswaldo Payá, la situazione a Cuba è peggiorata.
Circa ottanta attivisti democratici sono stati arrestati e condannati, dopo processi farsa, a pene detentive molto lunghe.
Ora sono sparsi per tutta l’isola.
Se la passano male.
Le loro condizioni di vita sono spaventose e vedono le loro famiglie molto raramente.
Molti di loro sono malati.
<P>
Ho incontrato molte di queste persone.
Sono persone fantastiche e coraggiose che, attraverso un percorso pacifico, vogliono costruire dignità e democrazia per se stessi e i propri compatrioti.
Per Castro, il dittatore pateticamente romanticizzato da molti in Europa, queste persone costituiscono comunque una seria minaccia.
Per questo è stato necessario metterle a tacere.
Per questo sono state imprigionate.
Oswaldo ora è in libertà e la sua famiglia è quotidianamente perseguitata.
<P>
La situazione a Cuba, una delle ultime dittature comuniste al mondo, è peggiorata.
Non è stato compiuto alcun progresso da quando il Consiglio ha irrigidito la sua cosiddetta posizione comune.
Castro continua a essere intrattabile.
Sembra voler isolare completamente il paese.
Proprio come ha detto il Commissario, boicotta l’Unione europea e i nostri Stati membri.
A molti deputati del Parlamento europeo, compresi quelli svedesi, è stato rifiutato l’ingresso nel paese.
Attualmente è in corso un dibattito sull’opportunità che l’Unione europea modifichi la propria posizione comune o la renda meno severa.
Sarebbe assolutamente deplorevole.
Perché dovremmo ricompensare Castro se non ci sono progressi in materia di diritti umani?
Per una volta, l’Unione europea ha una posizione comune su una dittatura.
Allora perché dovremmo cambiarla?
<P>
Oswaldo Payá e gli altri dissidenti ci chiedono di restare fedeli ai nostri valori e alla politica che abbiamo adottato.
Per questo è importante intensificare il nostro dialogo con i dissidenti e sostenere una transizione graduale verso la democrazia.
Abbiamo onorato Oswaldo Payá e gli altri attivisti democratici cubani in quest’Aula, ed è stata la manifestazione di un impegno a lungo termine.
Dobbiamo batterci per i diritti umani e respingere vigorosamente qualsiasi modifica della posizione comune.
Proprio come noi, i cubani hanno diritto alla democrazia e ai diritti umani.
Dimostriamo loro da che parte stiamo.
<SPEAKER ID="119" LANGUAGE="ES" NAME="Hammerstein Mintz (Verts/ALE )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – Signor Presidente, il gruppo Verde/Alleanza libera europea ha sempre avuto una posizione inequivocabile nel difendere la libertà e i diritti umani.
Per noi, la difesa di tutti i diritti dei cubani è un elemento fondamentale.
Abbiamo sempre chiesto la liberazione di tutti i prigionieri e chiediamo anche una chiara transizione verso la democrazia.
<P>
Ora si tratta di stabilire quale sia il modo migliore per portare Cuba verso la democrazia; dopo 40 anni di , e ora con le sanzioni dell’Unione europea, ci rendiamo conto che questo metodo non è efficace e che il modo migliore per aiutare la società cubana non è quello di isolarla, ma piuttosto di stabilire relazioni sempre più strette e forti con la società civile cubana, aiutare le ONG nella società.
E’ in gioco l’apertura della società cubana.
<P>
Non possiamo aiutare una società che vuole avvicinarsi alla democrazia attraverso un confronto che, con la risoluzione del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, cerca solo l’interruzione delle relazioni con conseguenze imprevedibili, mentre quello che vogliamo, come per ogni regione del mondo, è una transizione concordata, senza violenza, che possa condurre alla democrazia che tutti, e in particolare il gruppo Verde/Alleanza libera europea, stanno cercando.
<P>
Per questo motivo appoggiamo la risoluzione a favore della società cubana e a favore della democrazia.
<SPEAKER ID="120" LANGUAGE="" NAME="Musacchio (GUE/NGL )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – Signor Presidente, onorevoli colleghi, il nostro rapporto di amicizia con Cuba viene da lontano e continua.
Vedete, Cuba rappresenta il tentativo di una piccola isola di decidere della propria esistenza, e di farlo in modo differente rispetto al grande potere imperiale.
A questo noi guardiamo con solidarietà.
<P>
Naturalmente, sappiamo anche esprimere, esplicitamente e senza remore, le nostre critiche, come abbiamo fatto e facciamo, ad esempio, rispetto alla pena di morte o a determinati procedimenti giudiziari.
Tuttavia consideriamo sbagliato, ingiusto e inaccettabile che ci siano verso Cuba procedimenti punitivi.
Cuba subisce da decenni un blocco economico feroce da parte dell’amministrazione statunitense.
Francamente non si vede perché l’Europa dovrebbe omologarsi a tali comportamenti.
Al contrario, sono proprio le relazioni, gli scambi, il confronto che possono favorire la comprensione e i miglioramenti.
<P>
In America Latina succedono cose importanti, storiche, testimoniate dalle vittorie progressiste in paesi quali il Brasile, Venezuela, Uruguay.
Rispetto alle logiche della globalizzazione liberista e della guerra – oggi abbiamo visto delle immagini terribili – emerge il bisogno di un’altra politica: Cuba fa parte di questa America Latina.
A questa America Latina serve il rapporto con l’Europa e all’Europa serve il rapporto con l’America Latina.
<P>
Chiediamo la revoca di ogni atto discriminatorio verso Cuba, dunque della posizione comune del Consiglio, un’analoga richiesta va rivolta al governo nordamericano.
Nello stesso tempo chiediamo il rafforzamento di relazioni libere e feconde.
<SPEAKER ID="121" LANGUAGE="NL" NAME="Belder (IND/DEM )," AFFILIATION="a nome del gruppo">
<P>
   . – Grazie signor Presidente.
Le pagliacciate di Fidel Castro sono difficili da seguire, sia in senso letterale che figurato, ma anche dal punto di vista politico, socioeconomico e culturale. mantiene la propria posizione.
La sua parola è legge.
Basta chiedere all’opposizione.
La volontà e la disponibilità a riconoscere e sostenere gli spiriti indipendenti cubani si addicono all’Unione europea.
Oggi, tuttavia, questa politica è oggetto di pressioni a livello interno.
Si dice che il governo spagnolo, in particolare, voglia disinteressarsi d’ora in poi dei dissidenti cubani, e Madrid sta cercando alleati tra gli altri Stati membri.
Questa deplorevole evoluzione ha indotto il principale esponente del sindacato cristiano del mio paese, Doekle Terpstra, a inviare una lettera alla Presidenza olandese all’inizio della settimana.
La lettera esorta l’Unione europea a non fare alcuna concessione alla dittatura di Castro in cambio di vantaggi commerciali.
Non può che farmi piacere dare il mio appoggio a questo appello.
<P>
Allo stesso tempo, vorrei chiedere al Consiglio e alla Commissione se c’è qualche coordinamento tra la politica in materia di diritti umani dell’Unione europea e quella degli Stati Uniti rispetto alla Cuba di Castro.
Se c’è, come intendono potenziarlo?
<P>
Infine, desidero rivolgere una richiesta alla Commissione.
In quanto deputato di questo Parlamento, attendo con ansia una valutazione globale, dal punto di vista della Commissione, della situazione a Cuba, compresi gli scenari futuri.
Il fatto che abbiamo una delegazione ufficiale all’Avana dovrebbe consentire di realizzarla.
<P>
Desidero concludere con l’appello di Oswaldo José Payá Sardiñas.
Grazie all’onorevole Ribeiro e Castro, ho appena letto la lettera inviata al Presidente del Parlamento.
Questa lettera dice sostanzialmente che tutti i governi, le associazioni e le istituzioni regionali e internazionali, dovrebbero, se davvero vogliono avviare relazioni normali con Cuba, chiedere come prima cosa l’amnistia per i prigionieri politici.
Dovremmo ad ogni costo evitare di stabilire relazioni mentre i diritti di tutti i cubani vengono ancora violati.
Grazie.
<SPEAKER ID="122" LANGUAGE="" NAME="Battilocchio (NI )." AFFILIATION="establishment">
<P>
   – Parlo in rappresentanza del Nuovo Partito Socialista Italiano.
Il Consiglio ha deciso all’unanimità nel luglio 2003 sanzioni politiche contro il regime cubano a seguito della incriminazione di 75 dissidenti e della condanna a morte di 3 cittadini che tentavano di fuggire negli USA; un fatto che, purtroppo, si inseriva e si inserisce in un quadro generale di continue e ripetute violazioni e negazioni delle libertà fondamentali a Cuba, come confermato, anche di recente, dal COLAT.
<P>
Il regime di Fidel, in forte difficoltà, a seguito di crescenti pressioni interne ed internazionali, diviene sempre più opprimente e repressivo, in particolare nei confronti delle nuove generazioni, che sognano un futuro di libertà, vera democrazia e sviluppo, un orizzonte nuovo ed aperto, incompatibile con l’attuale comunista.
<P>
L’Europa prosegua dunque la ferma strada intrapresa, con una attenzione particolare, tuttavia, ad evitare in ogni modo ulteriori risvolti negativi per la popolazione, al fine di gettare le basi per un proficuo e rinnovato dialogo senza risentimenti tra il popolo cubano e l’Europa nel dopo Castro. Amici di Cuba, amici dei cubani, nemici di tutti i dittatori!
<SPEAKER ID="123" LANGUAGE="ES" NAME="Ribeiro e Castro (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, sono in corso manovre messe in atto dai governi e dai deputati che sono difficili da capire, per due ragioni: primo, perché non sono sempre chiare e perché spesso sanno di complicità.
Secondo, perché queste manovre non sono coerenti con le richieste insistenti, ripetute e drammatiche di chi lotta pacificamente e soffre a Cuba.
<P>
Sono manovre poco chiare e sembrano celare a tal punto il desiderio di tradire il vincitore del nostro Premio Sacharov 2002, che mi richiamano alla mente un componimento di una grande signora della poesia portoghese, Sofia de Mello Breyner, scomparsa alcune settimane fa: “Lamento per il giorno d’oggi”.
“Non piangeremo mai abbastanza vedendo impedire un gesto creativo.
Non piangeremo mai abbastanza vedendo che colui che osa lottare viene sconfitto dal disprezzo, dalle insidie, dai veleni, e in mille altri modi così astuti, così sottili e così dotti da non poter quasi essere descritti”.
<P>
Quando parliamo di Cuba e del regime cubano, dobbiamo sempre chiederci: che tipo di Parlamento è questo?
Un Parlamento di libertà o un Parlamento di repressione, un Parlamento del cittadino o un Parlamento del tiranno?
E’ questa la domanda alla quale dobbiamo rispondere.
<P>
Non parliamo a nome nostro, ma a nome di tutti coloro che lottano e soffrono in prima persona per la libertà e la democrazia.
Non è un problema che ha a che fare con i partiti politici; è un problema politico e umano fondamentale per le persone vere che stanno a Cuba, dove si soffre, persone che ci guardano e ci ascoltano: Bárbaro Sevilla García, 22 anni, giustiziato; Lorenzo Copello Castillo, 30 anni, giustiziato; Jorge Luis Martínez Izak, 40 anni, giustiziato; Víctor Rolando Arroyo Carmona, condannato a 26 anni di carcere; Miguel Galbán Gutiérrez, condannato a 26 anni di carcere; Jorge Vero Castañeda, condannato a 20 anni di carcere; Pablo Pacheco Ávila, condannato a 20 anni di carcere.
Signor Presidente, ora non ho il tempo di leggere tutti i nomi delle decine di vittime del tragico marzo 2003, e delle loro famiglie, amici e colleghi.
Sono talmente tanti che non ho tempo.
<P>
Che cosa significa non avere il tempo di citarli tutti?
Significa che non è il momento di cambiare la nostra politica europea, ma piuttosto è ora che Fidel Castro e il regime cubano cambino la loro.
E’ questo che è necessario.
Prima l’amnistia e poi il dialogo.
<SPEAKER ID="124" LANGUAGE="EL" NAME="Beglitis (PSE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, la risoluzione sottoposta all’approvazione della plenaria del Parlamento europeo su iniziativa del gruppo socialista arriva in un momento particolarmente cruciale per le relazioni tra l’Unione europea e Cuba, per il popolo cubano e per il futuro del paese.
E aggiungerei addirittura per la nostra credibilità collettiva in quanto Istituzioni dell’Unione europea.
<P>
Cuba subisce da molti anni l’inaccettabile, unilaterale e vendicativa politica di isolamento e di esclusione commerciale ed economica da parte degli Stati Uniti, che ha portato il popolo cubano alla povertà e ha obbligato il regime a irrigidirsi.
Purtroppo, questa politica di blocco, caratterizzata da una sensibilità selettiva nei confronti della questione dei diritti umani e delle libertà democratiche, è stata applicata anche dall’Unione europea nelle sue decisioni relative all’imposizione di sanzioni e al congelamento delle relazioni e del dialogo.
Questo ha avuto un effetto molto negativo a tutti i livelli.
L’obiettivo previsto non è stato raggiunto, poiché la stessa opinione pubblica europea, le organizzazioni non governative e le associazioni commerciali e culturali hanno ignorato la politica ufficiale dell’Unione europea e hanno continuato a intrattenere relazioni e a lavorare con la società cubana.
<P>
Dobbiamo essere onesti.
La situazione in termini di diritti umani, di Stato di diritto e di libertà democratiche a Cuba non è positiva.
Tuttavia, come è stato dimostrato dall’esperienza internazionale, l’isolamento e la segregazione non rappresentano una politica efficace e credibile.
Ovunque sia stata applicata una politica di questo tipo, è stata poi la gente a pagarne il prezzo.
<P>
L’Unione europea, e in particolare il Consiglio dei ministri, dovrebbe ripensare in maniera radicale alla sua posizione di blocco e dovrebbe avere il coraggio di revocare le sanzioni e di ripristinare immediatamente le relazioni con Cuba.
Dovrebbe stabilire un dialogo politico, come strumento per far progredire le relazioni e per controllare il comportamento delle autorità cubane.
Dovrebbe procedere alla riapertura dei negoziati sulla conclusione di un accordo di cooperazione.
Cuba è l’unico paese dell’America latina con il quale l’Unione europea non ha un accordo di questo tipo.
L’Unione europea dovrebbe sostenere il finanziamento dei programmi nei settori degli aiuti umanitari e delle infrastrutture.
Le recenti catastrofi naturali hanno creato gravi problemi per il popolo cubano.
<P>
Infine, l’Unione europea dovrebbe prendere immediatamente la decisione di integrare Cuba nell’accordo di Cotonou nell’ambito delle relazioni con i paesi ACP.
Il popolo cubano non può subire una doppia punizione, sia da parte degli Stati Uniti che da parte dell’Unione europea.
Se la lotta per la difesa dei diritti umani e la costruzione di una società democratica a Cuba è in realtà una lotta onesta e non solo una lotta ostentata, allora l’Unione europea dovrebbe ascoltare la voce dell’opinione pubblica europea, dei nostri cittadini, procedere alla revoca delle sanzioni e sviluppare relazioni e contatti con Cuba.
<SPEAKER ID="125" LANGUAGE="ES" NAME="Guardans Cambó (ALDE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, qui ci sono due dati di fatto: Cuba non ha libertà politica, così come non l’aveva la Spagna quando, sotto il regime di Franco, con le carceri piene di prigionieri politici, firmò un accordo commerciale spettacolare con l’Unione europea.
Questo è un primo dato.
Un altro è che l’Unione europea mantiene dal 1996 una posizione comune che non ha prodotto assolutamente alcun risultato positivo e che non ha dato alcun contributo al miglioramento della situazione nell’isola.
<P>
Le dichiarazioni secondo cui chi non è d’accordo, per esempio, con il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, oppure con gli esuli a Miami, è automaticamente dalla parte di Castro, sono esattamente paragonabili al tipo di cose che si sentivano dire dalla Casa Bianca, ossia che chi metteva in discussione la posizione degli Stati Uniti sull’Iraq era automaticamente alleato di Saddam Hussein.
<P>
Sono argomentazioni grette, prive di contenuto e assolutamente incoerenti con la realtà politica europea, con il modo in cui noi in Europa abbiamo gestito le nostre relazioni con qualsiasi altra regione del mondo, dove abbiamo respinto l’approccio “o bianco o nero”, un dialogo tra San Michele e satana, e dove lavoriamo in funzione della realtà specifica, della pratica politica, dei cambiamenti a mano a mano che intervengono.
Lo abbiamo fatto con la Libia, con l’Iran, con la Corea.
Lo abbiamo fatto con altri paesi e vogliamo continuare a farlo con Cuba.
<P>
La posizione dell’Unione europea in merito a Cuba non si può basare su una reazione viscerale o su un rifiuto istintivo della realtà politica di Cuba o della figura di Fidel Castro.
La politica dell’Unione europea nei confronti di Cuba deve essere frutto della ragione, come avviene per molti altri luoghi, e deve tenere conto delle reali necessità della popolazione cubana.
<P>
La risoluzione che si voterà domani, se votata nella sua versione originale, vieta al Consiglio di modificare o addirittura di rivedere la posizione su Cuba fino a quando le carceri cubane non saranno state svuotate.
Vorremmo svuotare le carceri cubane dei prigionieri politici e vorremmo vedere la libertà politica in Azerbaijan e in Ucraina e in Bielorussia e in Sudan, e anche in Cina.
Ma sappiamo che tutto questo non è assolutamente pragmatico ed è incoerente con il realismo politico con il quale noi in Europa possiamo agire e che ha prodotto molti risultati in molte regioni del mondo.
Vorremmo anche che il fanatismo di certi fosse sostituito da un approccio pragmatico in modo da poterci avviare verso una transizione pacifica a Cuba, transizione che alcuni stanno facendo tutto il possibile per impedire.
<SPEAKER ID="126" LANGUAGE="" NAME="Rizzo (GUE/NGL )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, c’è poco tempo per trattare una vicenda così complessa e ricca come quella di Cuba.
Certamente nel poco tempo dobbiamo ricordare la battaglia di Davide contro Golia. La battaglia di un’isola che, da oltre quarant’anni, subisce una guerra guerreggiata da parte del gigante del mondo: gli Stati Uniti.
Ma siamo in Europa, e dobbiamo parlare dell’Europa.
<P>
Ritengo giusto che l’Unione europea cambi atteggiamento verso Cuba, perché l’attuale posizione è del tutto subordinata alle pressioni del governo degli Stati Uniti.
L’Europa, in questo modo, segnalerebbe anche la sua indipendenza, la sua autonomia – che non significa scontro con gli Stati Uniti – ma significa appunto autonomia e indipendenza nel giudizio sulle vicende internazionali.
<P>
Si parla di lotta al terrorismo, di lotta per i diritti umani, ma una domanda ce la vogliamo fare?
Perché in qualunque parte del mondo se qualcuno dirotta una nave o un aereo è definito terrorista, mentre se fa la stessa cosa a Cuba viene definito difensore della libertà o dissidente?
Perché ci sono due pesi e due misure quando si parla di Cuba e quando si parla dell’Iraq?
Queste sono le motivazioni per cui – ribadendo che siamo romantici e amiamo le poesie – non avremmo dubbi ad appoggiare tutti gli atti e le risoluzioni a favore di Cuba, del suo popolo e della sua originale rivoluzione.
<SPEAKER ID="127" LANGUAGE="PL" NAME="Czarnecki, Ryszard (NI )." AFFILIATION="Human Rights Watch">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, Cuba non deve diventare una sorta di riserva recintata, con un cartello che dice: “ Qui non si rispettano i diritti umani”.
Cuba non è una “fattoria degli animali”, per riprendere il titolo di un libro di George Orwell, e nemmeno è la “fattoria” di Fidel Castro.
Durante gli interventi di un minuto di ieri, è stato detto che i deputati di questo Parlamento non dovrebbero recarsi a Cuba con i soldi dell’Unione europea, ma non è questo il problema.
Non dobbiamo cedere, dobbiamo invece continuare a chiedere al regime di Cuba di rispettare i diritti umani, e dobbiamo essere rigorosi nel chiedere la liberazione dei prigionieri politici.
Non dovremmo tuttavia creare ulteriori barriere e ostacoli.
Se isoliamo Cuba, sarà molto probabile che ne tragga vantaggio Castro, e non l’opposizione.
Secondo , Castro non soffre a causa dell’ degli Stati Uniti, ma sicuramente ne soffre il popolo cubano.
<P>
L’ottava sessione dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE inizierà sabato prossimo nei Paesi Bassi e, a questo riguardo, desidero segnalare che 77 dei paesi membri dell’Assemblea ritengono che le relazioni con Cuba dovrebbero essere intensificate e non ridotte.
Faremmo bene a combattere per i diritti umani, e lo dovremmo fare in modo efficace.
Talvolta, anche se le nostre intenzioni sono buone e difendiamo valori giusti, ci capita anche di causare involontariamente danni alla popolazione di Cuba, aiutando invece coloro che ordinano al popolo di intonare le parole “socialismo o morte!”.
Spero che la decisione, che sarà presa a dicembre su Cuba dai 25 ministri degli Esteri dell’Unione europea, sia realistica e in grado di difendere i diritti umani.
<SPEAKER ID="128" LANGUAGE="EN" NAME="Tannock (PPE-DE )." AFFILIATION="embargo">
<P>
   – Signor Presidente, Cuba purtroppo non è riuscita a compiere alcun progresso nel campo dei diritti umani nell’anno trascorso, da quando ero intervenuto sull’argomento per l’ultima volta.
Tuttavia, ha avuto recentemente la fortuna di assistere all’ascesa al potere in Spagna del nuovo governo socialista di Zapatero.
Zapatero sembra ansioso di stringere rapporti con Castro, aiutato e spalleggiato – vergognosamente – dai governi britannico, italiano e francese, che hanno deciso di cercare di modificare la severa politica di ostracizzazione del regime di Castro invitando regolarmente i dissidenti di Cuba alle cerimonie dell’ambasciata dell’Unione europea.
E’ stato fatto lo scorso anno per protesta, dopo che Castro aveva fatto arrestare 75 dissidenti e attivisti per i diritti umani e giustiziare tre dirottatori di un traghetto che cercavano così di fuggire dall’isola.
Castro ha recentemente espulso deputati europei in visita nell’isola e membri del personale di ONG che cercavano di lavorare con i dissidenti nell’ambito del progetto Varela.
<P>
Il ruolo del Primo Ministro Blair, in quanto caro amico del Presidente Bush, che è duro nei confronti di Cuba, è piuttosto misterioso, a meno che non ci sia qualche ignobile accordo su Gibilterra, che grazie al cielo ora non è all’ordine del giorno a Madrid.
<P>
Per lungo tempo il governo cubano ha potuto imputare tutte le disgrazie del paese all’ americano.
Per questo la nostra risoluzione è a favore della sua revoca.
Non sono certo che possa essere utile, poiché la revoca potrebbe alleviare le crescenti difficoltà economiche, peggiorate dalla stupidità di Castro, che ha recentemente vietato l’uso del dollaro a fini commerciali come risposta all’irrigidimento delle restrizioni di viaggio imposte dagli Stati Uniti agli esuli cubani che vanno a trovare la famiglia.
<P>
A Oswaldo Payá, vincitore del nostro Premio Sacharov, viene ancora negato il diritto di visitare il Parlamento europeo, ma egli ha scritto al Presidente Borrell, esortando l’Unione europea a rispettare la sua posizione comune europea fino a quando le autorità continueranno a violare i diritti fondamentali, per esempio negando ignobilmente cure mediche adeguate ai prigionieri cubani.
<P>
Rivolgo un plauso alla volontà di paesi quali la Repubblica ceca e l’Ungheria, che hanno conosciuto la tirannide del comunismo e non hanno ceduto a favore di un allentamento delle misure attuali.
Senza dubbio, quando finalmente il tiranno in difficoltà passerà un giorno a miglior vita, molti in quest’Aula canteranno le sue lodi come padre storico della nazione, come hanno di recente servilmente fatto in occasione della morte del Presidente Arafat.
Io guardo tuttavia alla dipartita del Presidente Castro come a una nuova opportunità per costruire una Cuba prospera e democratica.
<SPEAKER ID="129" LANGUAGE="EN" NAME="Evans, Robert (PSE )." AFFILIATION="ad hoc">
<P>
   – Signor Presidente, sono sostanzialmente d’accordo con il Commissario Nielson: il 2003 è stato un anno triste per le relazioni tra l’Unione europea e Cuba, un anno di opportunità perse.
Sono recentemente stato a Cuba con alcuni colleghi nell’ambito di una delegazione .
Ho visto personalmente l’enorme potenziale di quel paese – un potenziale per ora non realizzato a causa, tra le altre cose, delle sanzioni degli Stati Uniti e dell’attuale situazione con l’Unione europea.
<P>
Sono altresì d’accordo con il Commissario Nielson in merito al fatto che abbiamo bisogno di una politica comunitaria costruttiva nei confronti di Cuba.
Tuttavia, sembra che altri presenti in Aula non abbiano ascoltato.
L’onorevole Salafranca Sánchez-Neyra ora non mi sta ascoltando, ma ha detto pochi istanti fa che non dovremmo cedere nelle nostre richieste di libertà.
L’onorevole Malmström ha affermato che i cubani hanno diritto alla democrazia.
Pensano forse che i deputati da questo lato del Parlamento non credano nei diritti umani?
Non hanno ascoltato prima l’onorevole Martinez.
Abbiamo detto con estrema chiarezza che crediamo nei diritti umani.
Nessuno in quest’Aula ha mai difeso la pena di morte.
Dobbiamo tuttavia essere realistici.
Dopo 45 anni, i cambiamenti non saranno rapidi.
Alcuni in quest’Aula sosterranno anche che non dovremmo mai parlare agli avversari politici se siano in sostanziale disaccordo con le loro tattiche politiche e militari.
Ma tutto questo ha mai portato a qualcosa?
A qualcuno viene in mente un solo esempio in cui questo atteggiamento abbia migliorato la situazione?
Credo che alcuni abbiano una visione piuttosto ingenua della democrazia e del modo in cui funzionano le cose.
Potrei rispondere alle osservazioni alquanto patetiche dell’onorevole Tannock, ma il fatto di tirare dentro qualsiasi altro argomento mentre si parla di Cuba sminuisce il dibattito.
Desidero ricordare all’onorevole Tannock e anche ad altri, quando cercano paralleli o esempi in giro per il mondo, che in circostanze diverse il governo britannico non è mai riuscito a fare nulla rispetto alla situazione irlandese fino a quando non siamo stati disposti ad avviare negoziati molto complessi con i nostri avversari politici, persone con le quali siamo sostanzialmente in disaccordo.
E’ l’unica via che possiamo percorrere per raggiungere la pace in Medio Oriente.
Dobbiamo stabilire un dialogo in paesi come Cuba.
Per questo ritengo che abbiamo bisogno di uno scambio di idee per promuovere il cambiamento.
<P>
L’attuale politica dell’Unione europea, che si basa sugli inviti – o sui non inviti – alle feste estive non aiuta Cuba e nemmeno l’Europa e deve essere cambiata.
Esorto gli onorevoli colleghi a riflettere attentamente e a sostenere un testo di compromesso ragionevole e realistico che possa fare progredire l’Unione europea, aiutare Cuba e il mondo.
<SPEAKER ID="130" LANGUAGE="PL" NAME="Sonik (PPE-DE )." AFFILIATION="Internet">
<P>
   – Signor Presidente, la legge approvata quest’anno a Cuba che limita l’accesso a è una palese violazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite.
E’ stata adottata per punire la società, dopo le dichiarazioni rilasciate lo scorso anno da un gruppo di 75 oppositori che combattevano per la libertà di esprimere le proprie opinioni.
La legge consente di accedere a solo da determinate aziende e da uffici governativi selezionati.
Si dovrebbe anche notare che nel 2002 il governo ha imposto un divieto sulla vendita di al pubblico, e questa legge è solo l’ultima di una serie di misure il cui bersaglio sono i dissidenti e i giornalisti indipendenti.
Cuba e i suoi alleati di sinistra in tutto il mondo ci mettono continuamente di fronte al mito dell’evento rivoluzionario, avvenuto ormai parecchie decine di secoli fa, quando fu rovesciato il governo corrotto di Batista.
Vogliamo permettere che questo mito ci renda ciechi di fronte alla realtà della vita nel moderno Stato di polizia di Cuba, di fronte agli arresti, alla repressione e alla persecuzione subiti da chi vuole semplicemente libertà e diritti civili fondamentali?
<P>
In quanto cittadini di una regione d’Europa che è stata occupata dalla Russia e dai suoi alleati comunisti per decenni, sappiamo quale significato può avere un piccolo gesto di solidarietà da parte del mondo libero per gli attivisti che si battono a nome di chi è stato arrestato, detenuto e perseguitato a causa delle proprie opinioni.
Sappiamo, sulla base della nostra stessa esperienza, che le uniche cose a cui sono sensibili i regimi antidemocratici sono la determinazione e la coerenza, e che tutti gli sforzi di questi regimi si concentrano sulla distruzione della solidarietà internazionale nei confronti dei sostenitori dei diritti umani.
E’ proprio questa la ragione per la quale non dobbiamo disimpegnarci.
Tra le misure che possiamo e dobbiamo adottare come Stati membri dell’Unione europea ci sono le sanzioni diplomatiche e il sostegno a coloro che difendono i diritti civili.
E’ anche importante pronunciarsi in loro favore e a loro nome sulla scena internazionale.
Il mio messaggio a chi sconsideratamente porta in giro con l’immagine di Che Guevara è molto semplice; dovrebbero aggiungervi lo : “Cuba sì, stiamo ricominciando da capo”.
Di fatto, i dissidenti accusati di cospirare contro l’indipendenza e l’integrità territoriale di Cuba sono stati arrestati e detenuti solo perché hanno esercitato pacificamente i loro diritti fondamentali.
Si dovrebbe considerare anche che il numero delle vittime della persecuzione è aumentato e diminuito in misura proporzionata al livello di pressione esercitata dagli altri paesi, e anche in proporzione alla misura degli interessi internazionali di Fidel Castro.
L’attuale è un passo indietro per i diritti umani a Cuba, ed è perciò assolutamente fondamentale che sia ribadito il sostegno internazionale per i democratici cubani, e che siano mantenute le sanzioni diplomatiche contro il regime.
<SPEAKER ID="131" LANGUAGE="" NAME="Zani (PSE )." AFFILIATION="embargo">
<P>
   – Signor Presidente, onorevoli colleghi, da tempo a Cuba c’è un clima di attesa.
Si accentuano le pressioni dall’esterno, mentre all’interno si registra un peggioramento relativo della libertà di espressione e più in generale dei diritti umani.
<P>
In questa situazione, l’Unione europea deve assumere una posizione chiara, senza attendere ulteriori eventi.
Per quale prospettiva si muove l’Europa?
E’ giusto chiederselo, poiché vi è chi auspica, in particolare negli Stati Uniti, un crollo traumatico del regime entro una visione egemonica, sostanzialmente invariata dall’instaurazione dell’ ad oggi.
<P>
Nel contempo, devo dire che non si comprende quale sia oggi una visione dinamica del futuro della propria nazione da parte delle classi dirigenti cubane dopo la fine della guerra fredda.
Tutto sommato si avverte uno stallo, generato da un immobilismo politico sia interno che internazionale.
In questa situazione ritengo che l’Unione non possa semplicemente trincerarsi dietro la questione dei diritti umani, o peggio accodarsi a chi li usa come un grimaldello politico.
<P>
Si potrebbe dimostrare, con dovizia di esempi, che ciò che vale per Cuba non vale in egual misura per molti altri paesi.
Il caso recente del vertice Unione europea – ASEAN, con la piena partecipazione della Birmania, riassume esemplarmente il doppio standard in vigore sui diritti umani.
<P>
Proprio oggi, in quest’aula, il commissario Patten a proposito dell’embargo sulle armi nei confronti della Cina ha affermato che la Commissione non ha mai instaurato un rapporto diretto tra l’eventuale revoca dell’embargo e la politica dei diritti umani.
Chiarendo, tuttavia, giustamente che ulteriori passi avanti nel campo dei diritti umani avrebbero potuto agevolare una revisione dell’atteggiamento europeo.
<P>
Bene! Non vedo perché lo stesso atteggiamento pragmatico, basato su un approccio positivo incentivante – e non semplicemente sanzionatorio e punitivo – non debba essere applicato anche a Cuba.
Nell’epoca della globalizzazione, contribuire a rompere l’isolamento di Cuba a partire da una più forte cooperazione economica non mancherebbe, come sappiamo e come l’esperienza insegna, di avere ripercussioni positive sulla sua politica interna, proprio a partire dai diritti umani.
Solo chi guarda al futuro con gli occhi del passato, pregustando vendette ideologiche, può ignorare questa semplice verità.
<P>
C’è quindi bisogno per l’Unione europea di un cambio di passo.
Ci vuole più immaginazione e ci vuole una nuova e autonoma politica verso Cuba.
Va aperta una fase più avanzata e serrata di dialogo politico e di cooperazione, che coinvolga pienamente oltre alle autorità di governo anche alla società civile in tutte le sue componenti.
Bisogna aprire la strada ad una transizione pacifica e pattuita verso un’evoluzione pienamente democratica e pluralistica, affermare l’idea di una via cubana alla democrazia.
Questi devono essere ora gli obiettivi dell’Unione europea.
<SPEAKER ID="132" LANGUAGE="ES" NAME="López-Istúriz White (PPE-DE )." AFFILIATION="">
<P>
   – Signor Presidente, alle cose che ho condannato ieri in questa stessa Aula – ossia le oscure manovre segrete del governo spagnolo, volte a ridurre le sanzioni imposte dall’Unione europea nei confronti del regime di Castro – posso ora aggiungere la manipolazione da parte dei mezzi di informazione dei risultati della riunione del comitato del Consiglio dell’Unione europea che si occupa dell’America latina, che non ha mai, in nessun momento, ridotto le sanzioni imposte al regime nel 2003.
<P>
Quelle sanzioni – e desidero ricordarlo ad alcuni onorevoli colleghi un po’ confusi – non sono state applicate dalle “orde” del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei, ma durante la Presidenza dell’Unione del governo socialista greco.
<P>
Che cosa ha fatto il regime di Castro nello scorso anno per vedersi offrire questa ancora di salvezza così inaspettata e generosa?
La risposta è semplice: nulla.
O piuttosto ha arrestato e torturato altri dissidenti e ha isolato ancora di più la popolazione cubana, allontanandola ulteriormente dal nostro sogno: una Cuba libera e democratica.
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Non voglio rinunciare a quel sogno e so che nemmeno molti deputati di altri gruppi di questo Parlamento, compreso il gruppo socialista al Parlamento europeo, intendono farlo.
Questo Parlamento è sempre stato un modello e un pioniere nella difesa dei diritti umani e in questo momento critico deve dimostrare che non accomunerà il proprio destino a quello di un dittatore corrotto in pieno declino e che non si farà nemmeno trascinare dal collaborazionismo di certi deputati che sono sempre stati manipolati da quella dittatura.
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Oggi devono vincere il modello democratico di coesistenza sull’isola e la speranza di una transizione politica pacifica che darà a Cuba e al suo popolo il ruolo di primo piano sulla scena internazionale che hanno sempre meritato.
Per realizzare questo obiettivo, è fondamentale che tutti i prigionieri politici e i prigionieri di coscienza nelle prigioni di Castro siano rilasciati immediatamente, che la tortura e l’esecuzione dei dissidenti cessino immediatamente, che ci sia un dialogo libero tra tutte le parti e che il regime riconosca che a essere isolato è lui e non il coraggioso popolo cubano che chiede la libertà.
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Rivolgo un appello agli onorevoli colleghi perché condividano questo sogno con me e spero che un giorno non lontano potremo risvegliarci tutti e vedere una Cuba libera e padrona del proprio destino.
<SPEAKER ID="133" LANGUAGE="ES" NAME="Yáñez-Barnuevo García (PSE )." AFFILIATION="embargo">
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   – Signor Presidente, sono sempre stato sorpreso dal fatto che Cuba dovesse essere usata come un missile che ci lanciamo gli uni contro gli altri, a seconda delle nostre convinzioni ideologiche individuali, e unicamente a uso dell’opinione pubblica in certi paesi europei, e in particolare nel mio, la Spagna.
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Non possiamo cogliere questa opportunità – sembrerebbe di no – per trovare unità e pensare solo al popolo cubano, al suo presente e al suo futuro, anziché trasformare il problema in una questione esageratamente ideologica e sfruttarlo per scopi partitici?
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Quali sono le aspirazioni del popolo cubano?
Credo che possiamo essere tutti d’accordo nell’affermare che il popolo cubano aspira a superare le gravi lacune di cui soffre sia nel settore economico sia in quello delle libertà e dei diritti civili, sociali e politici.
Credo che la sua aspirazione sia poter sperare in un futuro migliore, poter avviare, al più presto, una transizione democratica pacifica e ordinata che favorisca la riconciliazione di tutti i cubani, di quelli che vivono a Cuba e di chi è in esilio.
Credo che i cubani vorrebbero che gli europei non lottassero tra di loro – come stiamo facendo noi qui questa sera – ma piuttosto che si unissero per aiutarli il più possibile, perché sono loro a dover essere i padroni del loro destino, e non noi.
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Signor Presidente, le nostre differenze oggi riguardano la posizione comune adottata dall’Unione europea nel 1996.
Alcuni governi e alcuni onorevoli deputati propongono di riformarla; altri propongono di non cambiare nulla, ma entrambe le posizioni sono legittime e assolutamente giustificabili e non significano che da una parte ci siano i lacchè degli Stati Uniti e dall’altra i complici di Fidel Castro.
Lasciamo da parte questo tipo di argomentazione, come ha detto anche l’oratore precedente.
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Credo che, dopo otto anni, la posizione comune meriti una valutazione ed eventualmente una riforma che deve però essere consensuale, ottenuta sulla base di un accordo molto ampio, praticamente unanime, in seno al Consiglio, che ci consenta di esplorare nuove posizioni su Cuba che siano più efficaci ma che non forniscano in alcun modo un’ancora di salvezza per la dittatura cubana e che non indeboliscano assolutamente i dissidenti, l’opposizione o i prigionieri politici, molti dei quali stanno soffrendo tremendamente nelle prigioni.
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Se la stragrande maggioranza di questo Parlamento è convinta che a Cuba ci sono una dittatura totalitaria e un popolo oppresso che merita il nostro aiuto e se siamo d’accordo sulla necessità di porre fine al deleterio degli Stati Uniti e sul fatto che il dialogo tra i governi è uno strumento valido, perché ci riesce così difficile metterci d’accordo su una politica per Cuba?
Come però sicuramente capirete, alla luce del dibattito di questa sera, sono molto scettico.
<SPEAKER ID="134" LANGUAGE="EN" NAME="Morgan (PSE )." AFFILIATION="embargo">
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   – Signor Presidente, il sistema politico cubano è unico al mondo.
Noi, come assemblea parlamentare, condanniamo nel modo più assoluto la situazione dei diritti umani in questo paese e la mancanza di libertà di parola.
Tuttavia, questo non significa che la situazione sia del tutto negativa.
In occasione di una recente visita a Cuba, abbiamo scoperto che le scuole, in cui il rapporto è di 15 allievi per un insegnante, sono l’invidia dell’Europa.
Il lavoro umanitario di formazione dei medici perché trasformino i servizi sanitari nei paesi in via di sviluppo non è fatto di chiacchiere sulla solidarietà con l’Africa, ma di azioni concrete di solidarietà con l’Africa.
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Oggi, tuttavia, le relazioni tra l’Unione europea e Cuba sono al minimo storico.
Da oltre un anno non ci sono contatti ad alto livello tra i governi dell’Unione europea e Cuba.
Questa situazione è stata determinata dall’applicazione da parte dell’Unione europea di sanzioni contro Cuba a seguito del duro colpo inferto ai dissidenti nel 2003.
Le sanzioni si sono manifestate sotto forma di invito, rivolto ai dissidenti cubani, a partecipare alle celebrazioni della festa nazionale degli Stati membri, insieme ai rappresentanti governativi a Cuba.
Quest’iniziativa ha chiaramente fatto infuriare i cubani.
Sono stati loro a interrompere i contatti.
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Questa sera lancio un appello alla coerenza nel nostro approccio ai diritti umani.
Dobbiamo condannare in tutti i modi le violazioni dei diritti umani a Cuba, ma dobbiamo fare lo stesso in Cina.
Se volete imporre questo tipo di sanzioni a Cuba, allora imponetele anche alla Cina.
Ho l’impressione che la strategia dell’Unione europea nei confronti di Cuba consista nel diffondere un incredibile livello di ingenuità.
Pensavamo davvero che avremmo potuto modificare la politica in materia di diritti umani a Cuba, invitando qualche dissidente a una festa, quando 40 anni di da parte degli Stati Uniti non ci sono riusciti?
Dobbiamo adottare strategie alternative per sostenere la politica per i diritti umani.
Il metodo attuale non funziona.
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L’onorevole White si è pronunciato a favore della liberazione di tutti i dissidenti a Cuba.
E la Spagna?
Vuole liberare anche tutti i dissidenti in Spagna?
Non starò certo a sentire le ramanzine del PPE spagnolo sulle visite a Cuba, quando il vice del partito conservatore, Michael Ancram, la settimana scorsa se ne andava in giro per l’Avana con incedere solenne.
E’ venuto il momento che lei e l’onorevole Tannock vi riprendiate dalla sconfitta elettorale.
Riprendetevi e smettete di imporre le vostre stupide ossessioni al resto del Parlamento europeo!
<SPEAKER ID="135" LANGUAGE="NL" NAME="El Khadraoui (PSE )." AFFILIATION="">
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   –Signor Presidente, Cuba costituisce chiaramente un tema molto sensibile e allo stesso tempo molto complesso, e sono naturalmente d’accordo con coloro che dicono che l’Unione europea, e in particolare questo Parlamento, dovrebbe lavorare per accrescere la democrazia e il rispetto dei diritti umani in tutto il mondo, e questo vale anche per Cuba.
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La domanda fondamentale che dovremmo porci è tuttavia come possiamo realizzare al meglio questo obiettivo, come possiamo aiutare al meglio il popolo cubano.
Rifiutando il dialogo con le autorità cubane, e conseguentemente con gran parte della società civile?
Non credo.
E tuttavia oggi è questa la realtà della situazione concreta.
Da quando sono stati chiusi i canali di comunicazione con gli europei, la posizione comune dell’Unione non ha prodotto risultati soddisfacenti.
E’ quindi giusta una valutazione, a condizione che sia una valutazione razionale, e la posizione comune probabilmente dovrà essere adeguata.
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Insieme ad alcuni altri deputati ho recentemente visitato Cuba, e abbiamo potuto vedere con i nostri occhi una serie di sviluppi positivi in materia di istruzione, per esempio, o di sanità.
Dovremmo dire loro queste cose e dovremmo anche dire loro che ci sono molti aspetti a Cuba che non ci piacciono per niente, ma almeno dovremmo avviare un dialogo, come facciamo con altri paesi, come Cina, Arabia Saudita o Vietnam.
<SPEAKER ID="136" LANGUAGE="EN" NAME="Nielson," AFFILIATION="Commissione">
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   . – Signor Presidente, solo un’osservazione per maggiore chiarezza.
Un onorevole deputato ha detto che dovremmo fare di più nell’ambito degli aiuti umanitari: questo, però, non è un fattore dell’equazione politica.
Noi forniamo aiuto umanitario in presenza di un bisogno, e lo forniamo dove questo bisogno esiste, a prescindere da ogni aspetto politico.
E’ un punto molto importante, ed è importante che dedichi un po’ di tempo a ribadire la nostra posizione.
Noi siamo presenti a Cuba, quando è necessario, per ragioni umanitarie, come in tutti gli altri paesi, compresa la Corea del Nord, e così via.
Sono certo che non sia questo l’oggetto della nostra discussione odierna.
Non lo dico perché credo che si tratti di un problema reale in seno al Parlamento europeo, ma perché è importante non commettere mai questo errore.
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Sono tendenzialmente d’accordo con chi ha affermato che la posizione comune non ha prodotto risultati.
Il problema è tuttavia stabilire quali altri strumenti in grado di produrre risultati sono disponibili.
Non è semplice e il rischio di rimanere delusi è sempre presente.
A mio modo di vedere, è in atto una lotta continua tra i sostenitori della linea dura e i rappresentanti più costruttivi e aperti della all’Avana, che ha fasi e movimenti alterni, imprevedibili, ed è influenzata sia dagli eventi interni che dalla pressione esercitata dal grande vicino di Cuba.
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E’ necessario fare di più che ricorrere a una retorica con il pilota automatico e parlare di principi fondamentali dei diritti umani, e via di seguito.
Non credo che questa discussione sia necessaria al Parlamento.
Non ritengo che questo Parlamento sia la sede idonea per una discussione a favore o contro i diritti umani.
Non è davvero la sede più adeguata.
Se le nostre intenzioni sono serie, dobbiamo essere pragmatici.
L’altro approccio è quello semplice: dobbiamo entrare nel gioco, dobbiamo avvicinarci alla reale politica di cambiamento e di progresso a Cuba, se possibile.
Nessuno può dare garanzie.
Nel 2003 ho cercato di vedere che cosa si potesse fare e sono rimasto deluso.
Questa reazione, però, a mio avviso traeva origine dai circoli ristretti dell’Avana, che sono estremamente imprevedibili.
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Un’altra frustrazione che rischiamo ripetutamente di subire in Europa è che, ogniqualvolta lo reputi interessante, Cuba cede alla moda di metterci nella stessa categoria degli Stati Uniti.
Diventa molto facile – addirittura comodo – per i sostenitori della linea dura all’Avana comportarsi in questo modo e sostenere il proprio punto di vista – spinti dalla paranoia – secondo cui tutto il mondo è contro di loro.
E’ sbagliato, l’Europa non è contro Cuba e sicuramente non contro i cubani.
Non ci piace il regime, non ci piace il vecchio stile dittatoriale di gestire la società, ma non vogliamo nemmeno essere associati al modo in cui gli Stati Uniti gestiscono i rapporti con il loro vicino.
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L’Europa è diversa, il nostro parere su Cuba è diverso e noi dobbiamo fare un investimento perché diventi una realtà ineludibile nelle discussioni interne all’Avana.
Da parte nostra, dobbiamo essere disposti ad assumerci qualche rischio per impedire ai sostenitori della linea dura di ritrarre l’Europa come se l’Europa e gli Stati Uniti fossero la stessa cosa.
Dobbiamo essere abbastanza coraggiosi, costruttivi e sicuri di noi stessi da fare questo investimento.
Se non siamo disposti a investire nella creazione di una base concreta di dialogo – una base definita da noi e non da una rappresentazione paranoica del modo in cui i sostenitori della linea dura all’Avana vedono il mondo esterno – non faremo che affidarci a una retorica impostata con il pilota automatico, in altri termini, alla vecchia posizione comune.
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Non dovremmo trasformarla in una costrizione.
Vi prego di ricordare che per alcuni anni questa stessa posizione comune non ha impedito all’Europa di avviare un dialogo più audace, più stretto e più critico sui diritti umani con Cuba.
Lo abbiamo fatto nello stesso contesto in termini di posizione comune.
L’investimento europeo nell’economia cubana è anche aumentato considerevolmente, mentre abbiamo mantenuto la stessa posizione comune che pertanto non ha impedito la crescita dell’investimento.
Non dovremmo interpretarla in modo così restrittivo da trasformarla in una costrizione.
In conclusione, è necessario un approccio più innovativo.
<SPEAKER ID="137" LANGUAGE="" NAME="Presidente." AFFILIATION="">
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   – In conclusione della discussione ho ricevuto quattro proposte di risoluzione(1).
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Dichiaro chiusa la discussione.
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La votazione si svolgerà mercoledì 17 novembre 2004 alle 12.30.
<SPEAKER ID="138" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="Proposte di risoluzione:"/>
<SPEAKER ID="139" LANGUAGE="" NAME="" AFFILIATION="(La seduta termina alle 23.30)">
